Insulti al pubblico e ai lettori. Una birra con Daria Deflorian

Short Theatre. Una riflessione su Insulti al pubblico di Peter Handke, conversando con Daria Deflorian

 

insulti al pubblico
foto di Claudia Pajewski

Nel 2006 andava in scena la prima edizione di Insulti al pubblico di Peter Handke, per la regia di Fabrizio Arcuri. Solo tre anni prima, la compagnia Accademia degli Artefatti, da lui fondata, dopo un primo periodo votato a un teatro quasi esclusivamente visuale, aveva rotto i rapporti con il passato presentandosi al pubblico con Tre pezzi facili (2003) e Attentati alla vita di lei (2005) di Martin Crimp, un tuffo a capofitto nell’universo diafano della drammaturgia contemporanea. Da allora non se ne sarebbero quasi più staccati. Ma torniamo al 2006. Daria Deflorian e Pieraldo Girotto vengono chiamati sul palco per un’operazione davvero singolare, solo all’apparenza simile a qualcosa di già visto. In Insulti al pubblico la lama della penna di Peter Handke si scaglia con forza sugli spettatori, li attacca frontalmente componendo un rompicapo semantico che pulsa di una violenza nascosta. Il palco è sbarrato da un sipario grigio, da dietro – sussurrate al microfono – arrivano le voci di un’attrice e di un attore, sono in procinto di presentarsi «alla ribalta» per rivelare una verità. E fin qui, a volerci concedere un po’ di generalizzazione, è così per tutto il teatro d’attore. Il cortocircuito avviene quando, e accade subito, capiamo che la verità da rivelare è proprio l’assenza della verità. Colti da timidezza, facendosi coraggio a vicenda, dandosi consigli mirati a conquistare del pubblico non solo l’attenzione ma proprio la consapevolezza, i due attori fanno capolino in proscenio e li vediamo immergersi (e immergerci) in una sorta di buco nero che inghiotte l’essenza stessa del teatro.

insulti al pubblico
Pieraldo Girotto e Daria Deflorian – foto di Claudia Pajewski

Il riallestimento di Insulti al pubblico apre un’altra serie di appuntamenti – dopo quella della scorsa stagione – dal titolo La terra sonora, un viaggio nella scrittura di Handke fatto di mise en espace, spettacoli, traduzioni ed editoria che coinvolge il Centro Teatro Ateneo, la Sapienza, l’Università di Roma Tre e il Goethe Institut di Roma. Ma tutto questo nel 2006 non c’era. Incontrando Daria Deflorian negli spazi della Pelanda, comincio con il chiederle qualche nota sparsa su cosa sia significato per lei affrontare un testo simile otto anni fa e cosa significhi ora. «Allora con l’Accademia degli Artefatti avevo fatto solo Attentati alla vita di lei, cosa che comunque mi facilitò l’ingresso in questa nuova dimensione. Prima di allora era impensabile gestire questa triangolazione dentro e fuori in maniera smaccata, scoprire in me una comicità allora sommersa da strati di tristezza esistenziale e poetica. La grande novità per me era che la proposta stava nel metodo, non nel contenuto. L’esperienza di senso fatta con Handke avvenne con l’esplosione di una chiarezza su una serie si questioni che sentivo già, forse, ma in modo confuso, fuori dalla pratica. Questo abisso che ti porta a parlare non di “illusioni”: dice il testo, “Quello che c’è adesso e qui”. Il fatto che il pubblico ridesse mi eccitava e mi lasciava di stucco, però».

Chiedo a Daria se abbia notato differenze nel pubblico (e nel teatro) di allora e di oggi: «Da una parte ho l’impressione che il nostro linguaggio si sia talmente impoverito che qualsiasi cosa si aggiunga somigli all’acqua tonica in un cocktail: la metti, ma solo per sentire il sapore dell’alcol, distinguendolo da quello che alcol non è. La mia sorpresa è stata capire, rifacendolo, quanto quella nebbia cominciata a diradarsi con Handke non abbia mai smesso». Nella replica a Short Theatre 9, le dico, mi è sembrato di individuare più di un momento di smarrimento e le chiedo se fosse qualcosa di legato alla percezione del ruolo dell’attore in uno spettacolo simile. «Uno smarrimento, sì, di fronte al concetto stesso, ma anche un mio sentirmi diversa: non mi andava di fare il clown e stavo cercando di capire come “stare” quella sera. Poi il rapporto con il pubblico cambia le cose. Ci sono diverse parti in cui il testo non è fissato, diciamo che abbiamo solo degli “appuntamenti”; alternare e far dialogare un lato serio e uno scherzoso dipende sempre da come torna indietro».

insulti al pubblico
foto di Claudia Pajewski

Vero. Di certo un lavoro come questo non solo si appoggia sulla reazione degli spettatori, ma – a uno stadio più profondo e più sottile – si occupa di trasformare quella reazione in un reagente, in una trama segreta che lascia accadere le cose. Ci troviamo d’accordo su un’evidenza: il pubblico del teatro del Novecento e degli anni Zero ha ormai digerito l’intera struttura filosofica impiantata sulla metateatralità. «Il paradosso – sostiene Daria – è che ormai siamo talmente abituati a non fingere che proprio restaurare quella finzione ci riporta qui, dove si ricrea una verità da zero, l’unica». Concordo che, paradossalmente, quell’atto di rottura del “far vedere quel che c’è dietro” ora rappresenta un mezzo per creare una distanza di sicurezza tra palco e platea. Lo spettatore assiste a un’ennesima mistificazione, quella dell’attore che interpreta l’attore che interpreta il personaggio. Handke scaglia così la sua prima pietra: «Non siamo qua a parlare di illusioni o a togliere illusioni». Ecco che la maschera cade. Ecco la violenza inaudita di questa operazione. Non si tratta di scarnificare un dispositivo al punto da mostrarne l’ossatura (cosa che di per sé offre del dispositivo una seconda e più approfondita visione) ma proprio di schiantare l’intera struttura contro un muro di totale e desolante sottrazione. Un po’ come Beckett aveva fatto con la drammaturgia, Handke afferma che non c’è niente da raccontare, che la storia siamo noi. Tutti noi, compresi gli spettatori.

E proprio con gli spettatori (che sono poi anche i lettori) decido di chiudere. Nella parte finale dello spettacolo i due attori cominciano realmente a insultare il pubblico, tentando però allo stesso tempo di giustificarne le reazioni. Quale insulto lancerebbe Daria Deflorian al pubblico di oggi? «Faccia di tolla. Sarebbe a dire uno che va a teatro con pregiudizi; positivi o negativi che siano, sono lo stesso dannosi, perché in ogni caso in questo modo vanno a teatro senza un’esigenza. È una forma di negazione all’incontro».

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Leggi altri articoli su SHORT THEATRE

Leggi gli altri articoli “davanti a una birra”