Teatro in video. Dario Fo e Mistero Buffo

Teatro in video 40° appuntamento. Il premio nobel Dario Fo (1923-2015) dai primi anni fino al suo spettacolo manifesto: Mistero Buffo.

Dal tema del sacro alla «giullarata popolare»: è questo lo spazio entro cui si muove quello che forse è il più noto degli spettacoli di Dario Fo, Mistero Buffo, la cui prima forma scenica vide la luce a Sestri Levante nel 1969. L’attore era poco più che quarantenne, ma già durante gli studi figurativi a Milano (anche se abbandonerà il Politecnico a pochi esami dalla laurea, la passione per l’arte e l’architettura lo accompagneranno per tutta la vita); anche durante la Guerra Mondiale, la chiamata alle armi, la diserzione e l’aiuto ai genitori attivi durante la Resistenza; già prima, quando durante la sua infanzia travagliata (a causa delle idee socialiste del padre costretti a trasferirsi molte volte) ascoltando la madre, il nonno Bristìn e quelli che lui chiamava «fabulatori del lago»; durante ciascuna di queste occorrenze Dario Fo pensava al teatro, alle farse, alla narrazione di storie e legende, una narrazione dal “basso” anche quando l’oggetto del discorso riguardasse i grandi nomi.

Dal dopoguerra (ma soprattutto a partire dai Cinquanta) si rafforza il sentimento di appartenenza attiva alla cultura teatrale costantemente accompagnato dalla consapevolezza politica e dal rifiuto delle gerarchie. Fo entra in relazione con Strehler e Grassi, inizia a lavorare in radio e per il teatro di rivista assieme a Fabrizio Parenti e Giustino Durano, esperienza che più tardi diventerà, per via di un taglio comico-satirico mutuato dalle esperienze di avanspettacolo, propriamente “antirivista”; conosce Totò, apprende il lavoro del mimo da Jaques Lecoq, grazie all’incontro con Franca Rame avrà modo di ragionare sulla tradizione dei comici dell’arte alla quale apparteneva la famiglia di quella che sarà la sua compagna di vita artistica e personale. La sua attività teatrale, pur essendo intimamente legata all’esperienza performativa guarda sempre al presente, agli avvenimenti sociali e politici, che mette in correlazione l’apertura a sinistra del governo e contemporaneamente l’interruzione delle esperienze televisive tra censura e politiche interne, nel passaggio dagli spettacoli “borghesi” fino quelli “ideologizzati” e alla collaborazione con Gianni Bosio in un lavoro di recupero delle tradizioni musicali popolari afine alle ricerche coeve di Ernesto De Martino.

Tutto quanto detto finora rientra pienamente all’interno di quel “copione mobile” che è Mistero Buffo: costituito da monologhi a sfondo biblico, spesso anche ispirati ai vangeli apocrifi ma affrontati con un taglio satirico, lo spettacolo trova nell’interazione tra il performer Fo e gli spettatori la sua prima caratteristica, di fatto determinando l’impossibilità programmatica a fissare il testo, intriso di parti in dialetti padano-veneti e altre in quel linguaggio reinventato che è il grammelot. Ecco come la studiosa Anna Barsotti descrive questa tecnica: «Si decolla dal lazzo comico verso la reazione artistica d’un nuovo genere monologico che riprende solo le sonorità, l’intonazione e le cadenze di una determinata lingua o varietà, per comporle in un organismo scenico dove la rapida sequenza di elementi fonici, per lo più non corrispondenti a parole reali, si mischia ad una mirata articolazione dei movimenti, dei gesti e delle posture» [Anna Barsotti, Eduardo, Fo e l’attore-autore del Novecento, Bulzoni editore, Roma 2007, pp. 100]. Il frammento che qui presentiamo, “La fame dello Zanni”, è tra i più noti, raccolti oramai anche nell’ultimo volume edito da Einaudi nel 2003.

Viviana Raciti

 

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