Nora Helmer non è una femminista. Una casa di bambola per Andrée Ruth Shammah

Una casa di bambola di Henrik Ibsen diretto da Andrée Ruth Shammah al teatro Argentina. Recensione

Foto Tommaso Le Pera
Foto Tommaso Le Pera

Antonio Gramsci nel 1917 vedeva nella rivolta di Nora Helmer, incosciente e determinata, la possibilità di un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società tardo ottocentesca. Dopo una vita (in tre atti architettati da Henrik Ibsen) passata nella gabbia dorata che il marito Torvald aveva creato per proteggerla e idolatrarla, la giovane Nora abbandona la casa perché, non conoscendo il mondo, è arrivato il momento che provi a educare se stessa. In accordo con questa interpretazione (scandalosa e oscena per l’epoca, il 1879) Casa di Bambola ha incarnato a lungo il sogno femminista, la possibilità che la donna dovesse essere considerata un essere umano, che potesse conquistare la propria libertà indipendente anche al prezzo di abbandonare la casa, il marito e i figli.

Foto Tommaso Le Pera
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Eppure nello stesso testo alcuni conti non tornano.  Ne parlò prima il famoso psicanalista Georg Groddek in un saggio del 1910 sul teatro ibseniano tra tragedia o commedia e ne ha ripreso la lezione in tempi più recenti Roberto Alonge (nell’introduzione all’opera edita da Mondadori, 1991), evidenziando alcune “stonature” della protagonista che, fin dal primo incontro con l’amica persa di vista, non manca di essere pungente, di evidenziare la propria felicità, mettendo in imbarazzo l’altra. Non vengono tralasciati i riferimenti espliciti, la grazia civettuola, la frivolezza, l’inganno con cui colora il proprio rapporto con il mondo. Quanto è prigioniera di questa realtà dove a muovere le pedine dovrebbero essere il marito, lo strozzino (con cui ha contratto un ingente debito per salvare il marito a sua insaputa) e l’amico dottore (segretamente innamorato di lei)? Quanto invece non è per interesse personale, per bieco tornaconto, comodità, egoismo perfino, che la bambola accetta il proprio ruolo in questo gioco?

Foto Tommaso Le Pera
Foto Tommaso Le Pera

A questa seconda lettura appartiene l’interpretazione di Andrée Ruth Shammah (sue traduzione e regia) per l’allestimento in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma, prodotto l’anno scorso dal Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana, con Filippo Timi e Marina Rocco come protagonisti. «Nora è una stronza» ha dichiarato la regista in un’intervista; quella che vediamo sulla scena è una bambina viziata nemmeno troppo cresciuta, bambina che agisce e si lascia agire dentro la sua bella casa. L’allestimento (lo spazio è di Gian Maurizio Fercioni, gli elementi di Barbara Petrecca e i bei costumi di Fabio Zambernardi e Lawrence Steele) rimanda chiaramente a quelle gigantesche case per bambole ottocentesche. Dall’ingresso sulle note di un glokenspiel fino alle leggere porte lignee su esili pareti di quella che pare carta velina, e poi un albero di natale che si intravede mentre piovono bianchi coriandoli di neve ad ogni apertura di porta; panno rosa, velluto verde, tutto una favola. Una nota a parte per le luci di Gigi Saccomandi, calde, pastello, che, come a seguire la trasformazione psicologica dei personaggi, passano attraverso morbidi cambi da tonalità caramello fino a una progressiva freddezza, quasi lattiginosa nel finale.

Foto Tommaso Le Pera
Foto Tommaso Le Pera

La lettura reazionaria aleggia su tutto lo spettacolo e anche gli attori non ne sono esenti. Marina Rocco serve fino in fondo la causa, seppure corre il rischio che il carattere attribuito non sia invenzione ma limite; il chiacchiericcio vuoto del primo atto e poi l’isteria delusa e disperata del finale rendono vuota la sua promessa di indipendenza. Non avendo ottenuto «la cosa meravigliosa» – ovvero l’improbabile perdono del marito – si cambia d’abito e scappa via, senza una reale trasformazione, se fosse la frustrazione a spingerla avanti, ad abbandonare il gioco quando questo si è rotto, la capiremmo; quel che forse temiamo è che sia l’interpretazione a perdere dello spessore raccontato. Per i personaggi maschili, tutti interpretati da Filippo Timi, si assiste come a una sorta di cristallizzazione dell’ “uomo”, le cui diverse facce vengono suddivise tra il paternalismo didattico e amorevole di Torvald, l’ombrosità passionale del malandato Dottor Rank e l’approfittarsi sfacciato di Krogstad. Un paio di caratteristiche a ciascun personaggio non individuano però chiaramente il passaggio e la distinzione netti tra l’uno e l’altro. Basta un collare, una gamba zoppa, una sciarpa diversamente annodare e il cambio è servito. Non troverete nulla di inconsueto, strabordano alcune strizzatine al pubblico, gli ingressi (e l’uscita trionfale) dalla platea. Nulla che spinga l’uditorio a mettere in crisi il proprio perbenismo, la propria integerrima morale, coccolato dalle luci e rassicurato dal gioco (ammiccamento) degli attori, dall’arpa suonata in scena dalla piccola figlia (discreta esecuzione della giovanissima Angelica Gavinelli), dalla goliardia di Helmer durante la prova della tarantella, dalle moine sventate al dottore fino al bacio velato tra l’amica e lo strozzino. Ci si sconvolge? No, ci si compiace sottilmente. Applaude la platea, crede di riconoscersi, sì, ma non di certo in quella «sorella spirituale del proletariato femminista», bensì nella bambola determinata – non a essere manovrata, ma a manovrare tutti, dall’ingresso fino alla fine. Peccato che sembra che non si siano fatti i conti con un pezzo di storia.

Viviana Raciti

Teatro Argentina, Roma – fino al 19 febbraio 2017

Tour
21 – 26 febbraio: Napoli, Teatro Bellini
28 febbraio – 12 marzo: Milano, Teatro Franco Parenti
14 – 19 marzo: Perugia, Teatro Morlacchi
21 marzo – 2 aprile: Torino, Teatro Carignano
4 – 9 aprile: Genova, Teatro Stabile (La Corte)

UNA CASA DI BAMBOLA

di Henrik Ibsen
traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah
con Filippo Timi e Marina Rocco
con la partecipazione di Mariella Valentini
e con Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli, Paola Senatore
spazio scenico Gian Maurizio Fercioni
elementi scenici Barbara Petrecca
costumi Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele
luci Gigi Saccomandi
musiche Michele Tadini

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Comments
  • paolo 13 febbraio 2017 at 22:31

    Peccato che non si stigmatizzi abbastanza l’inadeguatezza di Timi uno e trino, compiaciuto dei suoi inciampi verbali e del suo vacuo gigioneggiare, adatto ad Ibsen come la lana all’estate. E la compagnia non è all’altezza, tra dizioni che lasciano trasparire cadenze meneghine, entrate fuori tempo e una generale stanchezza

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