Teatrosofia #58. Ozii spettacolari. Il teatro della natura secondo Seneca

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 58 Seneca paragona gli spettacoli degli uomini a quelli del cielo.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

Gandalf incanta tutti con i suoi fuochi d'artificio - "The Lord of the Rings"
Gandalf incanta tutti con i suoi fuochi d’artificio – “The Lord of the Rings”

Cosa ci spinge a vedere gli spettacoli? A questa domanda Seneca dà una risposta molto precisa in un passo del suo opuscolo Sull’ozio. Ciascuno di noi si reca a teatro perché spinto dal desiderio di conoscere ciò che è nuovo e remoto, che è una pulsione indotta dalla natura stessa. Quest’ultima ha provvidenzialmente istituito, infatti, il mondo stesso e in particolare i fenomeni celesti affinché potessero essere contemplati dell’umanità, come Seneca ripete spesso nei suoi scritti di filosofia e di fisica. Gli esseri umani che istituiscono spettacoli teatrali non farebbero altro, dunque, che continuare l’azione benefica e provvidenziale della natura, procurando al loro prossimo nuove meraviglie da studiare e conoscere con grande godimento.

Ciò sembra di fatto nobilitare il lavoro degli attori. Non va tuttavia dimenticato che Seneca non ritiene che gli spettacoli teatrali e gli spettacoli dei cieli siano minimamente paragonabili tra loro. Le meraviglie create dagli attori possono tutt’al più offrire una distrazione temporanea alle ansie terrene che gettano le loro ombre sul cuore umano, non già lenirle e placarle. I fenomeni celesti hanno invece un simile potere, tanto che colui che studia le loro cause o i loro movimenti si innamora del cielo, passa con la mente dal mondo caduco all’eterno e ritorna con fatica ad occuparsi delle cose che accadono intorno a lui sulla terra. Nella lettera consolatoria ad Elvia, Seneca arriva addirittura a sostenere che l’anima che potesse scegliere se rinunciare al proprio ingresso nel mondo, per risparmiarsi i mali terreni che ha intravisto dall’alto, oppure se entrarvi e patire queste sofferenze, ma avere modo di contemplare la natura nella sua interezza, senza alcun dubbio prenderebbe la seconda decisione. Qualora un essere umano avesse il lusso, dunque, di dedicarsi a ozii spettacolari, egli dovrà senz’altro preferire le opere della natura a quelle del teatro, trovare più noiose le costruzioni ritmiche delle azioni degli attori rispetto ai ritmi avvincenti dei moti planetari.

Nelle sue linee fondamentali, questa dottrina di Seneca non risulta particolarmente originale. Essa ha i suoi precedenti nella riflessione di Aristotele e in quella di Seneca padre. L’uno aveva già argomentato (sia pure senza ricorrere all’azione provvidenziale della natura) che gli esseri umani sono indotti ad assistere agli spettacoli da un innato amore di conoscere, così come che gli eventi naturali sono più degni di contemplazione delle meraviglie evocate a teatro. L’altro aveva anticipato l’idea che «il desiderio di veder cose nuove è più acuto di quello di ritrovar le già note», adducendo tra i vari esempi il lavoro degli attori, che portano in scena opere sempre diverse per tenere desta l’attenzione degli spettatori.
Il portato profondo e innovativo che distingue Seneca figlio dai suoi predecessori consiste, invece, proprio nella descrizione di come l’anima si spogli dalle preoccupazioni terrene ed entri, contemplando gli spettacoli celesti, nel santuario sacro dei cieli. Il suo discorso si affranca dalla dimensione epistemologica su cui avevano insistito Aristotele e Seneca padre, per lasciare spazio a un programma etico-teologico di liberazione e salvezza.

Tale discorso si ricollega, peraltro, a un’altra importante dottrina senecana: quella dell’immortalità dell’anima, che si scioglie dalla prigione o dalle catene del corpo dopo la morte. In realtà, la prospettiva di Seneca sul morire non è sempre uniforme, bensì oscilla tra questa prospettiva e l’ipotesi che con lo spegnersi della vita l’individuo non esperisce più nulla. Il punto qui decisivo da sottolineare è tuttavia che, quando il filosofo difende la tesi dell’immortalità, lo ricollega proprio alla lode degli spettacoli dei cieli. Una volta staccatasi dal corpo, l’anima riesce a vedere da vicino quelle cose che prima contemplava da lontano, e a fatica. Quello che era in alto improvvisamente è ora situato in basso ed è visto con un nitore prima impensabile.
Pur nella sua bellezza, la prospettiva di Seneca presenta varie contraddizioni. Come si può mettere d’accordo, ad esempio, il racconto della discesa gioiosa dell’anima presentato nella lettera ad Elvia con la cupa idea del corpo-prigione? Inoltre, l’individuo che si trasferisse in alto vedrebbe sì con grande chiarezza i fenomeni celesti, ma con enorme fatica le meraviglie che la natura ha provvidenzialmente allestito sulla terra, quali i terremoti e le eruzioni vulcaniche. Tutto sommato, Seneca propone il passaggio da una vecchia prigione a un nuovo carcere e da una miopia terrena a un cecità aerea. La totalità della conoscenza della natura sfugge a colui che abita ora in terra, ora in cielo.

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Certuni viaggiano per mare, sopportano le fatiche di un lunghissimo peregrinare, per il solo premio di conoscere qualcosa di ignoto e lontano. Questo è il motivo che raduna le folle agli spettacoli, che ci costringe a spiare nel chiuso attraverso le fessure, ad informarci delle cose più segrete, a compulsare le antiche storie, ad ascoltare notizie sugli usi delle popolazioni barbare. La natura ci ha dato l’istinto della curiosità e, conscia della propria abilità e bellezza, ci ha generati quali spettatori di immensi spettacoli; perderebbe il risultato delle sue fatiche, se cose tanto grandi, tanto splendide, tanto accuratamente plasmate, tanto limpide e belle di mille bellezze, fossero messe in mostra in un deserto (Seneca, L’ozio, cap. 5, §§ 2-3)

Si può forse mettere in dubbio che i movimenti del sole e della luna con la loro periodicità esercitino un’azione regolatrice su questa dimora del genere umano? Che il calore del sole nutra i corpi, dilati le terre, reprima l’eccessiva umidità, spezzi il rigore dell’inverno che immobilizza ogni cosa, e il penetrante ed efficace tepore della luna conduca a maturazione le messi? Si può mettere in dubbio che la fecondità umana sia in correlazione con le fasi lunari? Che il sole con la sua rivoluzione ci abbia consentito di calcolare l’anno e la luna con le sue fasi, minori di quelle del sole, il mese? Ma, lasciando da parte queste cose, il sole stesso non sarebbe già uno spettacolo per i nostri occhi e non sarebbe degno di essere adorato, anche se si limitasse ad attraversare il cielo? E la luna non sarebbe degna di ammirazione, anche se si limitasse ad attraversare il cielo, come un astro inutile? E il cielo stesso, ogni volta che di notte sparge i suoi fuochi e risplende di un’infinità di stelle, quale sguardo non tiene fisso su di sé? Chi, quando contempla queste cose, pensa alla loro utilità? Guarda come questi corpi, che corrono in cielo in così gran numero, nascondano la loro velocità sotto un’apparente immobilità. Quante cose avvengono in questa notte che tu consideri solo per distinguere e contare i giorni! Quale intrecciarsi di destini è determinato da quell’immutabile corso! Questi astri che tu credi siano stati sparsi solo per ornamento hanno ciascuno un proprio compito particolare. E in effetti, non c’è ragione per ritenere che siano solo sette quelli che si muovono e che gli altri stiano fermi; noi conosciamo i movimenti di pochi, ma innumerevoli dèi, sottratti alla nostra vista, vanno e vengono e, fra quelli che sono accessibili al nostro sguardo, la maggior parte si sposta con movimenti impercettibili e nasconde il proprio cammino (Seneca, Sui benefici, libro IV, cap. 23, §§ 1-4)

Immagina che io venga a darti dei suggerimenti, al momento in cui ci accingi a nascere: «Stai per entrare nella città comune agli uomini ed agli dèi, che comprende tutto ciò che esiste, vincolata da leggi eterne ben definite, ma regola, a sua volta, l’incessante orbitare dei corpi celesti. Ivi vedrai innumerevoli stelle di splendore diverso ed un astro che, da solo, illumina tutto. Vedrai il sole che designa, con il suo viaggio quotidiano, la durata del giorno e della notte e, con il suo giro annuale, il regolare avvicendarsi dell’estate e dell’inverno. Gli vedrai succedere di notte la luna che, incontrandosi con il fratello, prende a prestito da lui la sua luce mite e discreta: ora è invisibile, ora domina la terra a viso pieno, muta aumentando o diminuendo e non si ripresenta mai quale era il giorno prima. «Vedrai cinque pianeti seguire orbite opposte a quelle astrali34 e muoversi in direzione contraria al rapidissimo moto dell’universo; dai loro cambiamenti di posizione, anche se minimi, dipendono le sorti dei popoli: tanto gli eventi più importanti, quanto i più insignificanti, si conformano al sorgere d’una stella favorevole o funesta. Ammirerai l’addensarsi delle nubi, il cadere delle piogge, lo zigzagare dei fulmini, il rombo dei tuoni. «Quando, sazio di osservare lo spettacolo celeste, abbasserai lo sguardo sulla terra, ti accoglierà la diversa e meravigliosa bellezza di altre cose: di qua una vasta distesa di campi che si aprono all’infinito, di là cime di monti che s’ergono al cielo da immense giogaie innevate; poi fiumi che scorrono a valle e che, sgorgati da un’unica fonte, si distribuiscono ad oriente e ad occidente; e boschi ondeggianti sulle cime più alte, e tante foreste, e le voci diverse delle loro fiere e dei loro uccelli; poi, le varie posizioni delle città, le popolazioni chiuse entro territori inaccessibili, alcune delle quali si rifugiano su ripidi monti, altre cingono la loro paura con rive di paludi; e campi ricolmi di messi e alberi dal frutto spontaneo, ed il lieve scorrere dei ruscelli era i prati, e le amene insenature e i lidi che si curvano a formare i porti; ed ancora, innumerevoli isole sparse per il mare immenso, che gli si frappongono e lo chiazzano. «Come descriverti il fulgore delle pietre preziose e delle gemme, lo splendore dei rapidi torrenti che trascinano oro tra le loro arene, le colonne di fuoco che si formano nell’aria, levandosi dal mezzo della terraferma o del mare, e l’Oceano che recinge la terra e, mediante tre golfi tripartisce l’insieme del mondo abitato e sempre ribolle di sfrenate tempeste? «In quelle acque irrequiete, burrascose senza vento, vedrai nuotare animali ben più grandi di quelli terrestri, alcuni pesantissimi e che si muovono dietro la guida di altri, alcuni veloci e più rapidi di una voga ben ritmata, certi altri che aspirano l’acqua e la soffiano con grande pericolo di chi gli naviga innanzi; là vedrai anche navi in cerca di terre sconosciute. Vedrai che nulla resta intentato all’audacia degli uomini, sarai insieme spettatore ed attivo partecipe di quegli sforzi: imparerai ed insegnerai alcune arti che costruiscono la vita, altre che la adornano, altre che la governano. (Seneca, Epistola a Marcia, cap. 18; trad. modificata)

Ed ecco che s’intraprendono viaggi senza meta, si percorrono lidi e l’insensatezza, sempre awersa alla situazione del momento, si cimenta per terra e per mare. «Ora andiamo in Campania». Ma gli insediamenti civili ci annoiano. «Visitiamo i luoghi disabitati, percorriamo le balze del Bruzzio e della Lucania». Ma, nel deserto, manca quel pizzico di piacere che sa ristorare gli occhi vogliosi dal monotono squallore delle località selvagge. «Puntiamo su Taranto: c’è un porto celebre, un clima invernale molto mite, un territorio abbastanza ricco che manterrebbe anche tutta la popolazione d’una volta… Adesso, presto a Roma: da troppo tempo non sentiamo scrosciare applausi e risuonare grida; torna la voglia di veder scorrere sangue umano». Così si passa da un’iniziativa all’altra, da spettacolo a spettacolo. Come dice Lucrezio: «tutti in tal modo sempre fuggon se stessi». Ma a che pro, se non riescono a sfuggirsi? L’io insegue se stesso ed incalza, compagno insopportabile (Seneca, Sulla tranquillità dell’animo, cap. 2, §§ 13-14)

Faccio come quegl’impresari di spettacoli che, per tener desta l’attesa del pubblico, presentano ogni giorno una nuova coppia di gladiatori perché vi sia sempre qualche attrazione che lo diverta e lo richiami; nemmeno io presento i miei tutti in una volta: questo mio libro deve aver sempre qualche novità, per non interessarvi solo con nuovi concetti ma anche con nuovi autori. Il desiderio di veder cose nuove è più acuto di quello di ritrovar le già note. Lo vediamo coi gladiatori, cogli attori, cogli orati appena una nuova fama si profila, lo vediamo insomma dappertutto: a veder nuovi spettacoli la gente s’accalca, ai già noti non viene (Seneca il vecchio, Controversie, libro IV, prefazione, § 1)

E veramente tutto va benissimo, perché il mio animo, libero da ogni occupazione, attende alle attività che gli sono proprie ed ora si diletta di studi meno impegnativi, ora s’innalza, avido di verità, a considerare la natura sua e dell’universo. Studia dapprima le terre e la loro distribuzione, poi il comportamento del mare ed il suo alterno fluire e rifluire; poi osserva tutto lo spazio che è posto tra le terre ed il cielo ed è pieno di fenomeni tremendi: lo vede agitato da tuoni, fulmini, soffiar di venti e precipitare di nembi, nevi e grandine. Infine, dopo aver percorse le zone meno elevate, prorompe verso le più alte e gode il bellissimo spettacolo degli esseri divini: allora ha il senso della propria eternità e scorre dal passato al futuro, attraverso tutti i tempi. (…) Allora, finché i miei occhi non vengano distolti da quella contemplazione che non li sazia mai, finché mi sia possibile guardare il sole e la luna, fissare le altre stelle, investigarne il sorgere, il tramontare, le distanze e le cause delle loro maggiore o minore velocità orbitale, osservare, la notte, tante stelle splendenti, alcune fisse, altre che non vagano nel grande spazio, ma girano ripercorrendo il proprio cammino, altre che prorompono all’improvviso, altre che, con il fuoco che profondono, mi affaticano lo sguardo e sembra stiano per cadere, oppure passano oltre, segnando una lunga scia luminosa; finché io sia in compagnia di queste e, per quanto è possibile ad un uomo, mi confonda con i corpi celesti, finché possa tenere continuamente il mio animo proteso ed elevato nella contemplazione di quegli esseri che sono nati insieme con esso, che m’importa del suolo che calpesto? (Seneca, Epistola a Elvia, cap. 20, §§ 1-2, e cap. 8, § 6)

E nemmeno adesso sto perdendo tempo, come credi; tutte queste ricerche, se non si spezzettano e non si disperdono in questa inutile sottigliezza, alleggeriscono e innalzano l’anima, che oppressa da un grave fardello, desidera liberarsene e tornare al mondo da cui proviene. Infatti, questo corpo è peso e pena dell’anima; sotto il suo peso l’anima è schiacciata, è in catene, se non interviene la filosofia, invitandola a riprendere fiato nello spettacolo della natura, allontanandola dalle cose terrene per condurla verso quelle divine. Questa è la sua libertà, questa la sua evasione: si sottrae alla prigione in cui è custodita e si rigenera nel cielo (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 65, § 16)

Tu desideri una cosa utile e necessaria a chi vuole raggiungere rapidamente la saggezza, dividere la filosofia e distinguere in membra il suo corpo immenso: alla conoscenza del tutto giungiamo più facilmente attraverso le singole parti. Oh se come si presenta al nostro sguardo il cielo nel suo insieme, così potesse presentarsi alla nostra mente la filosofia tutta intera, offrendoci uno spettacolo molto simile a quello dell’universo! Certamente rapirebbe tutti gli uomini in ammirazione e li indurrebbe a trascurare ciò che ora riteniamo importante per ignoranza di ciò che è davvero importante. Ma poiché questo non può accadere, dobbiamo osservare la filosofia come si scrutano separatamente le parti dell’universo (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 89, § 1)

Questa è la sua iniziazione, attraverso ci dischiude non il santuario di una città, ma il vasto tempio di tutti gli dèi, il cielo stesso, di cui ha presentato all’esame della nostra mente le vere immagini e i veri aspetti: la vista è, infatti, troppo debole per spettacoli così grandiosi (Seneca, Epistole a Lucilio, cap. 90, § 28)

Oppure i morti hanno una conoscenza, ed allora l’animo di mio fratello, come liberato da una lunga prigionia e divenuto finalmente autonomo e padrone di se stesso, esulta perché gode lo spettacolo della natura, osserva dall’alto tutta la realtà umana ed ha sott’occhio quella divina, di cui aveva invano ricercato a lungo la dinamica recondita (Seneca, Epistola a Polibio, cap. 9, § 3)

[Le citazioni dalle opere di Seneca sono tratte da Giovanni Reale (a cura di), Seneca: Tutte le opere. Dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, Milano, Bompiani, 2000. Il passo di Seneca padre è invece contenuto in Agostino Zanon dal Bo (a cura di), Oratori e retori. Volume 1: Controversie, libro I, Bologna, Zanichelli, 1986]

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