Vetrano e Randisi e l’eredità Assassina di Franco Scaldati

Vetrano e Randisi presentano all’Arena del Sole di Bologna Assassina di Franco Scaldati. Recensione e intervista

Foto Luca del Pia
Foto Luca del Pia

Ummra e lustru, ombra da scacciare con la scopa e lumino della lucerna; ombre silenti di una vita ignara e l’improvvisa, accecante illuminazione: la rivelazione dell’altro. Sono oscure e lucenti le immagini visive, sonore e poetiche che ci restituiscono Enzo Vetrano e Stefano Randisi con Assassina, uno spettacolo in cui ciò che rimane dà forza a quanto viene celato e la funzione delle parole, degli oggetti, dell’identità e della presenza stessa (della vita?) si mettono in discussione nel momento stesso in cui vengono scoperte.

I due artisti, palermitani trapiantati da tempo in Emilia Romagna, continuano il loro lavoro sui testi di Franco Scaldati in questa nuova produzione ERT, dopo aver lavorato a lungo su un altro capolavoro del drammaturgo dell’Albergheria, Totò e Vicé (dal primo incontro nel 2008, in cui inserirono alcuni frammenti tradotti nel loro Fantasmi tratto da tre opere di Pirandello, fino al debutto nel 2010 portato in tournée mondiale che convinse anche il pubblico cinese), e avendo in programma per la prossima stagione del Teatro di Roma – che lo produrrà – un altro testo, Ombre Folli, presentato in primissima lettura all’ultimo Garofano Verde lo scorso settembre su invito di Rodolfo Di Giammarco.

Foto Luca del Pia
Foto Luca del Pia

Il testo che abbiamo visto in scena all’Arena del Sole di Bologna (dopo aver debuttato a metà gennaio al modenese Teatro delle Passioni e che arriverà a Roma assieme alla nuova produzione) nasce nel 1984 in un palermitano rude, ricercato e, come sempre accade nell’opera di Scaldati, ha avuto nel tempo diverse riscritture (dell’ultima datata 2011 abbiamo visto qualche anno fa una versione postuma a cura della Compagnia Franco Scaldati). Ma Vetrano e Randisi non inscenano né la versione originale né una pur valevole traduzione, bensì, come ci raccontano dopo lo spettacolo «Noi partiamo chiaramente dalla sua scrittura, cercando di mantenere il più possibile la struttura ma ci poniamo sempre il problema della comprensione. Prima di definire il testo facciamo un lavoro preliminare confrontandoci con alcuni amici che non conoscono il siciliano. Quando arriviamo al momento in cui ci viene detto che pur non avendo compreso tutte le parole il senso è stato capito appieno, allora questa è la versione che possiamo presentare al pubblico». Di questa libertà Scaldati, ci confermano, ne era più che contento. «Non si traduce forse Shakespeare?» diceva, ed effettivamente siamo d’accordo con loro che tanto la fedeltà al linguaggio quanto il lavoro di adattamento siano entrambi momenti indispensabili ai fini della riscoperta del poeta siciliano spesso ignorato dalla letteratura teatrale.

Foto Luca Del Pia
Foto Luca Del Pia

Se questo non dovesse bastare, prima dello spettacolo è proprio Randisi ad accoglierci recitando un piccolo glossario di termini, che esulano dalla freddezza da elenco, col ritmo sempre più concitato inducendo gli spettatori ad entrare nei suoni e nelle atmosfere di Assassina. Opera che ruota proprio attorno all’accettazione dell’estraneo, dell’altro invisibile accanto a noi.

Nel ceruleo della costruzione al centro del palco, si stagliano i ruderi di un bagno pubblico adibito a casa (le scene e i costumi sono di Mela dell’Erba, mentre il disegno luci è affidato a Max Mugnai), brillante contro l’ombra che svelerà un quadro vivente, composto da figure che vivono sospese nel presente teatrale dove tutto è possibile: un omino (Randisi) e una vecchina (Vetrano) conoscono la loro vita fatta di piedi da lavare, di elemosina, di topi e galline domestiche, di un piatto di pasta margherita a fine giornata, di Nastrini da innaffiare, della devozione all’icona dei genitori andati (mirabili i Fratelli Mancuso, musici d’altra epoca a cui affidare il mistero della lingua, incomprensibile e suadente, accompagnata da strumenti dimenticati come la sansula, il salterio ad arco o il mezzo colascione).

Foto Luca del Pia
Foto Luca del Pia

L’omino e la vecchina non si (ri)conoscono se non alla fine, eppure ciascuno di loro sembra aver vissuto gomito a gomito, la loro identità sembra passare attraverso quella casa, il possesso e l’uso: «di fatto in ciascuna delle nostre prime scene dimostriamo che quella è casa sua ma è anche mia. Gli oggetti li usiamo entrambi con la stessa familiarità e con lo stesso senso di appartenenza. Questo dire “Quella casa è mia” è un po’ come dire “questo sono io”, è il luogo in cui io e te conviviamo senza vederci, senza riconoscerci e senza riconoscere che quegli oggetti che usiamo appartengono a entrambi; è una forma di egoismo, ed è per questo che io non riesco a capire chi sono, perché mi rifiuto di conoscere te che sei l’altra persona che vive accanto a me e vive la stessa mia vita». Alla profonda riflessione che innescano a partire dal testo, i due attori-registi si offrono al nostro sguardo con un’interpretazione sottile, piena di una gioia pura, vecchia e bambina, risata rauca e stupore.

Riescono a rendere quella gioia giocosa in cui Scaldati credeva, che gli faceva scrivere «le vocali come ricami». Si muovono aggraziati tra i ruderi, quasi sospesi sopra di essi, per poi cadere dalla vasca-letto, puntare lo sguardo torvo, in diagonale, rivolto verso chi non è fidato, è sconosciuto. Il loro scontro è aggressione cieca, è offesa cruda. È, dicevamo, messa in crisi dell’altro – accusandolo di essere ladro o fantasma – che così si estremizza nella crisi del sé: «forse, è possibile che sia lui l’ubriaco mentre io non esisto». Questa forza che stravolge ribalta quell’apparenza di quotidianità, anzi, come diceva Franco Quadri (nel volume che pubblicò nel 1990 dedicato a Scaldati, Il teatro del sarto), «è la realtà stessa ad esser messa in dubbio in questo giallo sotterraneo della coscienza». Può darsi che sia la vita quell’”assassina” del titolo? Del resto, in queste ultime versioni (tanto nell’ultimo testo dell’autore quanto nell’adattamento che incrocia la prima versione a questa del 2011), non è più importante esplicitare l’autore della morte dei personaggi. Non è più il topo Beniamino, non è la fanciulla (eliminata da questa versione), forse sono proprio loro stessi, che hanno brindato con il rosolio al loro incontro e alla loro condanna. Le azioni, già prima mai volutamente portate a termine, sospese, ecco che ora si ritraggono sempre di più nella penombra. Mentre udiamo da lontano l’eco di Scaldati, «Illuminata», invocazione al teatro e alle sue notturnità, escono i musici, coprendoli con le ultime strofe:

«Era affacciata alla finestra
con le mani dietro la grata.
Salutava, salutava.
Nessuno rispondeva.

Chi passava non la vedeva
Chi passava non la sentiva.
Sorde strade, contrade,
scaglia di vento e pietra

Dove ogni ombra di voce
va a interrarsi».

Viviana Raciti

Visto all’Arena del Sole, Bologna – fino al 5 febbraio 2017

ASSASSINA
di Franco Scaldati
interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
scene e costumi di Mela Dell’Erba
musiche e canti originali composti ed eseguiti in scena dai Fratelli Mancuso
con Enzo Vetrano (la vecchina), Stefano Randisi (l’omino) e i Fratelli Mancuso (i genitori)
scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai
direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena Lorenzo Martinelli
capo elettricista Antonio Rinaldi
fonico Marco Calì
amministratrice Elisa Faletti
ufficio stampa Silvia Pacciarini
foto di scena Luca Del Pia
Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Le Tre Corde società cooperativa
Scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro da Gioacchino Gramolini (capo costruttore), Sergio Puzzo, Marco Fieni, Riccardo Betti. Decoratrici Elena Giampaoli, Lucia Bramati.