RIC Festival 2014. Rieti e lo spazio vuoto

RIC Festival 2014. Valori e prospettive per il teatro nel Lazio

 

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Il centro d’Italia – Foto RIC Festival

E va bene, l’ha detto Peter Brook e lo ricordiamo di continuo che «posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale». Perfetto. Niente da obiettare. Ma poi in quel palcoscenico vuoto, creato per l’occasione di una forma d’arte in via di evanescenza, bisogna far esistere e resistere qualcosa che sappia abitarlo quello spazio, rendere l’atto teatrale duraturo e robusto di fronte alle intemperie dell’abitudine e della dimenticanza. Dopo una settimana di RIC Festival 2014, nella città di Rieti che è centro esatto d’Italia, prende corpo proprio questa sensazione di essere capitati in un luogo dove ancora tutto è da inventare, ma dove c’è uno stato di attenzione altissimo e una possibilità germinale in grado di impiantare qualcosa di concreto e stabile.

Seconda edizione, la prima l’avevamo persa. Però sembra un po’ quest’anno il primo con un progetto definito che l’ATCL Lazio diretta da Alessandro Berdini e presieduta da Luca Fornari, con il sostegno della Regione Lazio, ha ideato di raccordo all’amministrazione cittadina. Grazie cioè a un assessorato “illuminato”, convinto che per combattere la noia moribonda in cui sembra versare la città fosse necessaria una vera e propria “invasione” artistica, il borgo centrale del capoluogo sabino si è vestito a festa per ospitare un alto numero di spettacoli, concerti, laboratori, incontri teorici, insomma per costituire una tappa effettiva del grande carrozzone festivaliero che misura l’Italia in su e in giù durante l’estate.
Per fare questo ha dovuto però servirsi di un progetto più ampio che finalmente iniziasse l’opera tanto attesa di espansione delle attività oltre la Roma fagocitante dei poteri, oltre quella convinzione che la Capitale sia un gate spaziale per raggiungere un paradiso di visibilità. E invece la città simbolo della contaminazione e dell’offerta artistica oggi langue, è stanca, annulla le piccole buone pratiche perché non è in grado di concedere continuità, implode in sé stessa la sua magnificenza. Altrove però, ad appena un’ora o due di viaggio, si aprono piccoli e grandi teatri di una regione tra le meno inclini al decentramento, che ora sta sperimentando tuttavia la piena opportunità di “scoprire” letteralmente territori nuovi o da rinnovare, ognuno secondo l’attitudine che il circuito regionale ATCL saprà leggervi. Rieti dunque, e non solo. Latina e Frosinone, per cominciare. Ma là dove lo spettacolo dal vivo sale sul palcoscenico, tanti comuni più piccoli potrebbero entrare nell’orbita di un grande ragionamento residenziale, aprire le porte cioè a quella lievitazione creativa che Roma, la grande città, ha sempre rifiutato per sua propria vocazione.

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Zombi a Rieti – Foto Zombitudine

Rieti, centro d’Italia, lo è anche di tutto questo nuovo movimento. In questa città il festival ha portato una sferzata al pessimismo imperante riscontrato parlando con ogni generazione di cittadini, ha mostrato spettacoli compiuti di artisti importanti come Deflorian/Tagliarini o I Sacchi di Sabbia, Compagnia Krypton, Frosini/Timpano o il vincitore del premio InBox 2014 Valerio Malorni, ma ha sostenuto anche le nuove produzioni come i tre lavori sulla drammaturgia del norvegese Jon Fosse, affidati a tre registi giovani e poco noti, mostrando un piccolo programma di teatro ragazzi e aprendo infine uno squarcio sul percorso di creazione dedicato a Pasolini, intrapreso da Giorgio Barberio Corsetti in vista di un’uscita pubblica il 12 settembre proprio a Rieti.

Cosa resta da fare? Quando si sta in uno “spazio vuoto” si può scegliere se abitare o soggiornare. La speranza, animata da questa intensa settimana, è che non si tratti di un passaggio fugace ma di un progetto sostanziale lungo l’intero anno, perché il circuito diventi finalmente un esempio virtuoso di sostegno alla creazione artistica, mostrando perché no la strada a chi fa invece scelte “di rappresentanza”, ancorando soltanto ai grandi nomi l’offerta culturale. Per fare questo occorre una comunicazione radiale e che la città risponda animandosi di quella spinta propulsiva, che non dimentichi gli “alieni” invasori ma li integri nel proprio tessuto sociale; occorrono laboratori lungo l’intero anno, un lavoro di formazione radicato che non porti solo da fuori i valori ma identifichi e sviluppi quelli nascosti sotto le pietre del borgo medievale. Nel bar della piazza c’è una scritta: “Rieti è morta, noi siamo gli zombies”. Una città morta dunque? O di morti viventi? L’arte, sappiamo sulla pelle di chi ne fa, è un dialogo con la morte compresso in una forma di vita. E la vita non è mai, uno “spazio vuoto”.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia