Jon Fosse a Rieti. Un trittico

Jon Fosse messo in scena a Rieti per il Ric Festival da Thea Dellavalle, Alessandro Greco e Vincenzo Manna. Recensione

 

Suzannah – foto Sefora Delli Rocioli

RIC sta per Regioni Invasioni Creative. Un nome che è tutto un programma, un programma che sta tutto nel nome. Per chi scrive innanzitto un’esperienza, quella di vivere a stretto contatto con una comunità che si è vista, appunto, invadere da un fiume in piena di attività culturali. A fare il paio con la scelta di non farcire il cartellone con grandi nomi di richiamo dando invece spazio al panorama laterale del teatro italiano è stata la scelta di sostenere la produzione di tre testi del celebre drammaturgo norvegese Jon Fosse. Lasciando a loro la scelta dei copioni, il festival organizzato dall’Associazione Teatrale tra i Comuni del Lazio (Atcl) ha affidato a Thea Dellavalle, Alessandro Greco e Vincenzo Manna il compito di portare in provincia la voce frammentata e onirica di un probabile futuro Premio Nobel per la Letteratura. «Al di fuori della buona letteratura – così Fosse raccontava il suo avvicinarsi al teatro dopo essersi costruito una fama di romanziere – salì una voce che non era verbale, che non diceva niente di preciso, che era là, sola, arrivata da molto lontano. Volevo un teatro capace di passare dalla cultura all’arte: è lì che si incontra qualcosa, una particolare voce di silenzio mai incontrata prima». Originario di un umile paesino sulla costa ovest della Norvegia, in vent’anni di carriera è ora tra i drammaturghi più rappresentati nel mondo, tradotto in 40 lingue: dopo il prestigioso Ibsen Award abita un alloggio “honoris causa” in un’ala della residenza reale. La sua è una scrittura scarna e minimale, evocativa e nebulosa, in bilico sulla pura poesia, che per lui «ha bisogno di libertà e solitudine».

Di queste due condizioni, libertà e solitudine, tratta il primo testo, Suzannah, nel quale in tre corpi di donna è scomposta la figura emblematica della moglie di Henrik Ibsen. Tre fotografie viventi scattate a diversi stadi della maturità compongono il gioco drammaturgico: in un salotto borghese si attende l’arrivo di Ibsen per una umile cena di compleanno; il suo ritardo stressa la dimensione tempo concedendo generosi accessi alla memoria e alla malinconia. Drammatizzato dentro un triplo soliloquio incrociato, il ritornello “dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” rivela i suoi risvolti più storicamente maschilisti, spiega in allegoria la vittoria finale di Ibsen come genio di carisma lanciato nella memoria collettiva senza pericolo di essere messo in ombra. Dellavalle sceglie di lavorare su un materiale accattivante e sicuro di sé consegnando in una scena sgombra fatta di porte stilizzate, poltrone, comodini e tavola imbandita la performance di un terzetto perfettamente affiatato, in grado di dare forma con voce, corpo e ritmo alla rappresentazione di una femminilità esausta.

Io sono il vento - foto Ric festival
Io sono il vento – foto Ric festival

Consegna più ardua e nel complesso meno incisiva è quella scelta da Alessandro Greco, figlio del compianto Emidio e già autore di pellicole indipendenti, che sceglie Io sono il vento, testo tra i più rarefatti e simbolici della produzione di Fosse. Di solo qualche anno fa era una memorabile versione di un altro illustre scomparso, il francese Patrice Chereau, che aveva posto due immensi attori su una pedana oscillante. Greco mette in scena la barca come spazio mentale, nel perimetro fatto di specchi lascia agire due interpreti giovani e volutamente somiglianti tra loro. Il graduale scambio di ruolo, il lento fondersi dei caratteri, accompagnato dallo sciabordio delle onde in effetto audio, dà forma a un onirico viaggio iniziatico verso la perdizione. Il malessere dell’animo è tradotto in dialoghi tronchi e poetici, abbandono all’abisso della totale non comunicazione, così simile a una deriva, a un naufragio, a un plateale atto estremo. La difficoltà del dramma sta dunque in questa violenta astrazione, che deve poter in scena fare i conti con attori dalla presenza grave e magnetica, in grado di non far appiattire su se stessa una metafora, quella “sturm-und-drang” del mare in tempesta, già aggrappata al fondo del nostro immaginario e sempre a rischio di retorica. La performance acerba dei due giovani non rende dunque totale giustizia alla glacialità del testo e alla mano ambiziosa della regia.

A chiudere il trittico è stato Vincenzo Manna, firma giá più navigata prima come interprete, poi nella drammaturgia (spesso al fianco della direzione di Andrea Baracco) infine approdato alla regia. Strada e camera d’albergo fanno da scenario intermittente per l’incontro tra un uomo e una donna, una “danse macabre” fatta di silenzi e vibrazioni dell’animo. A questa pièce, che nel 2004 era valsa un Premio Ubu a Valter Malosti, Manna sceglie di imprimere un forte segno acido e spregiudicato, agendo sui colori decisi dei neon che a terra incorniciano lo spazio, volgendo in versione saffica l’intreccio e credendo così di potenziare la tensione, introducendo segni sgradevoli e sopra le righe attraverso un quadro iniziale fatto di assordante dance music e mimiche oscene e inserendo poi tra le scene intermezzi pseudo-danzati che vorrebbero sintetizzare in gesti l’evoluzione dei rapporti di questa “strana coppia”.
Il risultato è una sorta di videoclip confuso e molto pretenzioso, cui (molto più che negli altri due) manca l’umiltà di restituire alle parole di Fosse, così selezionate e appuntite, il fuoco irrinunciabile di una solida presenza attoriale. Mai come in questi casi, in cui – in un modo pur a volte eccessivamente osannato, nell’opinione di chi scrive – l’autore norvegese va a occuparsi delle pieghe dell’animo umano, occorre conservare intatto un rigore di messinscena che non si lasci disfare da pur legittime operazioni di adattamento.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

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SUZANNAH
di Jon Fosse
traduzione di Thea Dellavalle
con Bruna Rossi, Irene Petris, Barbara Mazzi
luci Paolo Pollo Rodighiero
suono Marco Olivieri
consulenza alla scena Maurizio Agostinetto
progetto di Thea Dellavalle e Irene Petris
regia di Thea Dellavalle
produzione Il Mulino di Amleto
in collaborazione con RIC Festival 2014

IO SONO IL VENTO
di Jon Fosse
Regia adattamento e scene Alessandro Greco
con Giulio Maria Corso e Eugenio Papalia
assistente alla regia e disegno luci Pietro Seghetti
musica e sound design Enrico Minaglia

INVERNO
di Jon Fosse
regia di Vincenzo Manna
con Anna Paola Vellaccio, Flaminia Cuzzoli
produzione Florina Teatro Stabile di Innovazione, ATCL