Teatrosofia #57. ll silenzio e il rumore. Sulla lettera 52 di Seneca

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 57 torniamo a parlare di Seneca, del rumore del teatro e del silenzio della filosofia.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

immagine: https://www.usu.edu/markdamen/ClasDram/chapters/131romtheatre.htm
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«Deve esserci una differenza fra l’applauso del teatro e quello della scuola», tra l’ammirazione riconosciuta all’attore che recita un discorso elaborato e quella tributata al filosofo che svolge un ragionamento morale di fronte a un pubblico. Queste sono le parole che Seneca afferma nell’epistola 52 inviata a Lucilio, promettendo di approfondire in un altro scritto il tema affrontato. Tale testo non ci è purtroppo giunto, o non è almeno immediatamente riconducibile a uno degli scritti pervenuti. Chi scrive è obbligato, dunque, a esaminare nel dettaglio i contenuti della lettera 52 e a illuminarne occasionalmente gli aspetti più oscuri, ricorrendo ad alcune citazioni da altre opere.
Procedendo con questo metodo, emergono tre punti rilevanti. Il primo è che attori e filosofi vengono ammirati per motivazioni differenti. Gli uni ricevono ammirazione perché impiegano un buon fraseggio, presentano concetti facili / immediatamente comprensibili, recitano discorsi con eloquenza e grande velocità. E fanno tutto questo mirando a provocare nel loro uditorio il solo piacere. Questo era, del resto, già il parere di Seneca padre, che vedeva nell’amore per i canti e le danze il segno del declino morale della gioventù morale, che il figlio ribadisce in termini meno duri annoverando – nella lettera 88 a Lucilio – lo spettacolo teatrale tra i prodotti delle arti ricreative. I filosofi sono invece ammirati perché usano i discorsi razionali con il fine di liberare gli ascoltatori dai loro mali, senza pretendere addirittura in cambio l’ammirazione altrui. Come infatti il medico si limita a curare il corpo del paziente, così chi fa filosofia vuole lenire l’anima delle persone viziose dalle loro passioni, pur sapendo che queste nutriranno disprezzo per il suo operato.
Un secondo punto rilevante che emerge dallo studio della lettera 52 è che Seneca ritiene che attori e filosofi si distinguano per il genere di uditorio a cui si rivolgono. Un attore compiace la massa ignorante, dunque è ammirato da persone che non meritano di essere ammirate. Un filosofo parla invece a un uditorio che può essere a sua volta ammirato, che grazie alla lettera 102 inviata a Lucilio sappiamo essere gli individui virtuosi e saggi. Da un punto di vista concettuale, Seneca approfitta, poi, di tale discorso anche per precisare che l’ammirazione si estrinseca o nella “lode”, se deriva da persone meritevoli, o nella “acclamazione”, se invece proviene dalle bocche di individui ignobili. Ne segue che gli attori vengono acclamati, ma mai lodati, appunto perché sono ammirati sempre dagli ignoranti e mai dai saggi / dai virtuosi, mentre i filosofi possono essere sia acclamati, quando accade che un ignorante apprezzi il suo discorso solo dall’aspetto formale, sia lodati, quando sono ammirati da un saggio / da un virtuoso.
Il terzo e ultimo punto di rilievo che emerge dalla lettera 52 è il seguente. Le parole dell’attore sono accolte nel rumore di una folla acclamante, quindi in un ambiente volgare che incentiva poco l’attenzione. Quelle del filosofo sono invece ascoltate in un silenzio sacrale e venerabile, salvo che dai giovani allievi, verso cui Seneca mostra indulgenza, che essendo intensamente colpiti dalla grandezza delle cose dette non riescono a trattenere grida e applausi. Si tratta di un punto che trova chiarimento tanto nella già menzionata lettera 102, dove si legge che la lode che il saggio o virtuoso tributa a un altro saggio o virtuoso è articolata silenziosamente, ossia nella propria interiorità («Anche se un uomo virtuoso tace, ma giudica qualcuno degno di lode, costui è lodato»), quanto da altri passi dell’opera senecana, in cui la filosofia è ritenuta cosa sacra, ineffabile, divina. Il passo più eloquente è senza dubbio un estratto del trattato Sulla vita beata, in cui il sapiente stoico paragona i suoi detti filosofici a un oracolo e pretende che questi vadano ascoltati nell’assoluto silenzio: lo stesso silenzio che i mortali in genere tributano agli dèi provvidenti e immortali.
L’analisi che Seneca offre delle specie dell’ammirazione nella lettera 52 si presenta stilisticamente e concettualmente acuta, e potrebbe persino essere precisata meglio, ancora una volta, da un confronto incrociato con l’epistola 102, che distingue la “lode” (= l’ammirazione manifestata senza parole) dallo “elogio” (= l’ammirazione manifestata a parole) e la “fama” o “gloria” (= l’ammirazione tributata dal giudizio della massa) dalla “celebrità” (= l’ammirazione concessa dal giudizio della persona saggia e virtuosa). Applicando questi concetti, infatti, possiamo anche ricavare che: A) l’attore gode di fama o gloria, grazie all’elogio rumoroso dei molti ignoranti e volgari; B) il filosofo riceve celebrità, in virtù della lode silenziosa delle persone migliori e divine.
Non ci si toglie l’impressione, tuttavia, che, in questa pur raffinata analisi, Seneca risulta profondamente ingiusto nei riguardi dagli attori. Egli parte da un assunto: il teatro è la platea ignorante del rumore, mentre la filosofia è il regno della parola sapiente che echeggia nel silenzio. Ma si tratta di un punto che può essere discusso e confutato, mostrando l’esistenza dei piccoli ma numerosi gruppi di attori, che silenziosamente e discretamente conducono le loro ricerche, senza cercare il plauso e l’ammirazione dei più. Se Seneca avesse visto tutto questo, avrebbe detto che il teatro è il luogo della filosofia. L’attore sarebbe perciò un filosofo che recita, mentre il filosofo un attore che pensa.

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Fra i contemporanei, però, non scegliamo quelli che buttano fuori parole su parole a gran velocità e ripetono luoghi comuni e in privato fanno i ciarlatani, ma quelli che insegnano con la loro stessa vita, che, dopo aver detto che cosa si deve fare, lo dimostrano coi fatti, che insegnano che cosa si debba evitare e non sono mai colti in fallo a compiere quelle azioni da cui hanno detto che bisogna rifuggire; scegli, come tuo aiuto, un uomo del quale ammiri maggiormente le azioni che le parole. E non ti proibirei nemmeno di ascoltare anche costoro che hanno l’abitudine di raccogliere la folla intorno a sé e di dissertare, purché si mostrino in pubblico con il proposito di diventare migliori e di rendere migliori, e non lo facciano per ambizione. Infatti, che cosa c’è di più vergognoso della filosofia che va in cerca di applausi? Forse che l’ammalato loda il medico che lo sta operando? State zitti, assecondate e sottoponetevi alla cura; anche se griderete la vostra approvazione, non vi ascolterò diversamente che se gemeste dal dolore perché ho toccato le vostre piaghe. Volete provare che fate attenzione e che siete toccati dall’importanza degli argomenti? Sia pure: ma perché dovrei permettervi di esprimere il vostro giudizio e di approvare quello che ritenete il migliore? Nella scuola di Pitagora i discepoli dovevano tacere per cinque anni: credi forse che tutto d’un tratto fosse loro lecito parlare e tessere lodi? Quanto è insensato l’oratore che si allontana tutto contento per gli applausi di un pubblico ignorante! Perché ti rallegri di essere stato lodato da persone che non puoi a tua volta lodare? Fabiano dissertava di fronte al popolo, ma lo ascoltavano composti: di tanto in tanto scoppiava un energico applauso di approvazione, ma era provocato dalla grandezza delle cose dette, non dalla facilità e dalla gradevolezza del suo discorso. Deve esserci una differenza fra l’applauso del teatro e quello della scuola: esiste un certo buon gusto nel modo di lodare. (…) Da ogni parte gli ascoltatori tendono le mani al filosofo, e la folla degli ammiratori lo assedia: se sei intelligente, ti accorgerai che non viene lodato, ma acclamato. Lasciamo questo strepito a quelle arti che hanno l’obiettivo di essere gradite alla massa: la filosofia sia venerata. Talvolta bisognerà permettere ai giovani di seguire l’impulso dell’animo, ma solo quando lo faranno di slancio, quando non potranno imporsi il silenzio: simili lodi spronano un po’ anche gli stessi ascoltatori ed eccitano l’entusiasmo dei giovani. <Ma> siano toccati dalle cose, non dalle parole ben disposte; altrimenti l’eloquenza sarà loro nociva, se suscita il desiderio non di contenuti, ma di se stessa. Per il momento rimandiamo questo argomento: richiede, infatti, una trattazione specifica e lunga spiegare come si debba dissertare davanti a un pubblico, che cosa ci si possa permettere di fronte al pubblico, che cosa si possa permettere al pubblico di fronte a noi. Non c’è dubbio che la filosofia ha subìto un danno da quando si è prostituita; ma può ancora mostrarsi integra nei suoi santuari, purché trovi non un mercante, ma un sacerdote. Stammi bene (Seneca, Epistola a Lucilio, lettera 52, §§ 8-15)

Vediamo così intorpidire gli ingegni d’una gioventù oziosa che nessuna onesta attività riesce a tener desta: sonno e languore e, più turpe del sonno e del languore, un’assidua ricerca di basse soddisfazioni ha invaso gli animi: un’insana passione di canti e di danze ha preso possesso di questa gioventù effemminata. I capelli ondulati, la voce estenuata a imitar le dolci modulazioni muliebri, le molli movenze quasi femminili, le oscene eleganze dell’abbigliamento sono gl’ideali dei nostri giovani (Seneca il vecchio, Controversie, libro I, prefazione)
Le arti ricreative tendono al piacere della vista e dell’udito; tra esse bisogna includere quella dei costruttori progettisti di macchine teatrali, che si sollevano da sole, e di palchi, che si alzano silenziosamente e compiono diversi altri spostamenti improvvisi, o perché si separano elementi prima uniti, o perché si uniscono da sé pezzi staccati, o perché a poco a poco si abbassano parti che stavano in alto. Questi macchinari colpiscono la gente ignorante che guarda ammirata, non conoscendone le cause, tutti gli improvvisi cambiamenti (Seneca, Epistola a Lucilio, lettera 88, § 22)
“Ma la lode” si dice “non è nient’altro che una frase, e una frase non è un bene”. Quando affermano che la celebrità è la lode tributata da uomini virtuosi a uomini virtuosi, non si riferiscono alle parole, ma al giudizio. Anche se un uomo virtuoso tace, ma giudica qualcuno degno di lode, costui è lodato. Inoltre, una cosa è la lode, un’altra l’elogio: questo richiede anche le parole; pertanto, nessuno parla di lode funebre, ma di elogio funebre, che consiste in un discorso. Quando diciamo che qualcuno è degno di lode, gli promettiamo non le parole benevole degli uomini, ma i giudizi benevoli. Dunque, è lode anche quella di chi tace, ma giudica positivamente e loda dentro di sé un uomo virtuoso. E poi, come ho detto, la lode riguarda l’animo, non le parole che l’hanno espressa e la portano a conoscenza di più persone. Loda chi giudica qualcuno degno di lode. Quando quel nostro famoso poeta tragico dice che è magnifico «essere lodato da un uomo lodato», intende «da un uomo degno di lode». E quando un poeta altrettanto antico dice «la lode alimenta le arti», non intende l’elogio, che corrompe le arti; niente, infatti, ha rovinato tanto l’eloquenza e ogni altra arte rivolta alle orecchie quanto il consenso popolare. La fama ha bisogno in ogni caso delle parole, la celebrità, invece, può toccare anche senza le parole, accontentandosi del giudizio: essa è perfetta non solo in mezzo al silenzio, ma anche in mezzo alle grida di protesta. Ecco che differenza c’è tra la celebrità e la gloria: la gloria dipende dal giudizio di molti, la celebrità dal giudizio delle persone virtuose (Seneca, Epistola a Lucilio, lettera 102, §§ 14-16)

Ma sebbene codeste vostre parole non mi offendano, vi ammonisco ugualmente nel vostro interesse: guardate con rispetto alla virtù, credete a coloro che, dopo averla seguita a lungo, proclamano di seguire un ideale grande, un ideale che appare più grande di giorno in giorno, ed onorate la virtù come onorate gli dèi, e coloro che la professano come i sacerdoti; infine, ogni volta che sentirete citare i testi sacri, favoriteci con le lingue. Questo “favoriteci” non è detto, come pensano i più, nell’intento di chiedere un favore: è un ordine di far silenzio, perché il rito sacro possa compiersi secondo le prescrizioni, senza essere disturbato da nessuna voce profana. È un ordine che è ben più necessario impartire a voi: ascoltate con attenzione ed in assoluto silenzio tutto ciò che sarà proclamato da quell’oracolo (Seneca, La vita felice, capitolo 26, § 7)
[Le citazioni dalle opere di Seneca sono tratte da Giovanni Reale (a cura di), Seneca: Tutte le opere. Dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, Milano, Bompiani, 2000. Il passo di Seneca padre è invece contenuto in Agostino Zanon dal Bo (a cura di), Oratori e retori. Volume 1: Controversie, libro I, Bologna, Zanichelli, 1986]
Enrico Piergiacomi

Comments
  • Claudio 5 marzo 2017 at 23:12

    Direi che Seneca è soprattutto ingiusto nei confronti di chi gli attori va ad ascoltare! (e per fortuna o per disgrazia, nel tempo, alcuni attori tra i più burloni si son fatti pensanti)

    Claudio

  • Enrico Piergiacomi 6 marzo 2017 at 12:08

    Voi attori siete come i giunchi di Pascal e Grazia Deledda: fragili ma pensanti.

  • Davide Hrobat 7 marzo 2017 at 20:09

    Mi chiedo quanto lo spostamento semantico del pubblico nel teatro antico, nel passaggio fra greco e romano, sia influente. La prima tragedia dovrebbe essere stata messa in scena da Livio Andronico durante i Ludi Romani, non vorrei sbagliare, ma se ben ricordo non sappiamo se sia stato fatta nel primo giorno, dedicato a Giove, o in uno degli altri due, che erano ricorrenze civili. Già questo è un’enorme scarto rispetto alle Grandi Dionisie, nelle quali gli aspetti civili e divini erano fusi. La tragedia attica non era improntata su un pubblico colto, ma il clima misterico dava probabilmente accesso alla Katharsis, che doveva essere il reale motivo per il quale i greci andavano a teatro. Onestamente leggendo il teatro di Seneca mi chiedo se una qualche purificazione spirituale è possibile. Prendendo ad esempio la sua versione della Medea, mi rendo conto che il suo intento fosse più pedagogico che catartico. Prendiamo ad esempio la maledizione iniziale alla nave argo, il cui tema è la tracotanza dell’uomo nel sovvertire le possibilità di spostamento nel mondo – una sorta di critica alla globalizzazione, oppure alle politiche di un’esiliante a caso XD – che in realtà è un tema prettamente stoico: la sua Medea, col suo furor, è il tentativo di dimostrare un assunto filosofico e non mitologico. Questo ha inevitabilmente delle conseguenze: l’esigenza di trasmettere una dottrina filosofica richiede un pubblico selezionato, e quindi non mi stupiscono le critiche al’attore in quanto portatore di rumore – nel senso della tragedia attica, dal punto di vista di Seneca, il teatro è rumore, perché il pubblico starnazza e si comporta in vari modi (penso alle descrizioni di Teofrasto). Secondo me Seneca agisce su due piani: da una parte critica il teatro attico, dall’altra interviene direttamente sul teatro trasformandolo, lui si, per la prima volta – e perdonami se ti rubo l’espressione – in teatrosofia.

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