Federica Fracassi. Santa, matta, cane, Eva.

Federica Fracassi racconta la sua carriera d’attrice e di animatrice del Teatro i di Milano. Intervista

Federica Fracassi
Federica Fracassi

Raggiungiamo al telefono Federica Fracassi, attrice e una delle anime della realtà milanese Teatro i; è in macchina, in viaggio verso Roma dove dal 16 al 18 dicembre al Teatro Biblioteca Quarticciolo presenterà Eva (1912-1945), la seconda tappa della Trilogia dello Spavento scritta per lei da Massimo Sgorbani e diretta come – quasi –sempre da Renzo Martinelli. Lasciamo che ci racconti delle origini del proprio lavoro, di quello della compagnia e delle attività del Teatro i…

Quali tappe consideri fondamentali all’interno del tuo percorso artistico?

Sicuramente il Teatro i e la collaborazione con Renzo Martinelli che inizia da prima del nostro lavoro in teatro, ed è parallela alla mia formazione alla Paolo Grassi. L’ho conosciuto a vent’anni e abbiamo iniziato a fare un percorso di ricerca insieme. Poi nel 2004 abbiamo iniziato a curare questo teatrino che già esisteva assieme a Francesca Garolla, che è la nostra terza anima e dramaturg. E dunque da lì anche i progetti sono diventati più precisi, hanno avuto un luogo, uno sviluppo, altre figure come Fabio Cinicola che cura video e suoni e Mattia De Pace alle luci. Chiaramente dal punto di vista della collaborazione con Renzo io sento che le esperienze che mi hanno formato sono state, prima di Teatro i, i lavori sui testi di Antonio Moresco. In particolar modo La santa che aveva vinto il premio dedicato agli spettacoli per il Giubileo nel 2000 (Sette spettacoli per un nuovo teatro italiano per il Duemila, ndr) quando il Teatro di Roma era diretto da Mario Martone, e che mi permise a ventotto anni di passare dal Centro Sociale di Leoncavallo al Teatro Argentina come protagonista di uno spettacolo in cui respiravo solamente, non dicevo una battuta per tre ore. È stato fondamentale per la mia visione dello stare in scena. Un altro lavoro significativo è stato Prima della pensione di Thomas Bernhard, dove abbiamo affrontato, molto più giovani, dei personaggi “fuori età”: grande scuola per la memoria, la gestione delle parole, degli altri in scena. Tappa importante anche l’ultima in cui ci siamo messi alla prova con la lingua di Testori in Erodiàs. D’altra parte, cerco di mantenere una doppia anima: ho il mio luogo, ma credo che per un’attrice sia fondamentale confrontarsi con altri linguaggi, fa crescere molto e allena a un’elasticità mentale e spirituale, anche se è molto difficile farlo. Ho lavorato con Valter Malosti su Corsia degli incurabili, uno spettacolo che ritengo fondamentale, poi Valerio Binasco, Antonio Latella, tutti registi molto importanti per me.

Erodiàs. Foto Lorenza Daverio
Erodiàs. Foto Lorenza Daverio

Qual è il tuo approccio in qualità di attrice nei confronti dei diversi testi? Ci sono state delle evoluzioni?

All’inizio ero anche un po’ più autrice, avevo un po’ questa funzione di dramaturg che ora fortunatamente gestisce Francesca. Non mi sono mai pensata drammaturga o regista – credo che per fare regia devi avere una visione sul mondo molto precisa, un mondo molto diverso da quello dell’attore –  però insieme a Renzo abbiamo elaborato delle drammaturgie a partire da romanzi, poi a un certo punto abbiamo incontrato autori più propriamente teatrali: Moresco, Wajdi Mouawad con Incendi, poi abbiamo messo in scena Hilda di Marie NDiaye, Bernhard, Fosse… Ora mi affascinano i classici contemporanei, mi interessa tantissimo ad esempio la tradizione reinventata di Latella. Dico scherzando che mi sento un po’ un’apripista: mi chiamano sempre su progetti particolari, per ruoli strani, da costruire. Credo che adesso vorrei affrontare maggiormente la sfida di interpretare qualcosa che è già stato fatto più volte, dedicarmi più ai classici. Per quanto riguarda la recitazione, a parte forse con Binasco (con cui sono partita da un percorso più interiore del personaggio, più “psicologico”), di solito lavoro seguendo un percorso che va dall’esterno, dalla forma, all’interno, e che crea una drammaturgia dello spettacolo in cui io sono parte assieme ai suoni e ai segni visivi. E questo chiaramente orienta la mia recitazione.

La corsia degli incurabili. www.teatrodellelfo.it
La corsia degli incurabili. www.teatrodellelfo.it

Hai dei “numi tutelari” rispetto la tua idea di teatro?

Non ho avuto un percorso con dei “maestri”, ma più da autodidatta, ovvero a partire dall’esperienza concreta assieme a Renzo e agli altri registi con cui ho lavorato. Ti potrei citare delle cose che sono lontanissime tra loro: Carmelo Bene, con cui feci un seminario, per me è un esempio che va al di là di tutto, a partire da un lavoro molto tecnico e precisissimo, difficile da trovare, era un’eccellenza che si distingueva anche dal gruppo di cui faceva parte. Aveva una voce, e portava avanti una ricerca sul classico che però era in grado di stravolgere. Non farei mai qualcosa à la Carmelo Bene ma la sua unicità è importantissima, mi ha insegnato a trovare la mia specifica e a essere molto seria. Mi piacciono gli attori che hanno una base, ma non sono attratta dal virtuoso, bensì da qualcosa che sia in grado di sconvolgerti, dunque ti potrei citare Danio Manfredini, Mariangela Gualtieri, che poi sono stati un po’ dei numi tutelari, dei riferimenti all’inizio del mio lavoro. Un regista con cui vorrei lavorare ora è Christoph Marthaler, che mi fa impazzire nel suo gioco di tanti linguaggi e che coinvolge allo stesso modo tante persone.

E invece quale è stata per te un’esperienza memorabile da spettatrice?

Senza pensarci troppo mi viene in mente Thierry Salmon, lui aveva una capacità unica. Chiaramente mi riferisco a un po’ di tempo fa, un periodo in cui vedevo tante cose che mi hanno segnato pur nella mia ingenuità d’inizio. Ma sono tutt’ora convinta del valore del suo lavoro sull’attore e sul pubblico, dava sempre al pubblico una posizione, ti sentivi sempre partecipe. Mi ricordo de I demoni, al CRT a Milano; Salmon dispose gli spettatori sul lato orizzontale della sala, per cui non sempre vedevamo le stesse cose, la storia era narrata per noi e anche i vuoti che si creavano entravano a far parte dello spettacolo. Oppure quello tratto da Marguerite Duras con le due gemelle (A. da (secondo) Agatha, incentrato sull’incesto fraterno, 1986, ndr), in un paesino dell’Emilia Romagna, aveva coperto la platea e il pubblico poteva assistere soltanto da lontano. O ancora il lavoro con i ragazzi alla Paolo Grassi, in cui ci chiedeva di lavorare su un altro attore che poi sarebbe diventato il nostro personaggio; mi sono sempre sentita in prima linea nei suoi spettacoli, è sempre stata un’esperienza, memorabile.

Federica Fracassi. brownbunnymagazine.wordpress.com
Federica Fracassi. brownbunnymagazine.wordpress.com

Riprendiamo invece il discorso sul periodo a cavallo dello scorso millennio, in riferimento anche all’esperienza con Martone: senti che il tuo lavoro, sia in quanto attrice che in quanto Teatro i, appartenga a una generazione specifica?

Esisteva una generazione, quella dei “Teatri ’90”, e in quel periodo potevamo essere definiti così, ma solo riguardo a un inizio di percorso. Dopodiché noi, da una parte con il lavoro di programmazione del teatro e dall’altra, lavorando noi per primi anche per altre produzioni abbiamo cavalcato un’apertura, non ci siamo segregati in quella dimensione, sento che ci siamo evoluti. Sicuramente abbiamo una nostra identità, un’identità legata alla regia di Renzo, al Teatro i ma anche a tutto il resto che facciamo. Credo che anche tra i gruppi che sono venuti dopo ce ne siano pochissimi salvati in quella forma che li ha visti nascere, credo che sia molto bello iniziare coesi, con un’idea comune anche tra gruppi diversi, ma credo che adesso sia molto difficile, quasi autistico da mantenere.

In rapporto alla realtà milanese come si colloca e come resiste il Teatro i?

Nonostante tutti i cambiamenti di contesto, Milano secondo me è la città del teatro in Italia, perché ha una tradizione di case teatrali nate anche negli anni 80 come il Teatro dell’Elfo, o il Franco Parenti ancora prima, e che si sono sviluppate come centri produttivi. Hanno creato un buon esempio, quindi quando c’era un vuoto non a caso siamo nati noi, il Teatro Ringhiera ha fondato l’Atir, il Teatro della Cooperativa di Renato Sarti, e ne continuano a nascere. Noi come Teatro i abbiamo intercettato quel vuoto: c’era un momento di stanca, non passavano molte cose nuove da Milano, noi abbiamo trovato una casa in cui fare meglio le nostre produzioni e aprire a quei gruppi che adesso stanno anche in tutti i teatri di cui parlavo prima.

Vista la nostra natura ci stiamo concentrando anche sulla produzione di compagnie del territorio più giovani, che hanno bisogno di crescere. Questo in aggiunta alla nostra attività di programmazione – quest’anno abbiamo portato tra gli altri Latini, Marta Cuscunà che, anche se sono già passati da Milano, riescono sempre ad aggregare. Abbiamo questa formula che si chiama Città Balena, che è una sorta di festival esploso in tre bolle (autunnale, invernale e estiva) in cui la programmazione è concentrata ogni volta in quindici giorni. Ci sono più spettacoli a sera lungo una tenitura di tre-quattro giorni; cerchiamo di usare non solo il teatro ma anche spazi adiacenti, negozi, per far esplodere la stagione nel quartiere.

Foto Lorenza Daverio
Eva. Foto Lorenza Daverio

Arrivando invece al progetto di cui fa parte Eva, che sarà in scena a Roma, mi racconteresti come è nata l’idea di mettere in scena la Trilogia dello Spavento?

Il progetto è nato sul desiderio reciproco di lavorare con Massimo Sgorbani. Per primo mi propose Blondi. Era riuscito a trovare il cortocircuito perfetto per cui il protagonista è un animale devoto, innamorato, anzi innamorata del proprio padrone, senza sapere, essendo un cane, che quel padrone è Hitler, mentre il pubblico lo sa. E io rimasi affascinata da questo meccanismo drammaturgico, ma anche dal suo linguaggio; non so come, ma lui è riuscito a far parlare Blondi, senza psicologismi ma con un ritmo “canino”. Dunque una serie di fattori mi avevano convinto della validità del testo. Portato un estratto alla premiazione del Duse, avevamo avuto un riscontro molto bello e così poco dopo il Piccolo ci ha prodotto e fummo al Teatro Studio. Purtroppo questo fa sì che sia anche più complicato da portare in giro perché non è facilmente adattabile, ha bisogno di un po’ di spazio… Mi piacerebbe però “portare in giro il cane” [ride] perché anche atleticamente è piuttosto impegnativo e non vorrei diventare troppo vecchia per farlo! Contemporaneamente ha iniziato a scrivere anche Eva (1912- 1942) e Magda e lo spavento ora tutti editi da Titivillus: Sgorbani avrebbe potuto scrivere anche altre figure perché voleva indagare come la figura femminile potesse seguire il male, non solo lei ma in generale come noi potessimo esserne rimasti affascinati. Un po’ partendo anche dalle questioni lanciate dalla Arendt ne La banalità del male e da come siamo dentro di noi: da artisti, da attori, possiamo indagare anche quelle parti che non pensiamo di avere, pensiamo che il male sia fuori di noi, ma quanto male c’è in noi? Quanto fascino subiamo? Quanto decidiamo di non vedere?

In seguito si è sviluppata l’idea che io fossi l’interprete per tutti e tre i monologhi e che Renzo ne fosse il regista. Dunque è stato interessante vedere come in cinque anni siano usciti tre spettacoli molto diversi tra loro pure se aventi una cifra che li collega. Tra tutti Eva è quello, diciamo così, più semplice, pensato site specific per il teatro nelle case, ma è stato rappresentato tanto in teatro quanto nei luoghi più disparati, dalle chiese sconsacrate agli spazi espositivi. Forse anche per questo è stato quello che più spesso abbiamo portato fuori, ma meno a Milano. Il meccanismo drammaturgico ruota attorno al dialogo tra Eva Braun e la sua eroina in video, Rossella o’ Hara; continua a dialogare con il suo film preferito che è Via col vento e con Rossella che è il suo doppio. Forse è la più stupidina tra le tre, è colei che per non vedere l’orrore continua a recitare, continua a convincersi che la sua vita sia la migliore del mondo, quella di attendere l’uomo che deve arrivare, che il suo matrimonio nel bunker è il più bello del mondo.

…Cade la linea. Del resto pensiamo anche noi alle parole di Hannah Arendt: «I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perchè certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare». Forse ci sarà ancora un altro giorno.

Viviana Raciti

In scena al Teatro Quarticciolo dal 16 al 18 dicembre 2016

EVA (1912-1945)
da Innamorate dello spavento
di Massimo Sgorbani
con Federica Fracassi
regia di Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
audio e video Fabio Cinicola

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».