Teatro Eliseo sotto sfratto, arriva Franceschini

Il Teatro Eliseo sotto sfratto, i lavoratori in assemblea permanente, il ministro Dario Franceschini vincola il cambio di destinazione d’uso

 

Teatro Eliseo
Teatro Eliseo

«I lavoratori, fino alla risoluzione positiva del grave problema che riguarda il futuro del teatro, hanno iniziato un’assemblea permanente e chiedono l’intervento delle istituzioni per fermare lo scempio che si sta consumando ai danni del teatro e di chi ci lavora». Con queste parole una nota dei sindacati Slc Cgil, Uilcom Uil e Rsa spiega il motivo per cui, passando di fronte al Teatro Eliseo di Via Nazionale a Roma, si può salire le scale, entrare e trovare i lavoratori raccolti a discutere le sorti dell’ennesimo spazio teatrale capitolino a rischio chiusura. I debiti contratti dal teatro – storico stabile privato diretto da Massimo Monaci, di proprietà di tre soci e che percepisce un finanziamento ministeriale – non sono una novità, così come non lo è lo spauracchio di uno sfratto. Stavolta però l’ordine è diventato esecutivo, l’ufficiale giudiziario ha solo spostato il termine di qualche giorno, dal 10 al 29 luglio 2014. Con la spada di Damocle penzolante a pochi centimetri, lavoratrici e lavoratori dell’Eliseo hanno messo in moto un tran tran che mira a creare attenzione intorno alla vicenda, reclamando l’intervento delle istituzioni al grido di «la cultura non si sfratta!».

La risposta della stampa è stata piuttosto immediata: una vera e propria piccola mobilitazione mira a cercare innanzitutto delle soluzioni pratiche per colmare un debito nei confronti dei proprietari (Vincenzo Monaci, Stafania Marchini Corsi e Carlo Eleuteri, titolari di Eliseo Immobiliare Srl) che sfiora il milione di euro, per un teatro di 700 posti che percepisce un contributo dal FUS pari a un milione e trecentomila euro. Una proposta economica è stata avanzata dal produttore Francesco Bellomo e vedrebbe, si legge nella nota dei sindacati, «un’offerta comprendente l’affitto dello stabile e l’ingresso nella Società di gestione Eliseo Teatro Srl, mentre una seconda, capeggiata dall’imprenditore Cavicchi, vede formalizzata la sola proposta d’affitto per lo stabile, dipingendo per quest’ultima uno scenario incomprensibile sul futuro dei Lavoratori/trici e del Teatro stesso». Da qui la viva preoccupazione, soprattutto in seguito a un non raggiunto accordo con i soci, senza chiare motivazioni.

L'On. Dario Franceschini all'Eliseo. Foto di Maya Amenduni
L’On. Dario Franceschini all’Eliseo. Foto di Maya Amenduni

Francesca Moreddu, Rsa Cgil, non è realmente in grado di rispondere alla domanda principe, cioè come sia stato possibile arrivare a un buco di bilancio così eclatante. «Nel teatro si spende molto, ma non sempre si ha un commisurato riscontro di pubblico, non sempre si fa “cassetta”». Nel frattempo l’esecuzione dello sfratto è stata rimandata perché, continua Moreddu, «evidentemente ci sono alcuni parametri che vanno valutati anche tra i proprietari delle mura. I lavoratori adesso sono le uniche reali vittime: stiamo andando avanti ma siamo molto preoccupati, soprattutto proprio perché non tutto è chiaro». A rischio c’è ovviamente il posto di lavoro di chi occupa gli uffici, ma anche i biglietti e gli abbonamenti già venduti e le compagnie ospiti della stagione 2014-2015 (comprese, tra l’altro, quelle programmate dal prossimo Romaeuropa Festival, che ricordiamo essere orfano della gestione dello spazio del Palladium). «Questa condizione di assemblea permanente ha come scopo quello di fare chiarezza. Dalle istituzioni non vogliamo altri soldi, vogliamo che intervengano per fare chiarezza, facendosi testimoni e garanti di una integrità. Perché non si riesce a trovare una soluzione, anche se c’è una cordata che porterebbe i soldi utili a sanare il debito?». In altre parole, che cosa c’è dietro? Quali interessi? Difficile saperlo proprio perché si tratta di una società privata. La speranza dei lavoratori è dunque che le istituzioni prendano in mano la questione considerando l’Eliseo come un organo di interesse pubblico che «produce cultura e lavoro, due cose molto importanti in questo momento» e facendo chiarezza sugli interessi in gioco.

Teatro Eliseo
Particolare della campagna abbonamenti ideata da Nicola Sapio

Il rischio, ovviamente, è quello che accomuna tutte le imprese private, anche quelle partecipate dalla sfera pubblica: che – in particolare a fronte di evidenti difficoltà a far quadrare i conti – si finisca per sostituire un’impresa culturale con un’impresa commerciale di altra natura e di più sicuro (o almeno probabile) successo. Soprattutto su questo punto, mentre il direttore Monaci dice di star già tentando di avviare un tavolo istituzionale anche con gli enti locali per affermare l’importanza dell’Eliseo soprattutto nel momento di sofferenza vissuto dai grandi teatri, a offrire un fugace ma tutto sommato significativo intervento, il 10 luglio all’Eliseo è arrivato il ministro dei Beni Culturali in persona, Dario Franceschini. «Un teatro va difeso in ogni caso, sia pubblico o privato o partecipato», esordisce, per poi consegnare al piccolo uditorio la prima (e tutto sommato unica) buona notizia, che si guadagna un applauso: «Questa mattina abbiamo avviato le pratiche per istituire il vincolo sul cambio di destinazione d’uso su entrambe le sale dell’Eliseo». In questo modo almeno l’Eliseo rimarrà un teatro, non diventerà un bingo, un ristorante o una filiale di Eataly, e forse questo mette al sicuro l’organico del personale, che di certo lotterebbe per rimanere in una ipotetica nuova gestione. Eppure la stessa buona notizia non lascia liberi da preoccupazioni: quale soggetto (pubblico o privato fa poca differenza) se la sentirebbe di prendersi in carico la gestione di un teatro su cui gravano simili debiti e che nelle ultime stagioni non sembra essere riuscito – nonostante il contributo ministeriale e una sala capiente – a battere cassa a sufficienza? Se davvero lo sfratto del 29 luglio chiuderà l’Eliseo, potremmo dover abituarci a vedere le saracinesche abbassate per un bel pezzo.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

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Comments
  • Paolo 11 luglio 2014 at 12:07

    Caro Sergio, condivido le Sue preoccupazioni: come si è arrivati a perdere tanto? Quale insana politica di gestione ha portato ad accumulare queste perdite nel giro di poco tempo? Perchè la collettività, o un privato,dovrebebro farsi carico di un fardello del genere, dopo aver già finanziato la sala? In un’impresa privata l’accollo di un debito ha come presupposto, sempre, il cambio del management responsabile (della serie: “io ripiano il debito e compro la società, intutto o in parte, ma non te la lascio più gestire, altrimenti nel giro di pochi anni siamo di nuovo allo stesso punto..”): perchè in questo caso dovrebbe essere diverso?

    Però ci sono di mezzo i lavoratori, e non si scherza su questo, e il significato storico e culturale di una sala come l’Eliseo (che, tra l’altro, quest’anno ha presentato un programma coraggioso, che mi ha spinto, il 3 luglio, ignaro di tutto, a sottoscrivere due abbonamenti): ecco perchè credo che ci sia una strada, basata sulla solidarietà (pubblica sottoscrizione, crowfunding, chiamatela come vi pare). E’ il pubblico che deve riappropriarsi del Suo teatro, con piccole sottoscrizioni (8000 abbonati, 200.000 spettatori ogni anno: basterebbero 5 € per uno…) per sanare il gap e ripartire. Ma con altri criteri, e altri controlli….

  • sergio lo gatto 12 luglio 2014 at 01:51

    Caro Paolo,

    Sono molto d’accordo con te sulla seconda parte e vedo che condividi le mie domande. Che tuttavia ci tengo a precisare che non avevano una intenzione polemica, ma proprio neutra. A brevissimo pubblicheremo un’intervista a Massimo Monaci, che ha voluto spontaneamente chiamarci per rilasciare alcune dichiarazioni in risposta proprio alla “domanda principe”, come si sia arrivati ad aprire un buco simile.
    Grazie mille di leggerci

    Sergio

  • a.pizzola 16 luglio 2014 at 23:04

    Mi sembra, con tutto il rispetto e la preoccupazione per le sorti dei lavoratori, che la posta in gioco sia piu ampia. Investe qui come in altri spazi, le sorti del teatro. Certo, in quanto struttura finanziata per anni dal fus, e’ opportuno che si faccia luce sul buco di bilancio e su chi l’ha gestito. Detto questo il punto resta. Vincolare la destinazione d’uso e’ come dire puntellare un edificio a rischio crollo che restera’ inagibile. Vanno ricercati invece modalita’ di gestione che consentano l’ingresso di capitali privati senza i quali il teatro, vincolato che sia, seguira’ la sorte di tutti gli spazi della cultura romana e non solo

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