Drodesera Festival. Cronache da Centrale Fies. Di guerra

Da Drodesera Festival 2014: 4 spettacoli per un tema, la guerra. Recensioni di Teatro Sotterraneo e e Valters Sīlis, Riccardo Giacconi, John Jordan e Isabelle Frémeaux, Aníbal López

 

Drodesera festival War Now (Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis)
War Now (Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis) foto Alessandro Serra

«Addio, mie belle addio, che l’armata se ne va…». Chi si saluta modificando il verso di apertura di una nota canzone risorgimentale? L’arte e la politica, due belle signore che negli ultimi anni sono messe in serio pericolo. Una guerra contro la cultura e la libertà dei cittadini del mondo è infatti alle porte, o forse è già brutalmente iniziata, per togliere loro il fascino che ha fatto innamorare generazioni di artisti, intellettuali, attivisti di ambo i sessi. Gli appartenenti a queste categorie ancora rimasti e non intenzionati a corteggiare i poteri costituiti, che hanno tutto l’interesse a scatenare e mantenere vivo il conflitto, sono ormai in dovere di partecipare alla lotta e di reagire con i propri mezzi alla barbarie imperante, poiché sono a rischio due delle poche cose che rendono la vita di moltissime persone meritevole di essere vissuta.
La Centrale Fies che ha sede a Dro è uno dei focolari di resistenza che prepara diverse truppe scelte per combattere questa guerra. Non l’unico, certo, perché ogni critico anche di piccola o modesta esperienza sa che esistono moltissimi altri spazi agguerriti sparsi un po’ ovunque in Italia. Ma se è concesso esporre un suo tratto distintivo, direi che un merito della Centrale Fies è la sua capacità di allestire ogni estate un festival lungo dieci giorni che, da un lato, ospita artisti o performer nazionali e internazionali, dall’altro presenta ogni volta un tema dominante ben preciso. Questo secondo punto permette di offrire al pubblico non un’offerta culturale accattivante ma parcellizzata, bensì un programma coerente che permette allo spettatore volenteroso di articolare riflessioni di ampio respiro. Il tema di Drodesera 2014 è lo Skillbuilding, ossia il pensare che l’arte aiuti a costruire le abilità per affrontare le difficoltà dei tempi presenti.

Drodesera festival War Now (Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis)
War Now (Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis) foto Alessandro Serra

Quattro spettacoli erano dedicati alla guerra e alla resistenza: War Now! di Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis, Il nonnulla di Riccardo Giacconi, We have never been here before di John Jordan e Isabelle Frémeaux del Laboratory of Insurrectionary Imagination (LABOFII), Soldado di Aníbal López. Fatte salve le loro differenze, ciò che essi hanno in comune è appunto la capacità di fornire delle skills utili per prendere parte attiva, consapevole e creativa al conflitto, prossimo o in corso, che minaccia l’arte e la politica dai suoi nemici.

We have never been here before può essere messo in posizione preminente rispetto agli altri tre lavori, perché solleva delle questioni basilari per chiunque pensi al teatro come uno strumento di resistenza e di lotta civile. John Jordan ripercorre sul palco l’autobiografia del LABOFII e i suoi principali esperimenti politico-performativi, ad esempio il tentativo di ostacolare il G8 scozzese del 2005 allestendo un esercito di clown che avrebbe dovuto bloccare ogni via di accesso al luogo del raduno, per domandare direttamente allo spettatore: quanto è efficace l’arte in termini politici? L’azione diretta trae forza/riesce ad attirare più sostenitori dalla sua parte se è condotta insieme a un’azione performativa che causa piacere in chi la guarda e la esegue? La risposta che Jordan fornisce è che l’arte non è abbastanza, giacché opera in un campo di battaglia dove le tecniche anti-sommossa degli avversari sono più infide e sottili di quanto si immagini.

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The laboratory of insurrectionary (John Jordan e Isabelle Frémeaux) foto Alessandro Sala

Proprio l’esperimento anti-G8 ha mostrato al LABOFII che i bei princìpi guida dell’esperimento – ossia che l’autorità è indebolita quando viene messa in ridicolo e che una rottura della barriera emozionale attraverso il riso può aumentare l’impatto politico – erano solo parole vuote. Lo Stato stesso della Scozia aveva concesso agli attivisti di dissentire, addirittura aveva lasciato che la strada divenisse il palcoscenico ben definito su cui recitare la protesta, così da rendere questa solo simbolica. Ed è chiaro che, quando si muove nel piano del simbolo, anche l’idea politica più innovativa e realistica si attenua in un gioco vano. Tale impietosa critica viene però ribaltata quasi subito dopo, ossia viene presentata come un mezzo necessario per prendere consapevolezza che una forma di dissidenza creativa deve essere pensata in termini più efficienti. L’artista che vuole resistere – sembra dire – non deve abbandonare la magia o togliere alla politica il linguaggio del sogno, ma fare in modo che l’incantesimo del teatro giovi alla protesta persuadendo che essa riuscirà per davvero, o che quantomeno vale più la pena di sperare nella sua riuscita che non sperarci affatto. Jordan elabora così dei nuovi principi, ossia che un movimento va del tutto distrutto solo quando lo si convince che non potrà mai vincere, e che «le cose diventano vere se abbastanza persone ci credono». Quindi esegue sulla scena alcune azioni poetiche che infondono nello spettatore nuova voglia di lottare: un monologo alla madre (a cui è in parte dedicato lo spettacolo) per ringraziarla di avergli fatto dono di credere nell’impossibile, il paragone di chi resiste con i vermi che riescono sempre a trasformare la terra morta in terra fertile, una canzone ispirata alle parole di un noto discorso di Bob Crow («If we all spit together we can drown the bastards»). Se questi siano principi validi o risultino di nuovo parole vuote, il LABOFII lo scoprirà forse in un altro decennio.

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Nonnulla (Riccardo Giacconi) foto Alessandro Sala

Con Il nonnulla di Giacconi, risultato vincitore durante il festival Skillbuilding del “Premio Live Works”, si entra in un’altra atmosfera. Due performer siedono al buio di fronte a un tavolo illuminato debolmente da una piccola lampada. Uno di loro (Hannes Egger) trascrive con lentezza su dei fogli bianchi gli estratti di un diario di un ufficiale di guerra che guidava una divisione austriaca nella battaglia del Carso, che si dice fosse stato ritrovato dal bisnonno di Giacconi al termine della guerra. L’altro (Andrea Miserocchi) si ferma a leggerli uno per uno e ne traduce a mente i contenuti, per poi riferirli al pubblico con asciuttezza quasi piatta e con frequenti silenzi che denotano una forte ritrosia a comunicarli. Ciò non sorprende, giacché gli estratti del diario – probabilmente scritti in una condizione di follia, visto che uno di loro allude a un certo punto a frequenti vaneggiamenti dell’ufficiale – narrano la vita di una trincea in cui accadono solo fatti grotteschi, segnali di un’Apocalisse imminente. Si racconta di ininterrotti concerti di rane e di rospi, di un cielo che prende periodicamente fuoco, di membra umane sparse sul campo che nessun poeta può riuscire a sublimare con i suoi versi, di soldati che respirano «concentrato di cadavere», di un cappellano ubriaco del vino della comunione che non riesce più a dare fede e coraggio ai soldati. L’effetto che ne deriva è la rappresentazione della guerra come un’attività umana anti-eroica e di un mondo ormai vecchio, sterile, grondante di sangue. Un dio che lo osservasse crederebbe che la terra sia «una donna con le mestruazioni», quindi che ha espulso l’ovulo per generare, oppure vedrebbe con indifferenza un soldato colpito ai testicoli, perciò venuto sul Carso a combattere per una Patria che lo mutila della facoltà di essere padre.

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Soldado (Aníbal López Soldado) foto Andrea Pizzalis

Teatro Sotterraneo e Valters Sīlis presentano invece uno spettacolo che immagina cosa accadrebbe se gli uomini entrassero nella terza guerra mondiale. Esso si divide in tre parti: una prima che descrive il periodo pre-bellico, una seconda che rappresenta il conflitto in atto, una terza che mostra la fondazione di un nuovo teatro, dedicato alla memoria dei caduti e che intende lanciare il segnale per il quale la ricostruzione di un’umanità nuova parte dalla cultura. Il livello di approfondimento di ciascuna sezione non è omogeneo. La parte centrale è ad esempio meno convincente delle altre, perché gli attori (Matteo Angius, Sara Bonaventura, Claudio Cirri) si limitano qui a rappresentare sparatorie e azioni di eroismo bellico, o al contrario episodi di crimini di guerra (come l’uccisione di un neonato), mentre sono accompagnati da una serie di effetti speciali (nuvole di fumo, ecc.) e dalla musica perlopiù tratta da film di guerra e avventura. Decisamente più interessanti sono le altre due sezioni, dove i performer guidano gli spettatori, a volte coinvolgendoli in dei role-playing o interagendo direttamente con loro, ad accettare la guerra come qualcosa di normale e persino provvista di una propria attrattiva estetica. Nella prima parte, ad esempio, Sara Bonaventura finge di rivolgersi agli spettatori come se fossero i bambini di una scuola elementare e li ammaestra con voce mielosa a prendere in mano le armi per uccidere il nemico, qualora risultasse necessario andare davvero in battaglia. Mentre nella seconda sezione, si allude in maniera anche non troppo velata che, dietro le belle parole, il teatro che è stato appena fondato pensa la cultura come uno strumento di esaltazione delle guerre trascorse e di apologia di quelle future. Qui, infatti, si presentano concerti ispirati ai bombardamenti, spettacoli che rievocano gli atti eroici o criminali condotti nel conflitto precedente e si creano installazioni visive che usano quale materiale primo i corpi dei caduti. War Now! mostra così come l’arte teatrale possa edulcorare l’orrore e anestetizzare il dolore di cui una guerra è intessuta, fino a farla diventare addirittura piacevole.

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Soldado (Aníbal López Soldado) foto Sara Bugoloni

Infine, Soldado consiste in una breve performance che mostra un soldato nell’atto di ripetere una sequenza fissa di azioni: imbracciare il fucile, marciare nello spazio e sparare, assumendo però ogni volta posizioni diverse (accovacciata, in piedi, ecc.). Nella sua estrema semplicità, il lavoro ha il pregio di mostrare, con un processo straniante, che l’apparato militare è nella sua essenza monotono e dà l’impressione di essere più complesso solo in virtù di alcune minime variazioni nei suoi sempre identici procedimenti.
In sostanza, se c’è una “skill” che i quattro spettacoli forniscono insieme, è certo quella di prendere consapevolezza che anche la guerra più giusta, ispirata a nobili principi e condotta coi mezzi del teatro è sempre esposta al pericolo di divenire, da dissidenza creativa, qualcosa di inefficace o persino dannoso. Mettono in guardia l’arte teatrale dal diventare qualcosa di sinistramente troppo vicino a quella descritta nel Woyzeck di Büchner: «Guardino adesso l’arte: cammina dritta, ha giacchetta e pantaloni, e ha una sciabola! La scimmia è un soldato». Un’arte presa nel vuoto esercizio di indurre la scimmia a simulare il soldato obbediente, che crede di combattere per una buona causa, quando in realtà offre un semplice svago a buon mercato ai potenti della Terra.

Enrico Piergiacomi
Twitter @democriteo