Taccuino critico. Ustica, streghe e belle bandiere

Belle bandiere. Sono nato per volare. Lamagara. Recensioni brevi

 

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

Teatro Kopò
Foto Teatro Kopò

SONO NATO PER VOLARE
di e con Giuseppe Arnone

Un pilota lo sa fin da bambino che un giorno volerà. Le sue braccia larghe sono ali, guarda un uccello e conosce un destino. Vincenzo Diodato passa un’infanzia felice, vive a Bologna con una famiglia siciliana, ma torna durante le vacanze di Natale nei luoghi d’origine. Ci torna in aereo, la sua passione. E fin qui nulla di strano. Ma se un aereo è quell’aereo, tutto cambia e gli odori delle tradizioni di famiglia, il calore di una nonna che lo ama, il modellino d’aeroplano che gli hanno regalato, i primi amori imbarazzati, le occasioni di ciò che sarà nel tempo che aspetta la maturazione alla vita adulta, finiranno la sera del 27 giugno 1980, nel tragico incidente che la storia conosce col nome dell’aereo caduto, o fatto cadere: il DC9, nel cielo sopra Ustica. Giuseppe Arnone scrive e dirige Sono nato per volare, in scena nella stagione estiva del Teatro Kopó, interpretandolo con passione e una dedizione al racconto notevole. Non è autore navigato, Arnone, nelle corde del suo monologo vibrano echi marcati di rimando alla narrazione siciliana di Davide Enia e alcune parti sono molto acerbe, giocate su costruzioni immaginifiche semplicistiche, così come forse della struttura del prologo da cabaret non c’è bisogno, eppure c’è una forza nell’arrivare alla tragedia senza che se ne avverta il percorso, con leggerezza e sguardo infantile. Un po’ di vento allora s’è sentito, passare tra le ali e le quinte di un palcoscenico. Sarà nato per volare, Arnone? Fortuna che per viaggiare, il teatro, di un aereo non ha bisogno.

Giugno 2014, Teatro Kopó

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lamagara
Foto Salvatore Minervino

LAMAGARA
Da un’idea di Emanuela Bianchi
Scritto da Emilio Suraci ed Emanuela Bianchi
Adattamento e interpretazione di Emanuela Bianchi

Ci sono storie che lasciano un seme nel tempo, pare si perdano nel magma indistinto della dimenticanza e invece resistono come una screpolatura d’intonaco, un’ombra perenne discosta dagli spazi assolati. Era la Calabria del 1769 quella di Cecilia Faragò, vedova processata come strega dopo la morte di un parroco nel Regno di Napoli e vittima della propria conoscenza, oltre che del proprio dolore. Non era ancora, quello, il tempo dei diritti femminili, eppure si iniziava a depositare allora quel seme lungo il corso del divenire, perché sbocciasse nel nostro tempo come s’imprime, nell’aria che pare immobile, l’eco di un grido lacerante. Lamagara è questa donna, evocata dalla penna di Emilio Suraci ed Emanuela Bianchi, anche attrice sul palco del Roma Fringe Festival 2014.
In una scena scarna, arricchita di sola terra, sassi, garofani rossi recisi, rami secchi nascenti dal terreno e nastri bianchi a scendere dall’alto, Emanuela Bianchi si muove in abito nero attorno al vibrare di una candela e al proprio linguaggio arcaico perché esploda di parole segrete, liberate per un ascolto che riconosca in quel grido la condizione della donna contemporanea. Pur nobile nell’intenzione storica, la sua ricerca invece artistica si infrange nell’usualità della proposta: troppi cliché (terra, pietre, fuoco, dialetto, rami secchi, un rosario, la veste nera…) si ripetono in una sequenza già nota, i cui elementi costituiscono una sorta di monodia e non permettono quella vibrazione lirica che sola poteva liberare un corpo dalle parole, un sentimento dalla storia, un grido dalla memoria.

Giugno 2014, Roma Fringe Festival

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Belle bandiere
Foto Antonella Bovino

BELLE BANDIERE
di Lorenzo Misuraca
con Emiliano Valente

Un divano. No, quello che appare non sempre corrisponde a verità. E allora non è un divano, sono due poltrone vicine ma tanto vicine da sembrare un divano, quelle sul palco dove Emiliano Valente inizia il monologo Belle bandiere, scritto da Lorenzo Misuraca e portato in scena sul palco del Festival Limnesia, all’interno del CSOA eXSnia. Dato il tema, l’immagine è eloquente. Siamo dopo una manifestazione, torna da Firenze un manifestante incallito, ma non sa più bene per cosa protesta, non sa più nemmeno se davvero quel che va a fare è protestare. Parla a un ipotetico “altro”, ora al telefono, poi alla signora di fianco in un treno che lo riporta a Roma. Parla di ideali traditi, di azioni finite nel vuoto, di passioni spente, di pasoliniane belle bandiere ammainate una dopo l’altra, riposte nel cassetto dell’indifferenza civile, politica. Eccola, la parola. Politica. Di questo si tratta. Di un attivismo svuotato di senso, di una dedizione stereotipata e immiserita. Valente con ironia parimenti intrisa di coinvolgimento e distacco porta il racconto nella militanza anche un po’ improvvisata, il suo richiamo stimola all’attenzione con leggerezza e, pur se la proposta sconta un po’ l’aridità di concetti già molto dibattuti e l’assenza di un conflitto vivificante, è la convinzione in quel che dice a farne uno spettacolo da vedere. Poi sta a noi, a chi guarda, capire cosa sta vedendo. Se un divano di un racconto già noto, o le due o più poltrone incollate che sono la storia della sinistra contemporanea.

Luglio 2014, CSOA eXSnia – Limnesia

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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