playFestival. A Generazione Disagio il premio, a noi le riflessioni

playFestival 1.0. A Roma è terminata da qualche giorno la prima edizione della rassegna/concorso. Vince Generazione Disagio, ma il festival è anche un vero e proprio laboratorio per il pubblico.

 

foto Giuseppe Antelmo
foto Giuseppe Antelmo

La Roma teatrale di oggi e di domani difficilmente riacquisterà il volto accogliente e vivace che aveva fino a qualche anno fa. La politica rema controvento senza bussola e si affida ai maxi emendamenti per coprire l’assenza di una progettazione organica (si vedano i 2milioni di euro spuntati fuori per l’Estate Romana); le questure fanno il bello e il cattivo tempo apponendo sigilli a spazi colpevoli di aver scritto brevi capitoli della storia recente del teatro contemporaneo – quello che è accaduto al Rialto è qualcosa di kafkiano. In questa tempesta si salva chi può, ovvero chi nonostante tutto riesce a lasciare un segno. Spesso proprio su queste pagine abbiamo sottolineato le incongruenze alla base del progetto Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea, voluto dalla precedente amministrazione comunale, evidenziando problemi economici e gestionali. Spesso ci siamo interrogati sull’utilità del comitato di gestione e della direzione centrale, dato che ogni ex teatro di cintura ha già una propria direzione. Questa volta però è proprio dalla direzione della Casa dei Teatri, curata da Emanuela Giordano, che arriva una delle proposte più interessanti della primavera teatrale romana: il playFestival 1.0.
L’iniziativa è stata importata direttamente dal Teatro Ringhiera di Milano proponendo nel circuito capitolino l’idea elaborata da Serena Sinigallia.

Chi scrive ha avuto la possibilità di far parte di una vivace giuria che mescolava attitudini popolari a competenze tecniche. Ne facevano parte anche alcuni rappresentanti proprio dei teatri del circuito e del neo Teatro Nazionale, il Teatro di Roma. Lo spettacolo vincitore replicherà infatti al Teatro India, oltre che negli spazi della Casa dei Teatri e in una circuitazione nel nord Italia.
Per la cronaca,  ha vinto proprio una compagnia con base a Milano, il collettivo Generazione Disagio, prodotto da Proxima Res con lo spettacolo Generazione Disagio – Dopodiché stasera mi butto. Un lavoro divertente e soprattutto in grado di parlare a pubblici differenti: 4 attori formidabili mettono in scena i tipici stereotipi giovanili (precari, stagisti, dottorandi) scagliandosi contro quell’idea, che molti ventenni e trentenni avrebbero, di lasciarsi cullare nel disagio. Sul palco prende forma un gioco dell’oca in cui l’arrivo è grottescamente rappresentato dalla morte: il suicidio come liberazione, le buone notizie che allontanano la tragica fine in quanto portatrici di felicità. La sfida, riuscita, è anche quella di coinvolgere il pubblico con una miscela di cinismo e partecipazione attiva; a mancare forse è una profondità maggiore che viene sfiorata qua e là con alcuni monologhi. Con un tema del genere si sente la necessità di un pungolo che permetterebbe allo spettatore una riflessione partecipata, invece qui nessuno rischia di farsi male; in fin dei conti le palline che il pubblico tira sulla scena e viceversa sono di plastica.

MY PERSONAL TARANTO (2)
foto Giuseppe Antelmo

Un discorso simile può essere fatto per Animali di Circo Bordeaux. L’idea degli autori Marco Andreoli e Gabriele Linari è quella di portare in scena una serie di quadri in cui emergano tic comportamentali, emotivi, relazionali e sociali tipici degli esseri umani, ma espressi nello specchio deformante di un bestiario da enciclopedia. Splendono, è il caso di dirlo, attori come Alessandro Porcu e lo stesso Linari, quest’ultimo autore di vere preziosità interpretative: la pulce iperattiva, lo squalo demente, la tartaruga capovolta. Alcuni episodi superano anche il muro della sola ironia proponendo riflessioni più necessarie ed articolate, è il caso dello scarafaggio, divertente parallelismo con la figura dell’immigrato. Lo spettacolo soffre una certa discontinuità e la frammentarietà dei quadri rischia di non risolversi in una visione unitaria.

Al terzo posto si è classificata forse l’idea migliore del festival, sicuramente la più laterale. Ne è autrice, e interprete insieme a Valerio SirnaIsabella Mongelli, che alcuni già hanno visto a Carrozzerie_n.o.t proprio con questo stesso spettacolo, My personal tarànto. Lavoro poetico, minimalista, disordinato, forse tecnicamente da rivedere in più punti, ma mai retorico: fatto di azioni senza tempo e parole che cadono nel silenzio. Alcuni momenti evocano con leggerezza e immediatezza la sofferenza di una città perennemente sotto attacco. Poi lei, Isabella Mongelli, sembra starsene su un altro pianeta, ci guarda dalla luna. Il risultato è un azzeramento completo di quasi tutti gli strumenti di comprensione. In molti l’hanno odiata, altri si sono annoiati. Ma alcuni di noi sono rimasti affascinati da quel cane robot, dal vestito di cozze, dall’ospedale di cartone su cui veniva puntata la macchina del fumo accesa. Sono visioni oniriche quelle che hanno preso sostanza sul palco del Tor Bella Monaca, apparizioni che rimangono a galleggiare nella nostra memoria con parole, immagini e pensieri in bilico, come gli episodi di un incubo continuamente interrotto.

foto  Giuseppe Antelmo
foto Giuseppe Antelmo

Ancora qualche riga per segnalare tra i dieci progetti finalisti (scelti tramite bando), il meritevole Ficcasoldi della Compagnia Ragli, di cui abbiamo già parlato in questa occasione e di cui preme però sottolineare la necessità civile del tema che sa coniugare mafia e gioco d’azzardo nel tentativo di una visione teatrale grottesca e inquietante; il trio di Taddrarite già vincitore del Fringe romano dello scorso anno, Claudia Gusmano, Anna Clara Giampino e Luana Rondinelli, ovvero Accura Teatro con un esemplare lavoro di scrittura e interpretazione dialettale sul tema delle prigioni in cui la donna molte volte ancora oggi è costretta. Come d’altronde una riflessione andrebbe fatta su certi maldestri tentativi di messinscena da romanzi o testi di drammaturgia contemporanea, nei quali la recitazione quasi sempre non risultava essere all’altezza dell’idea. In questo senso va letto ad esempio Il tempo e la stanza di Arcadia delle 18 lune dove, soprattutto nella prima parte, il minimalismo e la rarefazione della scrittura di Botho Strauss si scontrano con una recitazione sopra le righe e affettata. In alcuni casi si mostra l’assenza di strumenti tecnici minimi – l’autodidattica non sempre produce percorsi sorprendenti – oppure di una visione che vada oltre l’idea circoscritta.

Ma la forza di questo playFestival non va cercata solo nell’offerta teatrale, è nella giuria composta da spettatori molto diversi tra loro per formazione, età, mestiere e attitudine al teatro, che possiamo individuare il cuore pulsante della rassegna. Da una parte gli spettatori accorsi alla chiamata pubblica, frequentatori per passione del Quarticciolo e del Tor Bella Monaca, dall’altra i tecnici e in mezzo, tra noi, per puro caso, un nutrito gruppo di studenti agguerriti. Per tutti è stato un laboratorio del pensiero, per coloro che hanno vinto la paura prendendo davanti a tutti la parola difendendo idee e visioni, per coloro che in silenzio hanno elaborato la propria decisione. Ognuno ha messo in crisi le proprie certezze e insieme ci siamo interrogati su quale potesse essere la nostra idea di teatro.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

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Comments
  • benedetta 1 aprile 2015 at 18:51

    bel pezzo andrea. un’esaustiva overview che incuriosisce chi come me non c’era o è sempre un pò scettica sulla casa dei teatri. grazie

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