Riforma Fus. Interviene Fibre Parallele

Riforma Fus. Interviene Fibre Parallele. Un’inchiesta di Tetro e Critica. Segui su Twitter #inchiestaFUS

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Abbiamo intenzione di condurre un’inchiesta sulla nuova legge che regola l’accesso ai contributi con la riforma Fus. Dopo l’articolo di Andrea Pocosgnich di attraversamento e riflessione stiamo chiedendo, ad alcuni artisti e operatori a nostra scelta, uno scritto o un video in cui emerga un parere sulla legge in relazione al lavoro e alle prerogative di ognuno.
Gli interventi verranno pubblicati su TeatroeCritica.net a puntate al fine di creare un dibattito aperto ed eterogeneo sull’argomento. TeC

Licia Lanera e Riccardo Spagnulo lavorano insieme dal 2003. Nel 2007 Fibre Parallele produce Mangiami l’anima e poi sputala, cui faranno seguito lavori come Due (2008) e Furie de Sanghe – Emorragia cerebrale (2009). Più recenti sono Have I none e Duramadre (2011), in ultimo Lo splendore dei supplizi (2013)

Cambia tutto o non cambia niente? Difficile dirlo, dal nostro punto di vista.
Negli ultimi mesi i nostri interlocutori erano più confusi di noi.
Ci siamo chiesti più volte: dove presenteremo i nostri spettacoli? A che condizioni? Torneremo negli stessi luoghi che ci hanno sostenuto in passato? Riabbracceremo i pubblici che hanno applaudito il nostro repertorio, o no?
Leggendo il decreto non troviamo una risposta univoca tra le righe, ma siamo certi che con l’introduzione della categoria under 35 nella ripartizione del FUS, si apre uno spiraglio. È una possibilità, non solo per le compagnie che riusciranno ad accedere, ma per tutto il teatro. È un’opportunità di crescita e professionalizzazione per quelli che ne beneficeranno, di ricambio per le stagioni teatrali e di rafforzamento degli artisti che hanno dimostrato il loro valore in questi ultimi anni.
I parametri quantitativi non sono irraggiungibili. Certo, una compagnia slegata dal territorio in cui opera, difficilmente riuscirebbe, nei suoi primi anni di attività, a racimolare i minimi per rientrare nelle maglie del FUS, ma, senza abbandonare una produzione artistica di qualità e con qualche sforzo in più, è possibile arrivare a quanto richiesto dal Ministero.
Puntare sulla qualità è l’unico modo che ha il teatro per salvarsi e, forse, il maggiore peso della valutazione qualitativa su quella quantitativa/storica può creare un’inversione di rotta, tanto più che le commissioni sono formate da nomine con profili di grande sensibilità.
Tutto perfetto, quindi? Affatto. Vista dalla nostra angolazione, questa misura rischia, da una parte, di essere uno specchietto per le allodole che credono in un effettivo ricambio generazionale e, dall’altra, potrebbe soffocare la creatività delle compagnie under35 sotto faldoni di burocrazia, se queste ultime non saranno accolte nelle stagioni dei Teatri Nazionali, dei Tric e degli ex Stabili di Innovazione, categoria ormai scomparsa.
Se non verranno messe a sistema, se non otterranno diritto di cittadinanza nelle stagioni che contano, queste compagnie diventeranno una riserva indiana, formata su base anagrafica e destinata al naufragio dopo il primo triennio di finanziamento. Una nuova generazione mancata.
Un teatro finanziato, ma condannato a rimanere eternamente assente.

Licia Lanera e Riccardo Spagnulo (Fibre Parallele)

Leggi l’articolo sulla riforma Fus

Leggi tutti gli interventi dell’inchiesta

Comments
  • Riccardo Balestra 5 settembre 2014 at 16:33

    In una realtà utopica sarebbe curioso provare a eliminare il fondo unico e vedere quali realtà riuscirebbero a fare teatro.
    Con zero soldi da parte di mammà, si può fare teatro?

  • Dario Aggioli 6 settembre 2014 at 12:38

    Riccardo io penso che ci sia una “cosa” strana.
    I finanziamenti delle compagnie vanno nelle produzioni perciò restano patrimonio delle compagnie.
    I finanziamenti dei teatri sono utilizzati per acquistare gli spettacoli e perciò vanno alle compagnie.

    Io introdurrei un metodo per il quale i finanziamenti possano far vivere le due realtà (possibilmente pagando in gran parte le spese di gestione con i finanziamenti) e poi il resto dovrebbe venire dal pubblico…

    Perciò bloccherei una grande percentuale di finanziamenti per le produzioni e per la sopravvivenza dei teatri, così che compagnie e teatri saranno costretti a lavorare sul pubblico (magari con un’aiuto maggiore ai teatri che danno più spazio alla nuova drammaturgia, agli under 35 o alle compagnie che fanno degli incontri con il pubblico o che lavorano con autori giovani italiani)

    POI ALTRA COSA
    UNDER 35 è un limite troppo alto!
    Secondo me quelli che da 10 anni osanniamo (ormai minimo 40enni), dandogli spazio nelle programmazioni e nei siti di critica, sono nettamente inferiori, come creatività e genio ai 25/30enni

  • Riccardo Balestra 13 settembre 2014 at 21:03

    Ma sì, al pubblico non ci pensa quasi più nessuno. O meglio, se hai soldi tali da permetterti di non farlo, non lo fai e basta. Trovo un paradosso nel fatto che lo Stato debba finanziare colui (il Teatro) che in realtà dovrebbe temere. Al di là del paradosso; se lo Stato si trova nella condizione di dover finanziare la “cultura”, l’idea che copra i soldi di gestione delle strutture mi sembra plausibile (alla fine avere teatri è prestigio per i vari comuni).
    Il problema di entrare in un sistema, piuttosto che godere di pubblico “onesto”, è il problema maggiore per la maggior parte delle compagnie.
    E’ necessario far tornare la voglia alla gente di ascoltare e vedere teatro, anche a costo, per il teatro, di conquistarsi nuovi spazi.
    E non ho dubbi nel pensare che se il teatro è in crisi, è anche, se non soprattutto, colpa dei teatranti.

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