ITFestival: il teatro per frammenti che ha conquistato Milano

ITFestival: si è appena conclusa la quarta edizione, abbiamo avuto modo di partecipare a un paio di giorni di festival, qui vi raccontiamo di questo progetto ormai centrale per la città di Milano

foto Elisabetta Brian
foto Elisabetta Brian

Che cosa vuol dire essere un artista teatrale indipendente? Che cosa c’è dietro l’etichetta? Questa è sempre sinonimo di qualità? Cosa accade se in una città le compagnie indipendenti uniscono le forze per dar vita a un festival teatrale che non abbia una direzione artistica e perciò un’organizzazione piramidale? ITFestival, appena concluso per la quarta volta negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano, muove queste e altre domande e interpreta pienamente la necessità, comune agli artisti di tante altre città d’Italia, di poter mostrare il proprio lavoro al maggior numero di persone possibile, operatori compresi, e allo stesso tempo di avere una chance per sperimentare. Mettere alla prova un percorso artistico all’interno di una mappa estesa in cui si incrociano i percorsi degli altri è un momento imprescindibile, ma il passaggio che parallelamente deve accadere riguarda invece il pubblico: perché quella geografia fatta di tracciati artistici, linee estetiche, linguaggi e metodologie performative deve necessariamente prendere la forma di una festa.

foto Elisabetta Brian
foto Elisabetta Brian

E la manifestazione di tre giorni, organizzata dall’associazione IT in partnership con il Comune di Milano grazie al sostegno della Fondazione Cariplo, è una grande festa, un luogo dove portare la famiglia e gli amici. Quello che una volta era uno spazio industriale (ora recuperato dalla città come luogo di pratiche culturali) diventa spazio pubblico, all’interno del quale ci si imbatte nelle piccole tende con i colori sociali del festival, giallo e nero, pensate probabilmente per il relax di compagnie e pubblico durante la maratona di spettacoli e nelle pause. Nel grande piazzale i banchi dello street food fanno da perimetro a una zona di scambio con tavolini coperti. Qui ci si incontra, si parla, si commenta, si cena, senza uscire – al massimo ci si allontana per un salto alle nuove opportunità della cucina asiatica offerte da via Paolo Sarpi ormai in evoluzione, una sorta di Chinatown 2.0.

foto Rosalba Amorelli
foto Rosalba Amorelli

Ad ogni spettacolo si forma velocemente una corposa fila di spettatori in attesa che vengano distribuiti i bigliettini con cui entrare nelle sale. Quante volte ci è capitato di sentire i giovani lamentarsi del prezzo del biglietto a teatro? Qui la situazione si ribalta, per una volta il teatro è più conveniente di un giro di birra. Il pubblico infatti con 10 euro può acquistare l’ingresso a tutta la giornata, e vedere dalle sei alle otto proposte. Ma a far presa sugli spettatori ha contribuito anche il formato “short”, non si tratta infatti di spettacoli completi ma di estratti, studi o work in progress di venti minuti. Attenzione però, ITFestival sembra già sviluppare gli anticorpi rispetto ai pericoli nascosti dietro alla modalità mordi e fuggi: una redazione di giovani critici capeggiata da Stratagemmi.it quotidianamente cura il blog del festival con recensioni, interviste e riflessioni; a fine serata inoltre diverse voci, da dentro e fuori dal festival, animano un incontro in cui discutere delle proposte artistiche emerse nella giornata. Ed è questa la strada da percorrere e ampliare nelle prossime edizioni, lavorare per consegnare al pubblico gli strumenti con cui entrare nel percorso artistico: fare in modo che prima dell’esibizione le compagnie si prendano qualche minuto per presentarsi e spiegare lo stato evolutivo del lavoro, ampliare l’offerta con laboratori e sessioni di studio o di prove aperte, focalizzare insomma lo sguardo anche sui processi oltre che sui prodotti.

foto Elisabetta Brian
foto Elisabetta Brian – Erinni. O del rimorso.Ortika

Come avrete capito ci siamo immersi in un tour de force e in due giorni abbiamo visto una decina di “frammenti”. La giovane compagnia Frigoproduzioni, già passata a Roma qualche tempo fa con Socialmente (Premio Pancirolli), è qui in cerca di un passo in avanti: il risultato è la riflessione su uno stato di vuoto generazionale e la messinscena della crisi stessa relativa alla giovane compagnia teatrale. I venti minuti di Tropicana, nonostante il lavoro sia ancora acerbo, incuriosiscono per la tematica e l’invenzione: creano infatti un parallelismo tra le difficoltà del gruppo e quelle della band che si sciolse poco tempo dopo aver conquistato le classifiche.

foto Bianca Vignato
foto Bianca Vignato

A ITFestival può anche capitare di imbattersi in autori con una certa esperienza che qui hanno la possibilità di sperimentare nuovi testi o fasi di lavoro. Davide Carnevali ci ha raccontato di un progetto drammaturgico (e per la prima volta anche registico) dedicato all’educazione attraverso i massmedia nel mondo (dal titolo Educazione transiberiana) e alla Fabbrica del Vapore ha presentato una divertente e acuta riflessione sul famoso cartone animato inglese dall’eloquente titolo Peppa Pig prende coscienza di essere un suino.
Hanno incuriosito, per il soggetto e la modalità di lavoro, anche il Teatro dei Gordi con Albert.Ouverture e Carlo Decio Benassedo con una versione narrativa dell’Otello. Il primo è un lavoro attorno alla figura di Einstein che ne delinea una fotografia sentimentale a partire dall’infanzia; il mito shakespeariano invece viene invece recitato da Benassedo al limite tra parodia e precisione innestando così un abile gioco utile anche per le nuove generazioni.

Non sono mancati però neanche studi che della relazione con il pubblico fanno il centro nevralgico del lavoro. Andrea Lanza chiede allo spettatore di affrontare in solitudine, e per la prima parte con una benda sugli occhi, la performance installativa interpretata da Elena De Carolis e liberamente basata su Ismene di Jannis Ritsos. È un incontro tra due solitudini, quella di colui che è stato invitato e quella della conturbante donna in attesa: è imprigionata nel tempo e nello spazio di quattro mura strette, pareti di legno vecchio e una vita fatta solo di ricordi.

Tra i progetti più maturi e consapevoli c’è anche una produzione del Teatro della Caduta di Torino, Erinni. O del rimorso, del gruppo Ortika. La messinscena di Alice Conti, interprete eccellente (insieme a Veronica Lucchesi), tratteggia un lavoro di pregio dai contorni onirici e spietati, con sprazzi da horror e grande consapevolezza per la visione (non a caso collabora come performer anche con Zaches Teatro) e l’utilizzo del corpo. In venti minuti siamo spettatori di un incubo che ci porta a contatto con alcune delle paure del nostro tempo. Ispirata da quella che David Foster Wallace chiama la Cosa Brutta, l’autrice Chiara Zingariello (insieme al lavoro scenico di Conti, ché qui le due artiste dimostrano di aver intrecciato i percorsi con efficacia) immagina un doloroso ma necessario avvitamento tra le paludi del rimorso. Negli inferi del proprio subconscio la protagonista si scontrerà con il suo doppio: un rapporto di potere tipico dei percorsi motivazionali. Uno specchio deformato dei nostri tempi, nei quali la “cosa brutta” va dimenticata, nascosta per poter guardare al futuro e puntare in alto.

Alcuni esperimenti si sono rivelati molto ingenui per ideazione e messinscena, altri partivano da interessanti idee drammaturgiche senza porsi però nessuna questione rispetto alla relazione da stabilire con il pubblico, ma quelli che abbiamo scorso qui ci raccontano di un panorama teatrale milanese vivo e curioso.

Andrea Pocosgnich

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