Interpellare il vuoto. Nerval Teatro porta in scena Lucia Calamaro.

Ma perché non dici mai niente: la scrittura di Lucia Calamaro per la messa in scena di Nerval Teatro presso Spazio Zut! a Foligno. Recensione.

Foto Angelo Maggio
Foto Angelo Maggio

Mary indossa una vestaglia rosa malva e si muove in uno spazio bianco. Il fondale è appena increspato, attraversato da qualche sottile ombra grigia. Sul palco solo dei semplici pezzi d’arredo, elementari coordinate visive a suggerire un ambiente domestico che ha, allo stesso tempo, il carattere astratto dei ricordi evocati e quello, concreto e penoso, della stanza della solitudine. Ad aggiungere tridimensionalità – la scena è convessa, quasi a proiettare distanze tra Mary e il suo pubblico – è un delicato rintocco pianistico, come delicata è l’iridescenza verde della luce chiara che investe il palcoscenico.

Elisa Pol è un’interprete sensibilissima che, con capacità vocale disorientante (sembra quasi che le tonalità più rauche siano in correlazione, mai intuitiva, con le rifrangenze più ironiche del suo discorso), intensifica la complessità di questa figura femminile e del suo incessante interpellare un marito scomparso. Lo spettatore non ha riferimenti razionali, l’inaffidabilità del punto di vista di Mary è subito evidente: balugina il sospetto di malattia neurologica ma il vero focus è sulla sottrazione di ogni interlocuzione, uno spazio prosciugato in cui lo sforzo di mantenersi umani è affidato all’ossessivo parlare, alla riproduzione del movimento dentro uno spazio e un tempo ormai esclusivamente mentali.

foto ufficio stampa
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Ma perché non dici mai niente è un monologo scritto da Lucia Calamaro, messo in scena da Nerval Teatro, per la regia di Maurizio Lupinelli (è la prima volta che Calamaro non cura l’allestimento di una propria scrittura drammaturgica), ha debuttato all’interno della scorsa edizione di Primavera dei Teatri e ora riappare a Foligno, sul palco dello Spazio Zut! che ha collaborato alla realizzazione.

«La vita non me la sono mai immaginata così, ferma nel niente: un eterno presente senza movimento» mormora la protagonista e il pensiero corre a La vita ferma, l’ultimo lavoro di Calamaro (che andrà in scena a Spazio Zut! ad aprile): un’altra indagine sul trauma, ispezionato attraverso la parola e le sue alienate insistenze. L’intelligenza della scrittura si fa evidente nella costruzione per immagini: nella loro ripetibile semplicità, gli accostamenti visivi evocano lugubri suggestioni e stridori – sempre disseminati da intermittenze ironiche, di ricordi che lampeggiano per un attimo –, generando senza alcuna retorica la densità sinestetica e percussiva del pensiero: «Le cose non successe ti guardano con gli occhiacci della perdita […] non è facile prendere una decisione, quando il mondo esterno è un brulicare ostile di brutte macchie opache».

foto ufficio stampa
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La riflessione sul corpo è condotta attraverso la giustapposizione di dati materici – la carne è accostata al marmo e alla polvere, i fianchi nominati in associazione, per indistinguibilità, agli stipiti della porta – ma corretta e armonizzata dalla presenza in scena di un corpo giovane, nascosto dalla seta cangiante, ma di cui, nell’ampiezza dei movimenti, si intuisce la grazia. Questa distanza – sempre mutevole, sempre segmento di interpretazione personale e viva, affidata a chi osserva – tra il corpo verbalizzato, le parole che lo descrivono freddo e contratto, e la leggerezza di quello percepito è, forse, il tassello che la messa in scena di Nerval aggiunge allo studio sull’ambiguità che Calamaro conduce da anni.

Attraverso questo suo lungo lavoro l’artista romana ha elaborato una nuova lingua teatrale, digressiva e fluttuante, che ha ormai conquistato una forte riconoscibilità e che misura la sua estensione su tanti criteri: pronunciabilità, relazione articolata con lo spazio e con il movimento scenico (li sovrasta, li include, si lascia contraddire), capacità di farsi ora custodia del frammento ora generoso bacino per l’accumulo semantico, dono di far apparire, e a volte attraversare, i confini invisibili delle cose che nomina.

Ilaria Rossini

Spazio Zut!, Foligno – gennaio 2017

MA PERCHÉ NON DICI MAI NIENTE?
di Lucia Calamaro
con Elisa Pol
regia Maurizio Lupinelli
costumi Sofia Vannini
luci Silvia Foti
produzione Nerval Teatro
coproduzione Armunia Festival Inequilibrio
con il sostegno di Regione Toscana – Settore Spettacolo
in collaborazione con Santarcangelo Festival – Spazio Zut!

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.