Valle Occupato. Verso il teatro partecipato

Valle Occupato. Escono gli occupanti, entra con loro un nuovo progetto.

 

valle occupato sgombero
foto di Valeria Tomasulo

Ho scritto questo articolo mentre stava per cominciare la prima assemblea del Teatro Valle Occupato fuori dallo stabile, un piccolo palco e dei ponteggi abitano lo spazio che separa le fioriere: «ponteggio stellare», così lo hanno chiamato con il consueto linguaggio immaginifico; presenza pratica e simbolica al contempo, con cui manifestare ancora una volta la presenza di artisti e cittadini attorno a quello che oggi è il teatro più celebre d’Europa. Il comunicato del 10 agosto firmato dalla Fondazione Teatro Valle Bene Comune con il quale veniva lanciata la conferenza stampa dell’indomani era lapidario già nel titolo: «Il Teatro Valle esce dallo stato di occupazione». Con questo atto viene dato il via al processo che porterà la Fondazione Teatro Valle Bene Comune a progettare insieme al Teatro di Roma quel luogo partecipato di cui incessantemente si è parlato negli ultimi giorni.

Gli ultimi giorni, appunto, follia pura. Dieci giorni di passione nei quali la Fondazione ha accolto i cittadini in teatro e ha cercato fino all’ultimo una soluzione al pericolo di sgombero che adombrava la trattativa: come fidarsi delle istituzioni, dell’Assessorato alla cultura e del Teatro di Roma? (Leggi il comunicato di valutazione). Come pulir via dall’immaginario collettivo l’inadeguatezza e l’inettitudine dimostrate in questi ultimi anni? In che modo dimenticare proprio le modalità con cui è stato gestito il rinnovamento dei vertici dello stesso Stabile? Probabilmente il concetto “teatro partecipato”, in gestazione da subito all’interno dell’occupazione, ha cominciato a maturare proprio nelle assemblee fiume di agosto. In quella che dai giornali è stata chiamata banalmente «una spaccatura» e che in realtà era proprio la manifestazione di un processo doloroso, conflittuale, ma altissimo, possiamo trovare una delle anime del teatro partecipato, la cittadinanza attiva, un esempio di democrazia diretta.
Le diffidenze non potevano non esserci: i centri sociali e i movimenti che in questi anni col Valle hanno collaborato a creare proprio quel laboratorio politico unico nel suo genere (perché capace di attraversare l’esperienza artistica), sono stati tra i primi a mettere in guardia rispetto a una trattativa sorretta da esigue garanzie, ma le differenze si riverberano anche tra gli occupanti. Appassionate le arringhe di alcuni soci fondatori che consigliavano almeno di provare ad allontanare la data di uscita, strada però già imboccata una volta permettendo di posticipare dal 31 luglio al 10 agosto; tentare di più avrebbe messo a rischio la trattativa.

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foto di Valeria Tomasulo

Si dirà con un colpo di spugna: «Ha prevalso la ragionevolezza, la maturità, la serietà», ma in realtà il progetto, le energie che verranno messe in campo per presidiare il teatro e creare intorno agli interventi di messa a norma un workshop di formazione per studenti universitari di restauro (annunciato alla conferenza stampa), le forze e le idee che hanno portato il teatro fuori dallo spazio teatrale con l’impalcatura/installazione (si spera non crei mal di stomaco a chi è sempre pronto a misurare la portata di un’azione culturale con il suo coefficiente di legalità invece che con quello di legittimità), non arrivano da un pensiero unico e immobile, ma da un lavoro magmatico che proprio delle numerose differenze si è nutrito. Badate bene che questo è proprio un segno di discontinuità rispetto all’accentramento di potere a cui ci stiamo abituando: nell’Italia in cui il cittadino non può scegliere direttamente il proprio candidato ai seggi del Parlamento e che ora non eleggerà più i membri del Senato, in un paese dove alle ultime elezioni europee gli astenuti erano più del 40% c’è la forza e la volontà di aprire un’esperienza decisionale alla cittadinanza senza temere la messa in crisi del progetto stesso.

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foto di Valeria Tomasulo

Inutile girarci intorno, a qualcuno tutto ciò fa paura, altrimenti non si spiega il sassolino tirato nei già deboli ingranaggi della trattativa e rappresentato dal distacco dell’energia elettrica subito ieri mattina dal teatro; chiunque abbia avuto la brillante idea – che sia stato un ordine dall’alto o un errore dal basso – più che fare un dispetto agli ex occupanti ha messo in pericolo un bene architettonico del Settecento (e tutte le persone accorse per la conferenza stampa) dato che senza elettricità non funziona neanche il sistema antincendio. Dopo alcune ore devono essersi accorti di averla fatta grossa e l’energia è stata ripristinata.
La portata del cambiamento messo in cantiere dai lavoratori del Valle insieme al Teatro di Roma rischia di essere epocale, a settembre una serie di questioni animerà il dibattito: la creazione di modelli di equa distribuzione delle risorse, il superamento di monopoli come la SIAE, l’autogoverno e la creazione libera di spazi assembleari (per citarne solo alcune); la sfida è proprio questa, trovare il modo di farlo all’interno di quel perimetro strutturale rappresentato dalla burocrazia, dai regolamenti e dalle barricate sindacali. E alla fine di un conciso ma propositivo discorso, il presidente del Teatro di Roma Marino Sinibaldi ha simbolicamente lasciato agli ex occupanti un mazzo di chiavi del Teatro Valle (guarda il video pubblicato su La Repubblica).

Durante un’intervista rilasciata ad Anna Bandettini su La Repubblica, Tom Stoppard parla in questi termini del personaggio di Vissarion Belinskij, figura emblematica, commovente e affascinante della grande epopea The Coast of Utopia: «Belinskij era un critico, lavorò tra il 1830 e il 1840, scrivendo sotto la mannaia della censura dello zar. Per questo a un certo punto andò a Parigi dove gli intellettuali potevano scrivere quello che volevano. Ma lui la odiava. Perché in un mondo dove tutti possono scrivere quello che scrivi viene dimenticato il giorno dopo. Mentre a casa sua, in Russia, le sue idee erano attese, discusse. Insomma, subito mi interessò questo paradosso: che le idee di Belinskij avevano una identità maggiore in un regime autoritario».

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox