The Ghosts: tra riscatto e schiavitù la Cina di Constanza Macras

The Ghosts. Lo spettacolo di Constanza Macras racconta piccole storie di giovani acrobate cinesi, danza, documentario e circo. Recensione

 

foyo Thomas Aurin
Foto Thomas Aurin

Nessun clown entrerà mai in scena, chiamato a distrarre il pubblico dalla caduta fatale degli acrobati con lazzi e scherzi: gli artisti di The Ghosts non avranno esitazioni o incertezze nel passo, non saranno costretti a interrompere la propria performance per una fugace insicurezza in una presa. I muscoli lacerati e le indecisioni, i tendini strappati e le brucianti ferite del cuore appartengono soltanto al passato, agli anni dell’infanzia offerta in dono all’arte, povera e brutale, del circo tradizionale cinese. Adesso, in quella manciata di secondi che separano la stasi dallo slancio esplosivo dell’ennesimo salto perfetto, soltanto un urlo può regalare uno sterile frammento di libertà.

Foto Thomas Aurin
Foto Thomas Aurin

È in quel grido ripetuto, con il quale un’adolescente diafana si presenta al pubblico del Teatro Fabbricone di Prato nei primi istanti dello spettacolo, che si nasconde la cifra della nuova creazione di Constanza Macras: in quell’assordante strillare sembrano condensarsi i drammi privati della compagnie girovaghe e il destino pubblico di un’intera nazione, storie intime e collettive di sofferenze e riscatto, voglia di rivalsa e obbedienza. La regista e coreografa argentina, ma berlinese d’adozione, costruisce una partitura per voce, musica, immagini e gesto, nella quale il linguaggio circense e i suoi sintagmi di forza e contorsionismo sono strumento di un discorso più ampio, volto a indagare non soltanto lo statuto della Cina di oggi, in equilibrio precario ‑ come i performer in scena ‑ tra tradizione e deriva capitalistica, ma soprattutto il rapporto che con essa ha l’Occidente europeo. Ed è una relazione, quella tra Est e Ovest, che gli acrobati cinesi (Lu Ge, Yi Liu, Xiaorui Pan, Wu Wei, Huanhuan Zhang, Huimin Zhang) e i danzatori europei (Emil Bordás, Fernanda Farah, Juliana Neves, Daisy Phillips) costruiscono minuto dopo minuto, alternando alcune delle più tipiche discipline del circo a numeri prettamente coreografici, a canzoni e intermezzi musicali dai toni orientaleggianti, soprattutto a schegge di vita vissuta narrate dalla voce degli stessi artisti. Una progressione drammaturgica per frammenti ed episodi, di non facile fruizione e contraddistinta dalla lentezza tipica dei racconti di viaggio: uno stile quasi giornalistico, su cui Macras insiste esplicitamente e che trasforma The Ghosts in una personalissima inchiesta sulle tante realtà che compongono la Cina di oggi.

Foto Thomas Aurin
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«So che agli europei piace il teatro documentario, così ho preparato questo per voi»: immobile in cima alla pedana azzurra che troneggia sul palcoscenico, la quindicenne Huanhuan racconta con asettico distacco il suo ingresso nel mondo del circo, avvenuto quando era ancora bambina, e una quotidianità di allenamenti e improbabili tournée in squallidi parchi a tema, lebbrosari o case di riposo. I frequenti squarci sulle biografie dei performer, accompagnati dalle proiezioni di comunissime e banali istantanee, deformano lo sguardo degli spettatori, tratti quasi in inganno da quegli esercizi di giocoleria che sembravano annunciare un puro sfoggio di talento ginnico. Macras porta invece in scena anche il dietro-le-quinte, trasforma in angoscia l’ammirazione ingenua con cui assistiamo agli straordinari numeri di destrezza e svela quanta sofferenza taciuta si celi dietro di essi. lo straziante racconto di un bimbo rimasto orfano, o i dettagli sulle conseguenze fisiche degli allenamenti intensivi alle verticali costituiscono così il feroce contraltare agli impressionanti esercizi sui tessuti aerei, o agli innumerevoli volteggi sui pattini a rotelle. Per anni relegata a puro intrattenimento di strada, poi conglobata nell’apparato culturale maoista, l’acrobatica cinese è stata da sempre appannaggio delle famiglie povere che cercavano in essa un’occasione, più che di successo, di mera sopravvivenza: e oggi che la Repubblica Popolare Cinese si afferma come la seconda potenza economica del mondo, la tradizione circense appare quasi un residuo folkloristico, simile alla paccottiglia in vendita sulle bancarelle delle nostre strade o in quell’estemporaneo mercato allestito in scena dagli artisti di The Ghosts.

Foto Thomas Aurin
Foto Thomas Aurin

«Locali notturni, centri commerciali, supermercati, centri massaggi, saloni di bellezza, massaggi plantari ovunque»: la Cina osservata dal disincantato sguardo europeo ricorda molte periferie delle nostre città, prima tra tutte proprio Prato. Le tante Chinatown italiane si impongono tuttavia ai nostri occhi, nella loro pressoché assoluta somiglianza, in virtù di una presenza evidente ma paradossalmente sotterranea: l’integrazione imperfetta trasforma le comunità cinesi in realtà fantasmatiche. The Ghosts solo in prima istanza paragona il destino infelice degli acrobati cinesi ‑ la cui sfibrante carriera termina intorno ai venticinque anni, costringendoli a una successiva esistenza depauperata e marginale ‑ a quello dei fantasmi della letteratura popolare orientale. Ad attraversare, sotto lugubri e impalpabili tessuti bianchi, la scena del Teatro Fabbricone negli ultimi minuti dello spettacolo è infatti l’impossibile melting pot europeo, i cui muri ‑ spesso immateriali ‑ hanno già da decenni separato culture e società e trasformato in spettri quelle minoranze etniche delle quali, saltuariamente e con gusto cosmopolita, ci accontentiamo di apprezzare le cucine speziate o l’artigianato. I numerosi applausi che hanno salutato i performer all’accendersi delle luci in sala sembravano così celare, al di sotto del consolatorio rumore, i frequenti silenzi di un dialogo con un’alterità contigua e ancora straniera, le cui battute sono tutte da scrivere.

Alessandro Iachino

Teatro Fabbricone, Prato – aprile 2016

THE GHOSTS
coreografia e regia Constanza Macras
drammaturgia Carmen Mehnert
di e con Emil Bordás, Fernanda Farah, Lu Ge, Yi Liu, Juliana Neves, Xiaorui Pan, Daisy Phillips, Wu Wei, Huanhuan Zhang, Huimin Zhang
musica Chico Mello
in collaborazione con Wu Wei, Jiannan Chen, Fernanda Farah e Yi Liu
disegno luci Sergio de Carvalho Pessanha
suono Stephan Wöhrmann
video e foto Manuel Osterholt
scene Janina Audick
costumi Allie Saunders
direttore di scena Welko Funke
responsabile costumi e oggetti di scena Marcus Barros Cardoso
assistente di scena Nikoletta Fischer
interprete Chao Liu
una produzione Constanza Macras, DorkyPark Berlin, Goethe Institut China
in co-produzione con Tanz im August, Schaubühne am Lehniner Platz, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Guangdong Dance Festival

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.