Lehman Trilogy: crolla quel mondo fatto di soli uomini

Lehman Trilogy di Stefano Massini per la regia di Luca Ronconi ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano. Recensione apparsa su Cronache del Garantista

 

foto Marasco
foto Attilio Marasco

«Henry Lehman si guardò attorno:
la nave da cui era sceso – il Burgundy –
sembrava un gigante addormentato.
Ma un’altra nave faceva manovra nel porto
pronta a scaricare sul molo number four
altri 149 come lui:
magari ebrei
magari tedeschi
magari con le scarpe migliori addosso
e una sola valigia al fianco
anche loro sorpresi di tremare
un po’ per l’emozione
un po’ per la terraferma
un po’ perché l’America
– l’America vera –
vista da vicino
come un gigantesco carillon
fa un certo effetto.
Prese un bel respiro
afferrò la valigia
e con passo spedito
– nonostante non sapesse ancora dove andare –
entrò
anche lui
dentro il carillon
chiamato America». Stefano Massini, Lehman Trilogy

Sul palco del Piccolo Teatro Grassi è allestito, fino al 15 marzo, uno dei progetti più attesi della stagione, Lehman Trilogy di Stefano Massini, con la regia di Luca Ronconi. Il più importante teatro italiano ha investito le proprie forze per produrre il testo di un autore contemporaneo (pubblicato da Einaudi nel 2014), già da anni messo in scena con continuità in Italia e soprattutto all’estero, ma che qui viene consacrato definitivamente; il pubblico sta rispondendo a colpi di sold out, segno che quando il teatro si occupa di questioni epocali sviluppando una riflessione sul presente gli spettatori si attivano con attenzione. L’epopea dei fratelli Lehman (di cui avevamo assaggiato qualche passaggio in questa versione radiofonica), ebrei tedeschi trapiantati prima in Alabama e poi a New York, ha l’ambizione di raccontare la nascita del capitalismo finanziario americano. Ronconi, che ha lavorato a stretto contatto con lo scrittore, ha scelto di organizzare il lavoro drammaturgico in due episodi, per un totale di quasi cinque ore di spettacolo. Sotto gli occhi dello spettatore, in ordine rigorosamente cronologico, scorrono gli eventi che hanno scandito la storia della banca Lehman Brothers, dalla nascita del marchio nel piccolo negozio di tessuti a Montgomery (Alabama), a metà dell’Ottocento, fino al crack del 2008. In una scena vuota, completamente bianca, firmata da Marco Rossi, nella quale appaiono e scompaiono pochi oggetti, tavoli e sedie minimal, scheletri di arredamento, insegne di banche e negozi, un orologio che si muove sospeso in aria, lottano come gladiatori in un’arena alcuni tra i migliori attori in circolazione.

foto Attilio Marasco

E a tutti gli effetti assistiamo a una lezione di recitazione di primissimo livello. Massimo De Francovich, Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio aprono le danze, sono i tre fratelli da cui tutto è cominciato: il primogenito di un mercante di bestiame della Baviera manda avanti il negozio in solitudine e con grandi sacrifici finché i suoi due fratelli lo raggiungono. La vecchia insegna fa posto al nascente marchio, Lehman Brothers. La scalata al potere economico e sociale è appena cominciata, ma in poco tempo il negozio di tessuti si ritrova a vendere semi e attrezzi da lavoro ai proprietari delle piantagioni. È il primo di una serie di mutamenti nel modello di business che farà la fortuna dei tre fratelli, ogni volta pronti a fiutare l’odore dei dollari, a stare sempre un passo avanti. De Francovich è Henry, la testa, il fratello maggiore, recitazione compassata, primo narratore della storia – la modalità di scrittura e messinscena si affida all’epica della terza persona più che al dialogo. Emanuel è il braccio, Gifuni lo recita sintetizzando i tratti di cui ha bisogno: forza, istinto e una certa iniziale avversione al cambiamento. Mayer, il terzo, è il mediatore, un Popolizio in grande forma ne tratteggia lo spirito pratico, ironico, è il più umano dei tre. I flussi di denaro sono la preda e i Lehman non mollano la presa neanche per un momento: la vita è sostituita da una caccia infinita all’affare migliore. I matrimoni, le nascite dei figli e le morti sono delle parentesi, più o meno importanti, non vi è spazio per altro, l’accumulo senza sosta di capitali scandisce il susseguirsi delle generazioni. Tutti indossano costumi dalla doppia foggia: tute da lavoro e tagli elegantissimi nello stesso abito. E nonostante la performance di Francesca Ciocchetti, abilissima nell’interpretare più figure femminili, non è uno spettacolo per donne, sono gli uomini a mandare avanti l’azione. La finanza è roba per maschi, nella vita e nella morte, sembrano dirci i Lehman. Esemplare la scena in cui viene evocata la crisi del 1929 quando mentre la borsa di Wall Street crollava a picco agli speculatori crollavano i nervi; un giovedì nero di suicidi e pistole fumanti. E sono tutti uomini anche nel finale, il nucleo originario, ai Lehman morti prima della crisi del 2008 Massini e Ronconi non risparmiano una seconda morte, quella più dolorosa: come fantasmi riappariranno tutti insieme in attesa della fatidica telefonata. Smorzando qualsiasi speranza di salvataggio della loro creatura il vecchio Henry alza la cornetta del telefono e apprende la notizia del fallimento.

foto Laselva
foto Luigi Laselva

La costruzione dell’impero passa obbligatoriamente per la sparizione inesorabile della merce che prima era alla base del commercio: in breve tempo i Lehman diventano prima mediatori nel mercato del cotone e poi banchieri per ricostruire, dopo la guerra civile, la città che li ha accolti. È da questo momento che i soldi cominceranno a generare se stessi moltiplicandosi, come una forza sovrumana, l’avvento del trading d’assalto farà il resto, fino al crack. Nonostante le tecniche del racconto epico – funzionali per linee temporali così lunghe – la prima parte dello spettacolo scorre appassionando il pubblico e la distanza storica dai fatti aiuta a problematizzarli tenendo le questioni aperte, vive. Maggiore è la difficoltà al riaprirsi del sipario dopo l’intervallo, i salti temporali più lunghi costringono la vicenda a esaurirsi in una cronaca, a tratti superficiale, degli avvenimenti. Sullo sfondo si alternano i nodi salienti della storia americana, ma personaggi e avvenimenti legati alla celebre banca rimangono in superficie. Mentre le generazioni si susseguono (magistrale Paolo Pierobon nel ruolo di Philip, figlio di Emanuel) il mondo cambia trascinato dalla finanza e dai suoi radicalismi tossici. Ma non c’è il tempo di affondare il dito nelle ferite, l’ambizione di costringere la complessità di un secolo e mezzo nelle cinque ore di spettacolo si rivela un boomerang, si sente la necessità di tempi maggiormente dilatati per trasformare, come nella prima parte, la Storia in racconto teatrale.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

Questo articolo è apparso su Cronache del Garantista il 28 gennaio 2015. Per gentile concessione

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Piccolo Teatro Grassi
dal 29 gennaio al 15 marzo 2015
Lehman Trilogy – Prima parte
Lehman Trilogy – Seconda parte

di Stefano Massini
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A.J.Weissbard
suono Hubert Westkemper
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine di apparizione)
Henry Lehman Massimo De Francovich
Emanuel Lehman Fabrizio Gifuni
Mayer Lehman Massimo Popolizio
Testatonda Deggoo Martin Ilunga Chishimba
Philip Lehman Paolo Pierobon
Solomon Paprinskij Fabrizio Falco
Davidson, Pete Peterson Raffaele Esposito
Archibald, Lewis Glucksman Denis Fasolo
Herbert Lehman Roberto Zibetti
Robert Lehman Fausto Cabra
Carrie Lauer, Ruth Lamar, Ruth Owen, Lee Anz Lynn Francesca Ciocchetti
Signora Goldman Laila Maria Fernandez
​produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

PRODUZIONE – SERIE STAGIONE

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Comments
  • Erik Lundberg 8 febbraio 2015 at 12:42

    . Forse si potrebbe anche pensare l’opposto: qualche eccesso di (voluta e magistrale, beninteso) lentezza e ripetitività poteva essere evitato, a tutto vantaggio di una maggiore tensione (e passione, e attenzione) da parte dello spettatore. Ho avuto l’impressione che il tutto si sarebbe giovato di “tempi più ristretti”, non “dilatati”, costringendo teatralmente la vicenda e il messaggio nel tempo più fisiologico di in un’unica parte.

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