Chauvet-Pont d’Arc. La danza perturbante di Dewey Dell

Al Festival Enter di Ravenna, Dewey Dell ha presentato in prima nazionale Sleep Technique. Una risposta alla caverna di Chauvet-Pont d’Arc in Ardèche, Francia. Recensione

Foto di John Nguyen
Foto di John Nguyen

C’è un’eredità che gli artisti ci lasciano, sopravvive persino quando a separarci sono trentaseimila anni. La caverna di Chauvet-Pont d’Arc è il più antico esempio di arte preistorica al mondo, mille disegni, tra cui 425 figure di animali che mostrano 14 specie diverse. La figura umana appare solo in una sala, ed è senza volto, solo ventre e gambe. Da più di due anni la compagnia Dewey Dell ha iniziato un percorso di studio attorno alla caverna di Chauvet, l’esito finale è qualcosa più di uno spettacolo: Sleep Technique, è una “risposta” alla visione della grotta che ci parla del buio che abitano i sogni notturni e della loro segretezza radicale, così come segreta rimane la dimensione che la grotta conserva e l’immagine che solo in parte restituisce. Il buio della caverna è una sottrazione dalla realtà, ma ci ricorda anche quello che accade a teatro un attimo prima che lo spettacolo abbia inizio, penombra e poi buio – un’assenza di luce per creare l’azzeramento dalla percezione dalla nostra realtà quotidiana.

Dewey Dell
Foto di John Nguyen

Il lavoro di Dewey Dell è stato presentato al festival Enter a Ravenna questa primavera. “Una chiamata agli artisti in forma di festival” l’ha definita la sua direttrice  Ermanna Montanari, che ha voluto Sleep Technique per la prima nazionale al Teatro Rasi, sicura che sarebbe stato uno spettacolo “imperdonabile”, un bel termine con cui ama definire quegli artisti, che sanno «aprire gli occhi sulla bellezza e sulla sua terribilità, in quest’epoca di crocifissione della bellezza».

Dewey Dell
Foto di John Nguyen

In scena i quattro danzatori (Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Ivan Björn Ekemark, Enrico Ticconi) si muovono entrando e uscendo da un piccola feritoia sul fondo, centrifugati dai ritmi ossessivi di suoni perturbanti. La caverna è un grande utero che accoglie ma può anche inghiottire: lo spettacolo è un gioco tra lo spazio che non vediamo e la sua soglia. Anche la drammaturgia sonora (pensata da Demetrio Castellucci in collaborazione con Massimo Pupillo, bassista degli ZU) cerca negli elementi primordiali il senso di una ricerca che si spinge oltre l’archeologico: recuperano sonorità di acqua e vento, della voce che ricorda un graffio come dei segni lasciati sulle pareti che riverberano il suono amplificandolo e rendendolo distante, e poi il rumore bianco che concilia il sonno e che è il primo che il feto ascolta nell’utero della madre.
Non si confonda però questa ricerca collegandola a riti di fertilità cui spesso sono stati avvicinati i disegni della caverna. Tutt’altro. A Ravenna, nell’incontro che ha seguito lo spettacolo, Teodora Castellucci ha parlato delle tesi di Blumenberg per cui gli artisti di Chauvet sarebbero stati gli “inetti” della comunità, coloro che, impossibilitati alla caccia, dipingevano sulla roccia i racconti della vita altra che i loro fratelli conducevano fuori dalla grotta. Questi dipinti sono quindi immagini mediate e il gesto dell’artista inizia da qui, nella rivendicazione di una funzione sociale, nell’oltraggio al più forte.

Dewey Dell
Foto di John Nguyen

Uno spettacolo che vive di strati, che mira insieme alla forma magmatica e a quella progressiva della realtà. Una lettura lontana da quella ideologica e didascalica ma più viscerale e barbarica, che tende al sogno più che al documento. Non ci è chiesto infatti di credere in qualcosa, ma solo raggiungere certi livelli di percezione, per catturare quel silenzio di contenuti in cui i corpi sono materia, sono peso, impostano una certa qualità di energia. Sarebbe una perversione cercare un aspetto didattico e pensare ai movimenti dei danzatori come quelli di uomini e donne che davvero hanno abitato la grotta. Tutti i materiali sonori e performativi esplorano la dimensione del sotterraneo, lo spettacolo è scandito dal passaggio da una sala all’altra della caverna, dove il tempo si fa sogno, nella sua dimensione più atavica e perturbante, fino ad arrivare alla sala più esterna, dove una fioca luce rende più sottile il confine tra sogno e veglia.

 Doriana Legge

 visto al Teatro Rasi di Ravenna il 5 aprile 2017

Prossime date:
19-20 aprile 2017, Triennale di Milano, Teatro dell’arte
7 maggio 2017, Stagione Teatro Contatto – Teatro Palamostre di Udine

SLEEP TECHNIQUE
Una risposta alla caverna di Chauvet-Pont d’Arc in Ardèche, Francia

concept di: Dewey Dell – Agata Castellucci, Demetrio Castellucci, Teodora Castellucci, Eugenio Resta
con: Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Ivan Björn Ekemark, Enrico Ticconi
coreografie: Teodora Castellucci
musica originale: Demetrio Castellucci (electroacoustics, granular synthesis, field recordings), Massimo Pupillo (basso, electronics)
scena e luci: Eugenio Resta
voce: Attila Csihar
costumi: Guoda Jaruseviciute
con il contributo dell’archeologa: Dominique Baffier
produzione: Dewey Dell 2017
coproduzione: Societas, PACT Zollverein, BIT Teatergarasjen, Brut Wien, Tanzfabrik Berlin
con la collaborazione di: Buda Kunstencentrum, Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin, Ateliersi, Menu Spaustuve

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