Teatrosofia #56. Il riso spartano, alla luce di Sosibio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 56 facciamo un passo indietro e incontriamo un nuovo autore, Sosibio. Come si divertivano gli spartani a teatro?

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

Michael Fassbender in "300"
Michael Fassbender in “300”

Alla fine della guerra del Peloponneso, che lasciò entrambe le città nemiche in grave penuria di risorse e cittadini, si poteva dire che se Atene piangeva, Sparta certo non rideva. Ma in tempo di pace e relativa prosperità, come ridevano gli spartani a teatro? Se prestiamo fede alla testimonianza di Sosibio di Sparta, storico e grammatico del III-III secolo a.C. circa, si dovrebbe supporre che gli spettacoli con cui si divertivano erano della medesima qualità del loro stile di vita: sobrio, asciutto, privo di orpelli superflui.
La fonte principale al riguardo è costituita dal libro XIV de I sofisti al banchetto di Ateneo. Questi riferisce che Sosibio registrava in una sua opera – forse il trattato Sui mimi antichi attestati in Laconia – che gli spartani si dilettavano di commedie, non particolarmente complesse. Sempre stando alle parole del grammatico, infatti, pare che il linguaggio di queste composizioni non fosse elaborato e che il contenuto drammatico fosse molto semplice, come il furto di un po’ di frutta e la presa in giro del vocabolario di un dottore straniero.

Non sappiamo quanto antichi fossero i mimi studiati da Sosibio, sicché spiegare perché queste composizioni teatrali fossero così poco complesse risulta un’impresa piuttosto ardua. Una plausibile soluzione potrebbe derivare, tuttavia, da un altro frammento dell’opera dello storico e grammatico spartano. Si tratta di un passo della Vita di Licurgo di Plutarco, che riporta come l’antico re di Sparta avesse eretto una statua rappresentante il dio del Riso per introdurre nei simposi e in altre iniziative sociali la pratica dello scherzo, in modo da ritemprare i cittadini dalla fatica e renderli più capaci di resistere alla ferrea disciplina a cui erano sottoposti. Pur non menzionando le commedie spartane, la testimonianza ci dà almeno un indizio utile sullo scopo a cui gli Spartani tendevano attraverso il divertimento. Divertirsi non consisteva per loro in un banale rilassamento, ma nel provare un piacere che rinsaldava la virtù e il valore guerresco. Lo spettacolo comico poteva costituire, dunque, una forma di divertimento finalizzato ad allentare la tensione dell’anima, per renderla ancora più virtuosa e disciplinata e pronta a sottoporsi alle fatiche.

Altri passi della Vita di Licurgo di Plutarco possono confermare tale ipotesi. Il filosofo riporta che Licurgo aveva bandito l’apparato spettacolare sfarzoso che distrae la mente dei cittadini e ostenta una ricchezza eccessiva che rende superbi, mentre aveva fortemente incentivato l’uso dello scherzo durante i pasti in comuni e le processioni religiose, concependolo come un mezzo per educare alla temperanza e alla consapevolezza dei propri difetti. Qualcosa di simile è riconosciuto sempre da Plutarco anche nella Vita di Agesilao. Nel cap. 21 egli riporta che questo re spartano era dell’idea che gli spettacoli andassero goduti con moderazione e rifiutava tutte quelle rappresentazioni artistiche apprezzate dai più, ma che non danno alcun giovamento morale.
Ad esempio, al famoso attore Callippide amato dalla folla che si pavoneggiava di fronte a lui, Agesilao mostrò disprezzo e indifferenza. A un tale che lo invitava ad andare ad assistere a una persona capace di imitare alla perfezione il verso dell’usignolo rispondeva, inoltre, di aver già ascoltato l’usignolo vero, alludendo così come una simile abilità mimetica fosse inutile e incapace di rivaleggiare con la natura.
Nessuno dei passi appena citati dalla Vita di Licurgo e della Vita di Agesilao di Plutarco sembrano dipendere da Sosibio. Non possiamo perciò essere sapere se quest’ultimo potesse aver citato la condotta di questi antichi re verso lo spettacolo, per spiegare la semplicità delle commedie spartane. D’altro canto, non è nemmeno possibile escluderlo a priori, perché Plutarco potrebbe anche dipendere da uno storico che leggeva direttamente Sosibio. Come che stiano i fatti, si può concludere che gli spartani apprezzavano il loro teatro asciutto per il fatto di essere una via breve verso la virtù. Lo scherzo e il gioco erano per loro – e forse dovrebbero tornare a esserlo anche per noi – attività assolutamente serie.

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Sosibio: Spartano, grammatico; fu uno dei cosiddetti «Risolutori» [i.e., degli studiosi che risolvevano problemi filologici e interpretativi dei testi poetici antichi]. Nei suoi scritti descriveva commedie che erano chiamate dichelistai e mimeloi. [Scrisse un trattato] Sui mimi antichi attestati in Laconia e altri testi (Lessico Suda, lettera Σ, voce 869 = Sosibio, testimonianza 1)

A Sparta, come racconta Sosibio, c’era un antico genere di intrattenimento comico che non richiedeva troppo impegno, perché anche in questo Sparta ricerca la sobrietà: con un linguaggio semplice si imitavano dei ladri di frutta o un medico straniero che parla come nell’esempio che ci dà Alessi in questi versi della Donna che beve la mandragora: «Se un medico / dei nostri posti dice: “Dategli al mattino / una scodella d’orzata”, subito lo snobbiamo: / se invece uno dice: “scotela” e “orsata” restiamo affascinati. Così pure se dice “bietola”, non lo teniamo in considerazione; / se invece dice “costa” gli diamo retta volentieri, / come se la costa non fosse la stessa cosa della bietola». Quelli che praticavano tale intrattenimento a Sparta erano chiamati deíkeliktai, come a dire “creatori d maschere” e “mimi” (Ateneo, I sofisti al banchetto, libro XIV, cap. 15)

E infatti lo stesso Licurgo non era sempre serio, anzi, Sosibio racconta che fu lui a far erigere la statuetta del Riso, col proposito di introdurre nei simposi e nelle altre riunioni del genere, secondo l’opportunità, lo scherzo per addolcire la fatica e la disciplina (Plutarco, Vita di Licurgo, cap. 25, § 4 = Sosibio, fr. 19)

Licurgo pensava che tali edifici non favorissero sagge deliberazioni, ma che anzi fossero dannosi, poiché rendevano frivole e gonfie di vuota superbia le mente dei convenuti, quando durante l’assemblea si distraggono a guardare statue e dipinti o prosceni di teatri o soffitti di aule consiliari sfarzosamente decorati (Plutarco, Vita di Licurgo, cap. 6, § 5)

I pasti in comune li frequentavano anche i ragazzi, che vi erano condotti come a scuole di moderazione: vi ascoltavano discussioni di politica, assistevano a scherzi degni di uomini liberi, ed essi stessi si abituavano a scherzare e a far burle senza volgarità, e a non risentirsi se venivano burlati. Anche questa di saper stare allo scherzo sembra che fosse una caratteristica tipica dello spirito spartano (Plutarco, Vita di Licurgo, cap. 12, §§ 6-7)

Per eliminare poi in loro [scil. i giovani spartani] ogni forma di mollezza, di sedentarietà, di effeminatezza, abituava le ragazze non meno dei ragazzi a partecipare nude alle processioni e a cantare e danzare in alcune feste religiose in presenza e sotto gli occhi dei giovani. Accadeva anche che esse, con battute scherzose, rimproverassero quelli di loro che commettevano qualche mancanza; e viceversa, dedicando canti di lode ai meritevoli, infondevano nei giovani grande ambizione e spirito di emulazione (Plutarco, Vita di Licurgo, cap. 14, §§ 4-5)

Dal canto suo Agesilao rispetto a queste cose [i giochi spettacolari] era del parere che bisognasse essere sempre moderati e onorava i cori e le gare in patria e vi assisteva sempre con molto interesse e attenzione, né trascurava una gara di fanciulli o fanciulle, mentre quegli spettacoli che vedeva che gli altri ammiravano dava l’impressione di non conoscerli neppure. Una volta l’attore tragico Callippide, che aveva grande rinomanza fra i Greci ed era da tutti stimato, dapprima gli andò incontro e lo saluto, poi si unì a quelli che passeggiavano con lui e sfacciatamente faceva mostra di sé, credendo che il re avrebbe cominciato a manifestare una qualche cortesia verso di lui, infine disse: «Non mi riconosci, o re?». Agesilao, scrutandolo, rispose: «Ma tu non sei Callippide, il guitto?». (Così gli Spartani chiamano gli attori). Un’altra volta, invitato ad ascoltare un tale che imitava l’usignolo, rifiutò dicendo: «Ho ascoltato quello vero» (Plutarco, Vita di Agesilao, cap. 21, §§ 7-9)

[La traduzione della voce del lessico Suda è mia. Cito Ateneo da Luciano Canfora (a cura di), Ateneo. I deipnosofisti: i dotti al banchetto. Volume III, introduzione di Christian Jacob, Roma, Salerno, 2001. Gli estratti dalle vite di Plutarco sono invece tradotti da Angelo Meriani, Rosa Giannattasio Andria (a cura di), Vite di Plutarco. Volume sesto: Licurgo e Numa, Lisandro e Silla, Agesilao e Pompeo, Galba e Otone, Torino, UTET, 1998. Infine, le fonti su Sosibio sono raccolte da Andrew Bayliss, Sosibios (595), in Ian Worthington (ed.), Brill’s New Jacoby, ed. online]

Enrico Piergiacomi