I Piccoli di Podrecca. Le marionette bidimensionali

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I Piccoli di Podrecca e il repertorio del teatro di figura arrivano al Teatro Argentina di Roma con lo spettacolo-celebrazione per i 100 anni delle marionette. Recensione

foto di Eugenio Spagnol
foto di Eugenio Spagnol

La compagnia de I Piccoli, fondata a Roma da Vittorio Podrecca nel 1914 è stata senza dubbio una delle esperienze di teatro di figura italiano più importanti di sempre. Tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta il folto gruppo – che comprendeva, tra animatori e reparti tecnici, più di quaranta elementi – ha girato il mondo innestando la tradizione delle «teste di legno» in un filone di sperimentazione davvero all’avanguardia per quel periodo, passando dal teatro di varietà all’opera, con musiche dal vivo, costumi sgargianti e una prorompente capacità di coinvolgere un pubblico senza limiti di età. Studiato in tutti i (pochi) manuali di storia del teatro di animazione, è annoverato come un fenomeno globale e, di certo, ne va riconosciuta la perizia di fondere lo spirito campanilistico (così importante negli anni delle due Guerre) con una spregiudicata vocazione alla commistione culturale, in grado di assorbire motivi popolari di ogni latitudine dentro una struttura immaginifica possibile solo per un genere “così lontano, così vicino” alla sensibilità umana. L’idea di mettere sulla scena frammenti di tradizione e innovazione propri, in questo caso, dell’intrattenimento dal vivo in mano a oggetti che si animano è una delle magie del teatro di figura, insieme metafora e rispecchiamento delle abilità umane e della loro estensione oltre le leggi della fisica, oltre il concetto stesso di personificazione.

foto ufficio stampa
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Nel 1965, sotto l’ala della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, prende il via un progetto di rivalorizzazione di quel repertorio, che porta nel 1979 al ritorno sulle scene di alcuni classici de I Piccoli, un patrimonio che lo Stabile del Friuli-Venezia Giulia ha gelosamente conservato, proponendo un recupero filologico di stampo quasi museale, nonostante le generazioni di animatori si siano passate il testimone. E questo è tutto ciò che è di Cesare e che dunque a Cesare va dato.
Poi accade che, in occasione del centenario della nascita, cominci a girare uno spettacolo commemorativo, Dai 3 ai 93. Una meravigliosa invenzione (vedi i crediti per le specifiche di produzione), ideato da Barbara Della Polla ed Ennio Guerrato e giunto due anni dopo a Roma per inaugurare l’anno nuovo al Teatro Argentina. Una sala piena zeppa di pubblico saluta questo ritorno nel corso di due repliche, facendo incontrare in platea spettatori di ogni fascia d’età. Il palco del Teatro Nazionale ospita a vista la classica struttura per l’animazione delle marionette: sul ballatoio di legno si avvicendano sei manipolatori, illuminati a sagoma da morbidi controluce, svelando programmaticamente il meccanismo e dunque sottraendo buona parte della magia di cui vive questo genere di spettacolo. I fili, attraversati dai tagli, sono quasi sempre visibili, i movimenti delle marionette – pur quando fluidi – si litigano l’attenzione con quelli degli artisti e danno vita a scene troppo brevi perché davvero si possa gustare quella “meravigliosa invenzione” annunciata dal titolo.

foto ufficio stampa
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Ma, si dirà, il senso di questo lavoro è proprio qui, nel mostrare al pubblico il processo più che il risultato. La struttura è quella di una lunga conferenza-spettacolo, che alterna meccanicamente le letture – troppo spesso sporcate da incertezze nella dizione di Della Polla – a filmati di repertorio commentati dalla classica voce “da cinegiornale” e a interventi dal vivo che ripropongono numeri celebri del repertorio. Il ritmo scenico si spezza quasi subito, perdendo spesso l’attenzione dei più piccoli in lunghe tirate di neutro racconto da leggio e interviste ai discendenti che fanno troppo (troppo!) Rai Educational. Anche volendo a tutti i costi concedere spazio a un tale a dir poco caramelloso spirito di autoelogio, la forma spettacolo-celebrazione non riesce ad avere presa sul pubblico dei bambini, al quale viene offerta una selezione di “numeri” dalla brevissima durata, impregnati di un gusto troppo antico per sorprendere (e a volte attaccato a stereotipi colonialisti per fortuna demodé, come il “negretto” tutto occhi e labbra) e che, ahinoi, non riesce a competere con i frammenti filmati. Le immagini delle folle oceaniche di borghesi in frac accalcate davanti ai teatri di mezzo mondo introducono a un inventario di piccoli gioielli in bianco e nero quasi mai eguagliati dalle performance dal vivo, che eccedono nel jiggling e nel bouncing (cioè lo scuotere e il saltellare) e riciclano trucchi basici dall’inizio alla fine, tra colli che si allungano e parrucchini che saltano sulle testoline di legno. Un esempio su tutti: il classico sketch del vecchio pianista, mandato in play con grande effetto e ucciso dalla replica dal vivo.

Vittorio Podrecca con la moglie Cissie Vaughan
Vittorio Podrecca con la moglie Cissie Vaughan

Noi adulti che siamo in grado di tenere viva l’attenzione a un così copioso fiume di parole, di Vittorio Podrecca ora sappiamo tutto, dall’abbandonata vocazione giuridica agli appunti più segreti, come se avessimo ingoiato il catalogo di un museo. E ben vengano le platee stracolme. Ma questa proposta (come troppe altre, nei circuiti del teatro ragazzi) offre agli spettatori che crescono un’idea del teatro bidimensionale e non attenta alle reali urgenze del presente, parla un linguaggio disordinato e autoritario, che strangola il programmatico allargamento della fantasia imprimendo il passato come una sorta di traccia archeologica lontana anni luce, invece che come stimolo per il risveglio della creatività. Una tradizione sfavillante come quella de I Piccoli avrebbe potuto regalare molto di più a un pubblico dai 3 ai 93 anni, se fosse stata in grado di conservare, ancor più che la storia, la magia di quella «meravigliosa invenzione».

Sergio Lo Gatto

visto a Roma, Teatro Argentina, gennaio 2016.

DA 3 A 93. UNA MERAVIGLIOSA INVENZIONE
Uno spettacolo di Barbara Della Polla ed Ennio Guerrato
con Barbara Della Polla, Ennio Guerrato, Carlo Furlan, Lorenza Muran, Tiziana de Guarrini
interventi di Fausta Braga, Antonio Cipolla, Eugenio Monti Colla, Giuseppina Volpicelli
visual design Antonio Giacomin
produzione Cooperativa Cassiopea, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con Assessorato alla Cultura della Regione Friuli Venezia Giulia, Comune di Cividale, Rotary Club di Cividale

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Attualmente è impegnato nel progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, di prossima pubblicazione per Editoria&Spettacolo. Academia.edu: https://uniroma1.academia.edu/SergioLoGatto torna a Info Redazione