Atlante XLIV – Teatri occupati: spazio e luogo

Teatri occupati. Una riflessione a partire da un incontro a FattidiCultura di Mantova

 

teatri occupatiIl teatro e la città. Ma sarebbe più giusto dire che il teatro è la città, benedetta, secondo Edward Bond, quando ne fonda uno. La connessione tra il tessuto sociale, cittadino appunto, e il suo connotato culturale, determinato dalla maturazione artistica, è uno dei punti nodali che hanno governato il dibattito di questi ultimi anni, del quale sono figli i tanti teatri occupati, da nord a sud della penisola italiana.
Il territorio è un agglomerato che dalla famiglia pone i semi della pianta umanità, dalle piazze irradia i viali della società che si organizza, si confronta, evolve. Gli agglomerati sociali, siano essi popolari o borghesi, nobili o plebei, sono frutto di relazioni individuali che, intrecciandosi, creano un tessuto. In esso si svolge l’esercizio di umanità, di presenza al mondo. L’esperienza artistica si manifesta allora come il contraltare della relazione, la rappresentazione più o meno rispondente di quell’intreccio diseguale. La società va in teatro per vedere sé stessa riversa, per incorniciare le proprie esperienze e misurarle al tempo contemporaneo, affrontare il problema della mutazione nella continuità, al fine di assimilare la trasformazione in corso di svolgimento. La società umana è attrice e spettatrice di questa trasformazione, la determina in assenza di coscienza, la manifesta nelle forme espressive, la certifica attraverso un processo di partecipazione.
Dunque l’attività culturale ha in sé tutti i caratteri che dalle incidenze dell’uomo – gli incontri e gli scontri della vita reale – svelano l’humus in cui si va germinando la nuova umanità.

Un incontro durante il festival FattidiCultura, organizzato a Mantova dall’impresa sociale Pantacon con Teatro Magro, dal titolo Teatri, beni comuni in sospeso, (in attesa di un altro, che avverrà il 15 ottobre a Napoli nell’ambito di TurnOver) è stata l’occasione per convocare nello stesso spazio esperienze diverse, radicalmente espresse secondo i caratteri intimi al luogo di appartenenza. La scoperta – parlando con la Fondazione Teatro Valle Bene Comune (al debutto il 16 ottobre presso il prestigioso Bozar – Le Palais des Beaux-Arts di Bruxelles con la prima produzione, ma lontana da Roma e dal Valle: Il macello di Giobbe di Fausto Paravidino), il Teatro Rossi Aperto di Pisa, Macao di Milano e il Teatro Sociale di Gualtieri, ma con in collegamento anche il recentissimo movimento attorno alla Cavallerizza 14:45 di Torino e l’ormai concluso corso di occupazione del Teatro Garibaldi Aperto di Palermo – è che ogni luogo produce la propria mancanza, la sutura della propria ferita. Tutto questo, se da un lato rivela la capacità dei cittadini di organizzarsi e dar forma ai propri desideri, dall’altro denuncia il fatto che le amministrazioni locali, con gli organi preposti all’organizzazione della vita culturale, in buona o cattiva fede – non è qui il punto – non arrivano a coprire le necessità di tutti gli strati della popolazione. È questo il segnale che la democrazia rappresentativa, pur di gran lunga il sistema più duraturo e democratico ancora esistente, traccia una marcata linea di confine oltre cui la cittadinanza è costretta a rispondere in autonomia alla propria necessità.

Viene in mente, a sentirli parlare raccontare intrecciare storie di simili origini e diversissime vicende, che spazio e luogo abbiano una sinonimia superficiale, logora. Se il primo è una fetta di mondo, muta, il secondo è quella stessa quando abbia preso corpo, coscienza del proprio perimetro e dell’area in cui si manifesta l’accadere. È come se gli occupanti d’Italia avessero intuito che lo spazio andava trasformato in luogo. Che, dunque, chiameremo teatro.
È famosa la frase di Peter Brook, citata mille volte: «posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto». In attesa, dunque, di chiamarlo teatro. E farlo pertanto diventare luogo. Il teorico e regista inglese ci è fin troppo utile per capire che la vita esiste in funzione delle azioni che si compiono in essa. L’azione è, nel caso di cui ci occupiamo, riattivare l’osmosi che pone relazione tra gli uomini, per mezzo dell’arte. Proprio per questo, non solo per occorrenze, opportunità, una città che fonda un teatro, nel proprio reticolato urbano trova gli spazi in cui quella società manifesta la sua rappresentazione. Un teatro è una piazza che ha codificato un patto tra i suoi abitanti: c’è chi mette in scena, quindi suggerisce un tema di discussione, permea una situazione di concetti cui riferirsi, c’è di contro chi fornisce la propria presenza come cassa di risonanza, come sponda di rimando che attraversa – con lo sguardo, il respiro, la percezione – l’organismo altrui. Questo passaggio, che è in tutto una penetrazione virale, è il processo di trasformazione in grado di generare la nuova materia del nuovo presente raggiunto. La vita, dunque, di teatro è biologicamente composta. La città, l’aggregazione umana, deve salvaguardare questo sempre rinnovato intreccio organico. Una città che lo digerisce, che lo assimila, non mette in scena che l’ultimo spettacolo. Quello della propria morte.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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