Teatro in Video. Al presente di Danio Manfredini


Teatro in video 13° appuntamento. Danio Manfredini a Teatri di Vetro racconta Al presente


 

Parole che inseguono qualcosa che non è possibile vedere, non tanto per risolvere, quanto per testimoniare l’ossimoro del dar forma a ciò che non può più possederne, a rendere permanente un’essenza effimera. Lontano dai fasti da festival – che pur giustamente seguiranno – Teatri di Vetro si è aperto con un piccolo gesto, intima dichiarazione di incontro con artisti di cui condividerne la traccia. E per il primo appuntamento di Effimero/ Permanente si trovava sul palco l’attore e regista Danio Manfredini, alle prese con una pratica per lui meno usuale: la narrazione a freddo del proprio lavoro, e in particolare di quel Al presente del 1998 che gli valse anche un Premio Ubu. Attore in più occasioni di Pippo Del Bono e del Teatro Valdoca, regista di spettacoli memorabili come Tre studi per una crocifissione, sul piccolo palco delle Scuderie del Villino Corsini, Manfredini racconta come le riflessioni alla base dello spettacolo derivassero in gran parte dalla sua esperienza di operatore artistico all’interno di una clinica psichiatrica, quasi un’elaborazione del lutto nel «tentativo di dar forma ad una mia personale inquietudine, provando a delineare quello che per me poteva essere il funzionamento della mente».

Si struttura così, nell’alternanza di rievocazione, estratti video (di cui qui presentiamo la parte iniziale) e recitazione, la narrazione di questo percorso non lineare, continuamente posto dinnanzi a un suo contrario. O a uno specchio. Come la sua figura sdoppiata in un manichino a lui identico, così la voce e i gesti, tra rievocazioni dei pazienti e parole di artisti, continuamente fanno i conti con la distanza da sé, alla ricerca di un proprio modo di stare. In un mare bianco – che è il colore dell’ospedale ma anche lo spettro che tutto contiene – viene fuori un presente che non si può spiegare, che non rende nella razionalità di un discorso logico, sta tra Vasco Rossi e Bach, dove il sorriso fiorisce tra le spalle incavate e, per dirla con Francis Bacon, si trova tra la deformazione di un’apparenza e la registrazione di quella stessa. Allora è il corpo a parlare, metaforico, infernale, poesia della stasi e del gesto accennato, rifiutato, del movimento che si trascina via e che si consola.

Viviana Raciti
Twitter @Viviana_Raciti

 

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