Kaspar di Peter Handke, ovvero: Dico ergo sum

Kaspar di Peter Handke con la regia di Werner Wass, Nicola Danesi De Luca e Iacopo Fulgi al festival Short Theatre.

 

foto tratta da www.shortheatre.org
foto tratta da www.shortheatre.org

Non è la prima volta né tantomeno l’ultima che ci ritroviamo a scrivere di Peter Handke e del progetto, ormai noto ai lettori, de La terra sonora. Non è nuovo neanche il percorso che attraverso seminari, letture, spettacoli e laboratori coltiva quella terra fertile dove la parola scritta e “fatta teatro” dell’autore ha potuto mettere radici ed espandersi in molteplici ramificazioni di significato.
Numerosi, inoltre, gli appuntamenti che hanno coinvolto fino a oggi un folto numero di attori, registi, ricercatori di teatro e studiosi di germanistica a piantare i semi di una drammaturgia poco conosciuta nel nostro paese e a porsi in ascolto di quella complessità linguistica che è il teatro di Handke.

Si è riflettuto a lungo sulle parole, scelte, amate, odiate, rifiutate, ma tutte cesellate negli anfratti dell’opera dello scrittore austriaco e, se di parola si tratta non possiamo non parlare di linguaggio e quindi di messaggio, il cui codice deve essere necessariamente compreso da chi ne è destinatario. Durante i workshop di traduzione coordinati da Francesco Fiorentino e Camilla Miglio, svolti insieme ai dottorandi e studenti di Germanistica e Scienze della Traduzione dell’Università di Roma 3 e Sapienza, sono molte le diatribe, le riflessioni e soprattutto le difficoltà sorte, come ci raccontano gli addetti ai lavori intervenuti alla presentazione della collana di testi teatrali di Peter Handke, tenutasi durante la sesta giornata del festival Short Theatre di Roma. Si è discusso infatti di una scrittura apparentemente piana che fa presagire un lavoro di traduzione semplice e lineare ma poi espansa in diversi livelli di significato e interpretazione, volti a sondare le possibilità di quelli che Miglio ha definito «atti di parola». E proprio per interrogarsi sulla parola, su come essa agisca nel e venga proferita da un individuo, Handke ha scelto il caso storico e letterario di Kaspar Hauser: ragazzo adolescente vissuto nell’Ottocento presentatosi al mondo privo di linguaggio, rinchiuso dalla nascita per sedici anni  in una cella di isolamento e capace di comunicare soltanto il proprio nome. Handke allora riflette sulla parola partendo dalla sua totale assenza, seziona il linguaggio considerandone la sua impossibilità, così nasce nel 1967 il dramma Kaspar, riadattato diretto e interpretato da Werner Wass insieme a Nicola Danesi de Luca e Iacopo Fulgi, andato in scena, non è un caso, durante il festival della «rivoluzione delle parole» alla Pelanda.

foto di Claudia Pajewski
foto di Claudia Pajewski

Lo spazio scenico è sfatto, quasi stanco, accoglie il pubblico in tutta la sua scompostezza come chi abbia ricevuto una visita inaspettata, sorpreso in tenuta da casa. Le luci sono già accese come anche quelle in platea che rimarranno tali per tutto lo spettacolo per poi essere spente sono in alcuni momenti di “riposo”. Gli attori: uno seduto al tavolo – che scopriremo essere di regia – gli altri due distesi a terra. Gracchiando, una voce registrata illustra le note di scena, ma si tratta di una scena ipotetica, possibile, immaginata, perché gli elementi e gli oggetti elencati non combaciano del tutto col visibile. Gli attori alzandosi in piedi e camminando nello spazio articolano parole quasi incomprensibili, la cui pronuncia è falsata, sommessa, sussurrata, poi urlata e ancora ripetuta in nuove forme, nuove interpretazioni. Dico ergo sum, la consapevolezza dell’esserci è data dal linguaggio. Lo sanno bene i tre attori che a turno, dal pulpito del divano, si sottopongono vicendevolmente a una sorta di test, mettendo alla prova le certezze dell’ordinaria comunicazione, poggiate a loro volta su assunti di senso che, fatti crollare, rivelano la loro precarietà. E allora ecco che le frasi vengono interrogate, le parole esaminate, le possibilità della lingua moltiplicate, il vortice del paradosso possibile e in agguato coinvolge gli spettatori: alcuni sorridono, altri ridono clamorosamente, altri ancora si guardano intorno stupiti. «Mi comunico» è il verbo riflessivo pronunciato da uno dei performer, cardine della messinscena attraverso cui possiamo comprendere come la parola prenda letteralmente corpo e dunque senso nell’azione e condizione umana.

L’agire comunicativo è agire teatrale e nonostante si sia molto dibattuto sulla difficoltà di mettere in scena i testi di Handke, Wass sembrerebbe dimostrare il contrario: Kaspar rappresenta drammaturgicamente il passaggio che la parola letteraria compie quando muta e diventa verbo teatrale. Due ore e trenta che solo nella parte finale iniziano a pesare, forse volutamente, per lasciarci afferrare quell’indispensabile stanchezza della parola.

Lucia Medri
Twitter @LuciaMedri

KASPAR
di Peter Handke
traduzione Werner Waas
con Werner Waas, Nicola Danesi de Luca, Iacopo Fulgi
co-produzione Area06
in collaborazione con La terra sonora. Il teatro di Peter Handke e L’Officina Atelier Marseillais de Production