Viaggio all’isola di Sakhalin: il (non) colore della reclusione

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Viaggio all’isola di Sakhalin. La Compagnia del Carcere di Rebibbia al Teatro Argentina

 

Foto di Ufficio Stampa
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Gli astanti del fuori-teatro fra sigarette e discorsi incominciati lungo il tragitto, le luci nel foyer frammentate sulle molature dei vetri dei battenti avorio all’ingresso, il vociare pre-sala e poi i saluti in platea, il via vai fra le poltrone, la spirale dei palchi a riempirsi sino al carpiato degli occhi nel turchese antico del soffitto. Il ritorno al Teatro Argentina nella ripresa di stagione ha la connotazione familiare del rientro da un viaggio: la ciclica riscoperta di appartenenza del pensiero quotidiano, l’accezione di un luogo come paradigma di necessità dello sguardo, l’ennesimo incenerimento del dubbio che la fascinazione apatica della distanza possa essere una soluzione senza fine.

Eppure quella sensazione di familiarità incontra qualcosa di insolito, il pubblico canonico misto a sostenitori dell’evento in questione, ad ingresso gratuito. Questo forse perché, all’interno del progetto Teatri di Comunità, attività che il Teatro di Roma promuove per «per favorire l’inclusione delle diverse generazioni e delle comunità» con Viaggio all’isola di Sakhalin è in scena la Compagnia del Carcere di Rebibbia, nota a molti per il Giulio Cesare da cui i fratelli Taviani avevano tratto un film, Cesare deve morire, premiato con l’Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino nel 2012. Lo spettacolo, diretto da Laurea Andreini Salerno con Valentina Esposito, anche autrice del testo, unisce gli studi del neurologo inglese Oliver Sacks all’esperienza che nel 1890 portò il medico-narratore Anton Čechov alla scoperta delle condizioni di reclusione e trattamento cui i detenuti erano soggetti in territori all’estremo confine col Giappone, a Sakhalin appunto.

Nell’isola abitata solo da carcerati e carcerieri, i detenuti sono affetti da acromatopsia, una malattia che impedisce la percezione dei colori. Quando un neurologo arriva con la richiesta di residenza per una sua ricerca, l’ordine disciplinato da secondini in lenti scure smista i detenuti tra il reparto A e il reparto B a seconda della gravità e dello stadio della malattia. Nel procedere dell’indagine, fra ironia e amarezza, si farà chiara allo scienziato come allo spettatore la causa psicofisica della disfunzione visiva, arricchita quindi di un valore simbolico: se il bianco gelido della neve è la dominante che contrassegna il microcosmo della carcerazione a Sakhalin, ottunderne la totale percezione cromatica significa cedere all’isolamento o, contrario ed equivalente,  resistere per difesa alla ferita generata dalla negazione delle tinte del mondo. Per dirla con le parole della Esposito: «La cecità degli occhi come cecità dell’anima».

Foto di Ufficio Stampa
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Il procedere della vicenda si disegna per quadri intervallati da cambi a vista in penombra, lo spazio è modulato di continuo da cubi in legno a plasmare architetture geometriche che supportano e acuiscono bene la dinamicità di azione. Non sarà un caso allora, o forse sì, che il pregio maggiore dell’allestimento sia nell’impatto della sua armonia visiva, verrebbe da dire fotografica: efficace e appropriatissimo, il disegno luci sostiene l’equilibrio pittorico delle tonalità tenui nei costumi dei reclusi – beige, polvere, carta da zucchero – e in quelle brune delle guardie con la concordanza delle mutazioni al fondo, acceso di volta in volta di celeste o grigio fumo. Limpido, il lavoro di regia riesce a tessere una credibilità dell’interpretazione abbastanza omogenea, certo superiore a molte altre da cui pure sarebbe più naturale aspettarsela. Escluse le quasi prevedibili cadute su una sorta di lirismo morale greve ed edulcorato insieme, sottolineate da incursioni musicali troppo votate all’induzione emotiva, il testo sorregge la durata della performance senza affaticamento. Tuttavia una perplessità di sfida mancata si fa strada, in parte presto redenta da reminiscenze appannate dello psicodramma moreniano: dopo “aver portato il carcere fuori” col e nel teatro, qualora non si decida di lasciarlo poi tematicamente fuori dalla messinscena, cosa resta? Teatro sociale, espressione catartica o pièce propriamente detta che abbisogna della stessa prospettiva di ogni altra?

Marianna Masselli
Twitter @Mari_Masselli

Teatro Argentina, Roma, settembre 2014

VIAGGIO ALL’ISOLA DI SAKHALIN
ideazione Laura Andreini Salerno
drammaturgia Valentina Esposito
regia Laura Andreini Salerno, Valentina Esposito
direzione organizzativa Fabio Cavalli
con Fabio albanese, Massimo Alletta, Teno Ahmetovic, Giuseppe Borzacchiello, Giuseppe Camillo, Patrick Cosma, Marco Costantini, Antonio Da Ponte, Sandro Dari, Marco Dell’Unto, Vincenzo di Letizia, Giovanni D’Ursi, Roberto Fiorini, Roberto Fois, Salvatore Fontana, Alessandro Forcinelli, Filippo Giuffrida, Daniel silva Gonzales, Toma Jovanovic, Tommaso Marsella, Angelo Molinari, Giancarlo Porcacchia, Gabriel Radu, Massimo Ramoni, Luciano Terzini, Doriano Torriero, Simaco Zarrillo
costumi Paola Pischedda
scene Enzo Grossi
luci Valerio Peroni
produzione Centro Studi Enrico Maria Salerno
in collaborazione con Teatro di Roma, Direzione della C.C. Roma Rebibbia N.C.
main sponsor Fondazione Roma-Arte-Musei

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