Teatro in video. La rivoluzione di Gordon Craig

Gordon Craig e le sue Scene per Teatro in Video 12° appuntamento

 

«More fire, less egotism»: inciso dietro cui si assiepa la complessità di pensiero di una rivoluzione.
A figurarci oggi l’immagine di un rivoltoso probabilmente ci si parerà davanti la figura di qualche outsider col profilo orgoglioso e solcato, coi tratti bruni ed estenuati, emaciati e al contempo decisi, con l’espressione greve e trasandata quasi fosse l’analessi fisiognomica di una lotta. Eppure quelle quattro parole, lapidarie e travolgenti come una moltitudine, appartengono all’ascesi anglofona, alla porcellana gentile del volto di Edward Gordon Craig, senza troppa fatica annoverabile tra i fautori di una delle maggiori rivoluzioni teatrali del Novecento. Craig il figlio di Ellen Terry (tra le massime interpreti del periodo vittoriano), il discepolo di Henry Irving, il padre dei bambini disgraziati di Isadora Duncan, il fondatore della prima rivista sullo spettacolo di respiro internazionale e ancora l’attore, il disegnatore, il teorico, lo scenografo, il visionario oggi riconosciuto dalla storia quale vate del concetto di regia. Erede di un secolo, il diciannovesimo, che aveva visto l’attore assurto a fulcro di un impero “soggettivo”, si trovò a compiere un percorso in grado di spingere spesso il suo sguardo oltre le possibilità del tempo, lungo la china di un’epoca su fino al centro delle direzioni del futuro. Individuando nell’emotività la piaga principale del palcoscenico, costruì letteralmente e idealmente nuove prospettive in cui lo “stage director” fosse il principale responsabile di un unicum fatto di azione, ritmo, verbo e  colore. Riafforano allora alla memoria i progetti, i disegni e le cronache, la dominanza di verdi e azzurri nel Resmersholm di Ibsen allestito per Eleonora Duse al Teatro della Pergola nel 1906 o i leggendari screens dell’Amleto del ‘12 con Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca. I ricordi si congiungono come punti di una linea di consapevolezza progressiva e compongono un’architettura assoluta dove ogni cosa acquista senso simbolico attraverso l’estetica ragionata di una funzione, anelando per l’arte la fine del disordine, del sentimento momentaneo, persino quella della libertà dell’ “accidente”.  Così si compia pure il sacrificio estremo, si consumi la morte dell’interprete canonico per spianare la strada ad una perfezione che travalichi la rappresentazione, il tentativo di ri-presentare la realtà e appaia dunque la Über-Marionette (Super-Marionetta): «la figura inanimata […] non competerà con la vita […] piuttosto andrà oltre» visto che, corpo organico epurato dalle derive naturali del quotidiano,  «i fili che si tendono dalla Divinità fino all’anima del Poeta sono quelli che potrebbero comandarla».
La rivolta è facilità d’impulso alla battaglia, la rivoluzione è invece militanza del senno al di là delle norme diffuse e si nasconde a volte nell’armonia eretica di occhi cerulei.

Marianna Masselli
Twitter @Mari_Masselli

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Comments
  • Dario Aggioli 30 luglio 2014 at 10:31

    Gli screens non erano solo per l’Amleto, anzi… comunque i disegni dei costumi/scene dell’Amleto sono eccezionali.
    Come Re Claudio (che ricorda un rospo) con un mantello dal quale spuntano le teste dei cortigiani…

    Detto questo potreste vedere l’Amleto (a teatro) con Richard Burton che usa gli screens.
    Il video c’è, perché dato che Burton firmò solo per la prima (era consuetudine fare un contratto fino alla prima e poi dopo se ne faceva uno per la tournée per scaramanzia) e poi annunciò che non avrebbe firmato per la tournée (perché voleva raggiungere in Italia Liz Taylor che girava Cleopatra), allora lo spettacolo fu mandato in video in contemporanea in tutti i teatri che avevano comprato lo spettacolo (forse il primo streaming ella storia del teatro).

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