Teatri di Cintura. Bandi a luglio ma futuro incerto

Teatri di Cintura: bandi in ritardo e mancata progettazione da parte dell’Assessorato. Dalla conferenza stampa emerge il futuro incerto per gli spazi della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea

 

Casa dei Teatri conferenza teatri di cintura 25 giugno 2015
Conferenza stampa del 25 giugno contro chiusura Teatri di Cintura, Teatro della Cometa. Foto TeC

AGGIORNAMENTO
Il Comune di Roma il 6 luglio ha pubblicato il bando per la gestione dei teatri Teatro Tor Bella Monaca, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Teatro Scuderie Corsini a Villa Pamphilj. La rete avrà il nome “Teatri in Comune”. La gestione sarà biennale, fino al 2017. Scade il 3 settembre 2015

scarica il bando in pdf

Ogni volta che parlo con giornalisti, operatori e colleghi che lavorano fuori Roma, la domanda che spesso mi viene rivolta è più o meno la seguente: “come vanno le cose a Roma?”. C’è la percezione che questa città non riesca a svegliarsi dal torpore e a far fronte a problemi elementari. Certo in questo ultimo periodo cultura e teatro sono gli ultimi problemi di una giunta che rischia di essere spazzata via, ma non è possibile, ancora una volta, non ravvisare che qui sta implodendo un intero sistema.
A distanza di pochi giorni l’uno dall’altro sono scattati una serie di allarmi rossila chiusura del Cinema Aquila (presidio importantissimo in zona Pigneto, che verrà rimesso a bando perché l’amministrazione avrebbe riscontrato delle mancanze da parte del gestore), le dimissioni in blocco del Cda dell’ente Palaexpo e in ultimo la possibilità di chiusura degli ex Teatri di Cintura causa la mancata pubblicazione del bando da parte dell’amministrazione capitolina, a questo aggiungete l’assenza a tempo indeterminato del Teatro Valle e gli sgomberi di numerosi spazi sociali.

Il campanello relativo a Teatro Biblioteca Quarticciolo, Tor Bella Monaca e Villino Corsini, a dire il vero, suonava in continuazione da mesi. Lo ha spiegato ieri, in una conferenza stampa gremita al Teatro della Cometa, Filippo D’Alessio, direttore organizzativo e anima del Tor Bella Monaca. Nei mesi passati i gestori degli spazi annessi al sistema Casa dei Teatri – nato nel 2012 per la volontà di Dino Gasperini, assessore della giunta Alemanno, sulla forte spinta di organi come l’Agis – non hanno mai ricevuto una risposta, fino a qualche giorno fa quando dagli uffici dell’Assessorato alla Cultura è arrivata la promessa che i bandi sarebbero usciti entro la metà luglio con il risultato che, per quanto possa essere veloce la macchina burocratica, difficilmente questi spazi potranno riaprire prima di gennaio e intanto le associazioni vincitrici del primo bando devono riconsegnare le chiavi al 30 di giugno.
In questo modo larghi municipi periferici come il Quarticciolo o Tor Bella Monaca non solo non avranno più la possibilità di confrontarsi con quei presidi culturali diventati negli anni imprescindibili, ma vedranno anche il rischio di lasciare i teatri al degrado e a quel punto i nuovi gestori si troverebbero anche a dover far fronte a restauri e pulizie extra oltre che a dover programmare una stagione teatrale già cominciata. Da qui l’allerta degli operatori, la conferenza stampa e la petizione su change.org. Nel pomeriggio di ieri sono arrivate le parole di Giovanna Marinelli a confermare l’uscita del bando per luglio e a scongiurare la chiusura dei teatri: «in accordo con i Municipi si procederà per assicurare un importante servizio culturale al territorio, secondo le consuetudini di ciascun teatro». Ma con quale personale? Attingendo a quello di Zétema e chiamando tecnici e maestranze da fuori?

Ora la causa che sta dietro a questo ritardo macroscopico va probabilmente ricercata nei problemi di bilancio. Ma la caratteristica che accomuna molti dei giudizi che gli operatori culturali hanno sull’Assessorato guidato da Marinelli è l’incomunicabilità. L’amministrazione non parla con quei cittadini che hanno il compito di far vivere i luoghi della cultura. E quando le risposte arrivano sono comunque tardive e approssimative.
Durante la conferenza stampa i direttori dei teatri hanno raccontato gli obiettivi raggiunti (1200 spettacoli, 67 laboratori, sono state coinvolte 200 mila persone) oppure semplicemente hanno dimostrando dispiacere per l’ennesima battuta di arresto. Perché come ha sottolineato Veronica Cruciani, a capo del Teatro Biblioteca Quarticciolo non è la prima volta che quegli spazi rimangono chiusi, accadde dopo la fine della gestione del Teatro di Roma.
In sala c’è anche chi è pragmatico e battagliero: Luca Barbareschi infatti, forte della vittoria giudiziaria nei confronti della famiglia Monaci per la gestione del Teatro Eliseo consiglia caldamente di affidarsi alle vie legali, di trovare insomma un buon avvocato per mettere il Comune spalle al muro. Una delle questioni critiche della città secondo Barbareschi è l’incapacità di creare una vera e propria comunità artistica. Gli risponde poco dopo Emanuela Giordano, direttrice del sistema Casa dei Teatri – e che ora vive il paradosso di dirigere una casa con i teatri chiusi – affermando invece che la comunità tra i teatri del sistema esiste e si concretizza nei progetti trasversali.

Non manca neanche chi si impegna in una difesa a spada tratta del sistema creato con Gasperini, è Pietro Longhi, presidente Agis. È lui a decantare i benefici della privatizzazione e a mettere in evidenza il risparmio che c’è stato con il passaggio degli spazi dal Teatro di Roma alle associazioni vincitrici. Bisogna però ricordare a Longhi che il meccanismo non è privo di falle: come spesso abbiamo raccontato i teatri con quei 400 mila euro affidati dal Comune hanno tirato fin troppo la cinghia e tralasciando la vitale anomalia del Teatro di Ostia (frutto di un percorso partecipato con le realtà territoriali e ora fuori dal gioco dei bandi) i direttori hanno dovuto sacrificare spesso i propri stipendi, puntare sul volontariato e ospitare artisti a incasso senza riuscire sempre, causa le esigue economie, a lavorare sulla promozione. Perché è questo poi il tasto dolente, non prendiamoci in giro, il teatro con un certo tasso di innovazione, con ricerche drammaturgiche alle spalle, ha bisogno di economie anche pubbliche, il rischio altrimenti è un’omologazione totale del fare spettacolo che non rappresenta l’eterogeneità della scena nazionale. Non ci sono i soldi nelle casse comunali? Bene si predispongano le energie per ripensare il meccanismo alleggerendo il sistema centrale e creando reti di servizi e convenzioni che permettano agli operatori di cercare economie tra i privati e in Europa, cosa tra l’altro che sarebbe necessaria anche per altri teatri meritevoli.
Ma qui siamo su un livello ulteriore, è difficile chiedere a un amministratore di comprendere questi problemi quando non comprende neanche gli elementari danni che si infliggono a un territorio e alle persone che vi lavorano facendo sì che dei teatri chiudano per un banale ritardo amministrativo.

Andrea Pocosgnich
Twitter @AndreaPox

Leggi tutti gli articoli di POLITICHE CULTURALI

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?