Darling di ricci/forte. Ma che sta succedendo?

La recensione di Darling di ricci/forte, in prima assoluta al Romaeuropa Festival 2014

 

ricci forte darling
foto di Pietro Bertora

Quel Teatro Eliseo ancora minacciato di sfratto (il termine scade il 14 ottobre) apre l’ospitalità al Romaeuropa Festival con uno degli eventi più attesi, la prima assoluta di Darling, nuovo lavoro di ricci/forte. Presentare questo duo di drammaturghi e registi romani ci sembra superfluo, visto l’oceanico successo riscosso negli ultimi anni, portando in giro per tutta Europa e oltre diversi pezzi del loro repertorio. Dalle performance site specific a esplosivi lungometraggi teatrali, per ricci/forte è esplosa una sorta di isteria della visione, in grado (tanto di cappello) di mettere in fila in biglietteria anche spettatori di primissimo pelo, passati direttamente dal Goldoni somministrato a forza alle medie alle forsennate orge fisiche e testuali di Macadamia Nut Brittle o Grimmless.

In occasione del recente imitationofdeath, avevamo tentato, con un’aspra ma costruttiva critica, di registrare come ciò che al tempo dell’esplosione del “fenomeno ricci/forte” era stato guardato come problematico ma vitale (potenza visiva e performativa, drammaturgia ruvida e metropolitana, slancio poetico inzuppato nella terminologia massmediatica, totale dedizione dei corpi dei performer nelle mani di una regia così spregiudicata e a volte autoritaria) avesse finito – negli anni – per ripetersi in circoli di idee via via meno originali, meno necessarie, sempre meglio tirate a lucido da un ingegno scenico pur esuberante e intelligente. Di Still Life era rimasta impressa qui un’immagine positiva, che pareva testimoniare una rinnovata urgenza, qualcosa che andasse oltre l’urlo fine a se stesso. E invece questo Darling – che alla lontana dichiara di ispirarsi all’Orestea – rappresenta, nell’analisi di chi scrive, un passo indietro.

L’accurato disegno delle luci di altri lavori è qui appiattito da una “graticcia” di neon che spara una luce livida, cui unico contrappunto è offerto da una fila di controluce arancioni piazzata sul fondo quasi ad altezza pubblico. Al centro, una sorta di container di alluminio sarà unico elemento scenico, struttura modulare trasformabile e sonora. Diverrà allora anche il palazzo degli Argivi dove troveranno la morte prima il re Agamennone e la profetessa Cassandra per mano di Clitemnestra, poi lei stessa con l’amante Egisto per mano del furioso figlio Oreste. Secondo il programma di sala di Massimo Fusillo, nella trilogia di Eschilo si assiste al racconto della «creazione del primo tribunale, con esso alla fine della catena di vendette tribali». Ma la tragedia resta tragedia, e nel mondo di oggi si assiste ancora alla grande contraddizione: le faide sono tutt’altro che finite ma almeno il delitto per vendetta non è permesso. Almeno apparentemente. Nelle parole dei due autori, rilasciate a Rodolfo di Giammarco per La Repubblica, «nella nostra società si è scelto di abbandonare gli dei, si è perso il senso di noi stessi, e abbiamo abdicato alla nostra animalità per qualcosa che di fatto non ci soddisfa. Abbiamo pettinato il caos per ricevere in cambio la rappresentazione vitrea di un sistema di vita, girando le spalle a uno sviluppo etico, basandoci su una fotocopia di regole istituite da altri uomini». D’accordo. Ma di tutto questo che cosa rimane in scena? Se di altri lavori avevamo avuto modo di mettere in guardia sul pericoloso percorso tra critica del sistema e adesione alle sue stesse regole, preoccupati per l’emergere di un teatro che impone da sé allo spettatore tempi e modi precisi per commuoversi e indignarsi annullando così la fondamentale potenza critica, stavolta davvero di fronte ai nostri occhi non si manifesta niente.

ricci forte darling
foto di Alex Yocy

Memorabile poteva essere il primo quadro, con la lenta discesa dei performer dalla scala di servizio, l’affiorare da dietro al tetto del container dell’unica presenza femminile (Anna Gualdo, in nero costume settecentesco e volto coperto da una candida maschera in decomposizione) che tentava di pronunciare moniti di galateo contro il volere della stessa gola (e di una voce totalmente afona), l’irrompere di una musica assordante. O il finale con i bambolotti interrati in una barricata di vasetti bianchi e innaffiati da un manicotto automatico. Ma in mezzo che cosa accade? Le due ore di spettacolo sono un alternarsi di intere tracce musicali sopra azioni fisiche sporche e approssimative e sbilenchi monologhi di ispirazione classica con innesti di tentata poesia contemporanea che di nuovo (di nuovo, di nuovo) si riempiono di termini a buon mercato come esche per le orecchie della blogosfera, cito a memoria: «Il futuro mi manda un WhatsApp; le suonerie Vodafone dei nostri flussi arteriosi; insaponare le talpe per opporsi al buio». Addirittura un’intera scena urlata con numeri al posto delle battute, di reminiscenza felliniana. E poi il solito cliché recitativo (ormai un marchio riccifortiano) del sussurro che monta fino a un pianto disperato. Dov’è il tema? Che fine fanno tutti i riferimenti che ci si preoccupa di snocciolare nei fogli di sala e nelle interviste? E se è stato di proposito abbandonato, cosa viene offerto in cambio? Perché il pubblico deve essere trattato così? Come un cesto di occhi e orecchie prestato alla (ricca) produzione di un’insalata di luoghi comuni, spacciati per rivelazioni cosmiche e fine drammaturgia o un lavoro sul corpo spacciato per catarsi artaudiana, che invece somiglia alla ribellione di performer spaesati di fronte a una direzione che davvero ha perso la bussola della propria urgenza.

All’indomani di un lavoro appuntito e rigoroso come Tandy di Angélica Liddell (presentato nella stessa rassegna), chiaro nella visione e granitico di una potenza testuale che traduce il materiale originario – un romanzo di Sherwood Anderson – in uno slancio poetico, più di tutto il resto di questo Darling irrita certa apparente sciatteria, cui non dovrebbe essere permesso di aprire il sipario a una prima assoluta in un evento così importante. Se in alcuni lavori precedenti la costruzione spaziale e il ritmo soffocavano – e però con indubbi buoni risultati – una fondamentale, a nostro avviso, carenza drammaturgica, stavolta la struttura è monotona e ingiustificatamente tirata al limite nell’articolazione dei suoi quadri, che non conquista la dignità minima necessaria a un esperimento scenico aperto a un pubblico di esseri pensanti. Che cosa sta succedendo?

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Leggi gli altri articoli su ricci/forte

visto al Teatro Eliseo in ottobre 2014
Romaeuropa Festival

DARLING
con Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Piersten Leirom, Gabriel Da Costa
drammaturgia ricci/forte
movimenti Marco Angelilli
elementi scenici Francesco Ghisu
costumi Gianluca Falaschi
suono Thomas Giorgi
direzione tecnica Davide Confetto
assistente regia Liliana Laera
regia Stefano Ricci
una produzione Romaeuropa Festival e Snaporazverein
in co-produzione con Théâtre MC93 Bobigny/Festival Standard Ideal,
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Festival delle Colline Torinesi

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.
Comments
  • Dario Aggioli 13 ottobre 2014 at 22:46

    sta succedendo che forse qualcuno aprirà gli occhi e si sveglierà dalla mediocrità di questi 5-8-10 anni

  • Roberto 14 ottobre 2014 at 01:41

    Semplicemente imbarazzanti e tracotanti.

  • Olivailla 14 ottobre 2014 at 17:51

    Sta succedendo che il critico teatrale sembra aver scambiato, esattamente, precisamente, lo spettacolo della Liddell con quello di Ricci/Forte. Io li ho visti entrambi e posso assicurare che se c’è mai stato uno spettacolo assolutamente oscuro nella visione, viscido, infido, è quello di Angelica Liddell, che non restituisce alcunché allo spettatore, oltretutto costretto (forse non a caso) a leggere sottotitoli sparati in alto, proiettati velocemente, giusto per torturare la cervicale e perdersi i movimenti in scena, peraltro abbastanza indecifrabili.
    E l’entusiasmo caloroso del pubblico dell’Eliseo (non meno attento ed esigente) al finale di Darling si è contrapposto ad una cortese e glaciale indifferenza della platea alla imbarazzante chiusura di Tandy.
    Siamo tutti degli incompetenti? Io non credo.

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