Taccuino Critico. Il circo, Re Lear e Tanta notte

Il circo a Villa Adriana. Tanta notte di Laura Graziosi. ED di AlbAli TeAtri. Recensioni brevi

 

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

Foto Andy Phillipson
Foto Andy Phillipson

C!RCA BEYOND
creato da Yaron Lifschitz
con Circa Ensemble
regia Yaron Lifschitz
production manager / luci Jason Organ
costumi Libby McDonnell
in collaborazione con Funambolika Festival Internazionale del Nuovo Circo – Pescara

Il corpo dell’acrobata è in bilico:  bloccata in una sfida con sé stessa e col pubblico in trepidazione, la donna si muove con rigorosa eleganza quasi fosse un felino, poggiando il peso su tre pali stabili e fedeli. Se non fosse per quella benda − nera come la notte, la quale avvolge con naturalezza il palco situato nell’area archeologica di Villa Adriana −  che le oscura la vista privandola di un senso indispensabile per una simile prova. Beyond, l’oltre ricreato dalla compagnia australiana C!rca diretta da Yaron Lifschitz, è il viaggio in un sogno inquietante e sublime, nel quale sette artisti (quattro donne e tre uomini) offrono agli spettatori una lunga sequenza di numeri dallo straordinario virtuosismo: palo cinese, trapezio, montagna umana, contorsionismo… Le dorate e calde atmosfere del circo di una volta sono ora sostituite da una scena buia dove prevalgono luci fredde e non avvolgenti che separano nettamente il palco dalla platea eccetto qualche rapida incursione degli artisti tra il pubblico. Maschere di coniglio, cubi di Rubik e un’animalità incarnata dagli artisti sembrano proiettarci in un film di David Lynch, in grado di affascinare e stupire persino gli spettatori più piccoli. C!rca adatta alla contemporaneità una tradizione millenaria; seppur lontana dall’usuale idea di circo, riesce tuttavia a ricreare quell’altrove magico dove far accadere l’impossibile.

Lucia Medri

Twitter @LuciaMedri

visto a Villa Adriana Festival nel mese di luglio 14

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tanta notte - graziosi
Foto di Matteo Delbò

TANTA NOTTE
di e con Laura Graziosi
luci Giuseppe Filipponio

Correre. Dogma del presente o necessità liberatoria? Qualunque sia il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che non è solo un mero allenamento fisico, siamo però tutti consapevoli di quanto la realtà che ci circonda sia una lunga ed estenuante corsa. Allora perché non renderla un intimo esercizio? Uno sfogo quotidiano delle ansie della giornata per ritrovarci con noi stessi?  Laura Graziosi l’ ha fatto: Tanta notte in anteprima nazionale al Festival Limnesia al CSOA eXSNIA è la dichiarazione di una presa di posizione nei confronti della vita, riappropriarsi del tempo e dello spazio attraverso la corsa, notturna e solitaria. É il diario di bordo di un’avventura raccontato con tuta e scarpe da tennis, entrando nel cuore della città quando la città è addormentata. Incontri, incomprensioni, scontri sono tutti frammenti autobiografici di esperienze vissute dall’attrice nelle sue “corse di vita”. Un monologo che a tratti rimane in superficie rallentato da dispersive digressioni o che si accontenta di strappare al pubblico una prevedibile risata; non approfittando invece delle potenzialità insite in un testo che possiede in nuce le caratteristiche di un breve racconto di formazione in corsa e di corsa.

Lucia Medri

Twitter @LuciaMedri

Guarda il video su e-performance.tv

visto a LIMNESIA Teatri alla Sorgente CSOA eXSNIA Parco delle Energie nel mese di luglio 14

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ed albali
foto di Pierpaolo Di Marino

ED
di AlbAli TeAtri
regia Francesco Prudente
con Bruno Ricci e Angelo Rizzo
drammaturgia Francesco Prudente, Alice Fratarcangeli, Rossella Della Vecchia, Chiara Matera
musiche originali e sonorizzazioni Aron Carlocchia
consulenza artistica Rossella Della Vecchia
aiuto regia Alice Fratarcangeli

«Uno spin-off». Così il regista Francesco Prudente della compagnia AlbAli Teatro presentava Ed, spettacolo passato al Roma Fringe Festival 2014. Eppure, essendo Re Lear il testo di riferimento, già di per sé la vicenda dei due fratelli Edmund ed Edgar, figli del duca di Gloucester, rappresentava una “trama secondaria” rispetto a quella del protagonista che dava nome alla tragedia, alle prese con l’amore e il disamore di tre figlie. In quello come in altri esempi l’espediente drammaturgico dell’intreccio laterale serviva alla perfezione tutto il complicato gioco di rimandi, proiezioni e allegorie chiamate a sottendere una narrazione complessa come quella shakespeariana. La versione offerta dal giovane ensemble romano, già protagonista di uno degli incontri del progetto Per fare il teatro che ho sognato, sceglie una via estrema, quella della riduzione a un paradigma: il ragionamento sul concetto di illegittimità. Il rapporto tra due fratelli, la cui tensione risultava determinante per il meccanismo stesso della tragedia, vive qui di totale autonomia. Al prefisso comune “Ed” fanno riferimento i due estremi di un doppio, lo scontro e il confronto con un padre invisibile (e non a caso cieco) prendono corpo in un dialogo costruito a più mani a partire da una scrittura scenica. Mescolando biografia e lirismo, il testo sorprende per sincerità e cura, masticato dalle voci semplici di due attori (Bruno Ricci e Angelo Rizzo) che danno davvero tutto. La lingua ibrida tra il dialetto del sud e una pregevole attenzione alla musicalità del verso riescono a spingere la parola fino a bucare una certa ingenuità nell’impianto scenico e un rapporto ancora acerbo con una partitura sonora forse eccessivamente complessa, a volte invadente. Tra radiomicrofoni che gracchiano e un castrante disegno luci, di certo i mezzi tecnici “en plein air” del Fringe non aiutano a valorizzare le buone idee di spazialità, incisive nell’uso della terra che copre il palco ma sofferenti di troppa bidimensionalità. Così come un più accurato lavoro sui corpi potrebbe offrire al testo qua e là verboso maggiore aria, spostando le immagini dal puro racconto all’azione. E tuttavia, unite alla visibile intenzione drammaturgica, tra modello e innovazione, un’energia tagliente e una grande umiltà trasformano in un’esperienza di visione interessante questo insolito e coraggioso esperimento, esempio di una vitalità che merita tempo e modo di crescere ancora.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Visto al Roma Fringe Festival in giugno 2014

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Comments
  • Aron 21 luglio 2014 at 18:59

    ci piace la musica complessa e invadente..perche richiede attenzione e curiosità’ perché è musica d’arte contemporanea…sempre meglio di Bregovic o di qualche menata newage (che vi piace tanto) che sta li di contorno a non rompere le balle ed è “piacevole” …e che sicuramente in un palco del Fringe festival, (senza subwoofer e con una coppia di casse sfondate e con un mixer pieno di polvere e umidità) si sarebbe anche sentita bene!!

  • sergio lo gatto 22 luglio 2014 at 10:50

    Caro Aron,

    Mi spiace che tu prenda così emotivamente e con tali toni un articolo che certo non è impulsivo e non è di gusto, ma che viene da un ragionamento preciso di cui, leggendo il pezzo, è tuttavia facile tirare le fila. Non è mio uso farcire una critica con commenti tipo “ci piace” o “non ci piace”, cosa che di certo è più adatta a una sede come quella del commento.
    Per inciso, non sono un amante di Bregovic o delle menate newage, non cerco musica che sia piacevole o di contorno e ti assicuro che conosco bene quella che tu chiami “musica d’arte contemporanea”, una definizione che, appunto, sei tu a offrire, per identificare, credo, una pratica ben nota a chi frequenti il teatro contemporaneo. A dir la verità, non “cerco” proprio niente, ma in un lavoro teatrale che fa uso (come la gran parte dei lavori teatrali) di un linguaggio complesso e che incrocia parola, immagine, corpo e musica, *cerco* (qui sì) di dare dei parametri alle possibilità di ascolto e di agio per lo spettatore all’interno di questi incroci.

    Quanto alle note tecniche che riporti su subwoofer, casse e mixer, mi pareva di aver anche io dato conto di questi difetti tecnici imputandoli a una scarsa cura dell’organizzazione stessa: “Tra radiomicrofoni che gracchiano e un castrante disegno luci, di certo i mezzi tecnici “en plein air” del Fringe non aiutano a valorizzare le buone idee di spazialità”.
    Ecco, proprio la spazialità è il parametro di cui parlavo prima.
    Non amo proprio spiegare i miei stessi scritti, ma lo faccio volentieri se vi aggiunge profondità e chiarezza: “un rapporto ancora acerbo con una partitura sonora forse eccessivamente complessa, a volte invadente” mi sembra tuttavia una frase sufficientemente chiara. Non parlo di una musica “troppo complessa da capire o da seguire”, ma di qualcosa che non si integra bene con parole e corpi e che dunque risulta invadente, per responsabilità di entrambe le parti. Qui non parliamo di un concerto, ma di “musica e sonorizzazioni” in funzione o comunque in ergonomia con il resto dei linguaggi in scena. Se uno degli elementi risulta invadente (a chi scrive, almeno) c’è qualcosa che non va.

    Spiacente che tu ti sia sentito offeso o “non piaciuto”, tanto più in questo modo, facendo sembrare che chi scrive si dia delle arie e poi andando tu stesso a denigrare un genere (quale poi? New Age? Ma che significa, su…) rispetto a un altro.

    grazie di aver letto e, pensa un po’, complimenti per il lavoro.
    Sergio

  • Aron 23 luglio 2014 at 00:58

    Hai ragione Sergio…forse ho esagerato…io purtroppo non conosco bene il teatro così da potermi permettere un commento così,forse troppo impulsivo..conseguenza forse di un periodo di nervosismi.
    Ti chiedo scusa…anche perché la tua recensione era molto dettagliata e curata.
    A presto
    Aron

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