Politiche culturali a Roma: 6 punti per Raggi e Bergamo sul teatro

Politiche culturali a Roma e teatro: abbiamo individuato 6 punti rispetto ai quali la nuova Giunta di Virginia Raggi deve muoversi nel breve e medio termine

Una sala del Teatro India, foto www.teatrodiroma.net
Una sala del Teatro India, foto www.teatrodiroma.net

Questa lista non va letta come una classifica, ognuno dei sei punti è un nodo centrale. Naturalmente chi si occupa di teatro a Roma sa che queste sono solo alcune delle problematiche, ma probabilmente sono anche quelle più urgenti con cui il nuovo Sindaco del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi e il suo assessore alla Cultura – Luca Bergamo, annunciato come prossimo inquilino di Piazza Campitelli – avranno a che fare.

1) – Teatro Valle
Ogni movimento in merito viene giudicato sul piano nazionale e internazionale, il Teatro Valle è l’occhio del ciclone. Ora che la struttura è passata al Comune di Roma non ci sono scuse, sono stati stanziati i finanziamenti per la ristrutturazione, bisogna cominciare al più presto. Il Campidogolio però deve riflettere sulla gestione. Le giunte precedenti hanno sempre visto nel Teatro di Roma l’interlocutore naturale, ma il Teatro Nazionale è in affanno. Avrà la forza per prendersi cura anche di un’altra storica sala? Qualche mese fa Romaeuropa, per voce del direttore artistico Fabrizio Grifasi, invocava lo strumento del bando – la Fondazione che produce lo storico festival potrebbe giocarsela e trovare finalmente una casa. Inoltre c’è il recente passato a cui guardare per capire come mettere in relazione il futuro di questo (e altri luoghi della cultura) con l’esperienza della partecipazione diretta dei cittadini.

2) – Teatri di Cintura
Si chiamavano così prima che l’amministrazione Alemanno si inventasse la Casa dei Teatri, nome poi cambiato in Teatri in Comune dalla Giunta Marino per unificare la nomenclatura a quella museale. Ma soprattutto qui c’è un problema di radicamento sul territorio: la chiusura a cui sono stati sottoposti questi spazi rischia di vanificare il lavoro di anni. Virginia Raggi dovrà ripensare i meccanismi che sono alla base della struttura dei Teatri in Comune (il ruolo di Zètema, ad esempio) e i finanziamenti. Quest’ultimo punto è decisivo: l’investimento deve permettere ad artisti e maestranze tutte di poter lavorare con dignità, anche perché ora va ricostruito un pubblico abbandonato. Alle problematiche degli ex Teatri di Cintura andrebbe inoltre aggiunta quella relativa ad altri luoghi chiusi a forte vocazione pubblica, come il Teatro di Villa Lazzaroni, in attesa della riapertura da decenni.

3) – Piccoli teatri
A Roma ci sono più di ottanta teatri, molti dei quali sono sotto ai cento posti. Alcuni di questi contribuiscono alla vitalità delle periferie, altri sono decisivi per garantire ai giovani la possibilità di sperimentare, alcuni ormai programmano spettacoli che nel resto d’Italia vengono ospitati da sale ben più importanti. L’amministrazione deve entrare in dialogo con questi spazi e capire come accompagnarli in un percorso di crescita: piccoli aiuti economici per l’affitto, sburocratizzazione, leva fiscale e gestione semplificata delle affissioni sono solo alcune delle pratiche da mettere in atto. Inoltre vi sono luoghi ingiustamente finiti sotto la scure anti-Affittopoli: il caso del Teatro La Comunità di Giancarlo Sepe e quello del Teatro La Casetta dimostrano una mancata capacità da parte dell’amministrazione Tronca di distinguere i reali casi di malaffare da quei luoghi che invece svolgono un lavoro culturale per i propri cittadini e che perciò dovrebbero meritare un trattamento diverso rispetto agli speculatori.

4) – Spazi e tempi per la ricerca
Nello scorso decennio la Capitale era un serbatoio di idee per il nuovo teatro. Lo abbiamo raccontato spesso su queste pagine: alcuni dei gruppi, che in seguito sono stati apprezzati come una nuova ondata d’avanguardia sul piano nazionale, a Roma sono passati per spazi autogestiti, occupati o più in generale con una vocazione fortemente indipendente. Alcuni di questi artisti partivano proprio da Roma per affermarsi poi in Italia e in Europa. Da questo punto di vista la Capitale vive uno dei momenti più neri. La sperimentazione artistica ha bisogno di un tempo di ricerca e di creazione differente da quello concepibile solo secondo logiche di mercato. Gli spazi in città non mancano, aspettano solo una riqualificazione.

5) – Lavoro sul pubblico
Lavorare sul pubblico non significa solamente sburocratizzare quelle procedure che permettano ai teatri di promuovere il proprio lavoro oppure convogliare risorse per un accesso facilitato allo spettacolo dal vivo (abbonamenti e biglietti a prezzi vantaggiosi per studenti e per chi si trova in difficoltà economiche), ma vuol dire anche creare una coscienza critica, dare al pubblico gli strumenti per poter scegliere e per apprezzare; vuol dire impegnarsi (insieme alla Regione) per creare piani di azione per l’educazione e la visione del teatro nelle scuole.

6) – Teatro Nazionale
Il Teatro di Roma, lo abbiamo detto, nonostante il titolo raggiunto di Teatro Nazionale, è in palese difficoltà: non riesce a relazionarsi con il territorio ed è in perenne affanno sul piano della comunicazione e promozione. È anche vero che l’Ente diretto da Antonio Calbi (che ad oggi è ancora un’Associazione) negli ultimi anni ha subito importanti tagli da parte degli enti locali. Se nel 2013 il Comune spendeva 3.332.000 euro nel 2014 si è scesi a 2.750.000,00 euro; per capirci, il Comune di Milano nello stesso periodo contribuiva all’attività del Piccolo Teatro con 4.605.330 euro.
Inoltre il Teatro di Roma deve vedersela con la gestione del Teatro India: un luogo praticamente abbandonato, nel quale gli spettatori più appassionati sfilano velocemente per assistere agli spettacoli e poi scappano via. Per il resto, è il deserto: una volta c’era un bar, una volta c’era una libreria, ora rimane solo una platea dalla quale metà del pubblico ha problemi di visus e una zona esterna di cui l’incuria è il tratto caratteristico. Doveva essere lo spazio destinato alle giovani compagnie, alla sperimentazione. La nuova amministrazione ha il dovere di far sapere alla città quali sono i propri piani nei confronti di questi luoghi e di capire in breve tempo come aprirli realmente agli artisti più meritevoli.

Andrea Pocosgnich

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