L’ambiguità di Barbablù secondo Roberta Spaventa

Recensione dello spettacolo Barbablù di Roberta Spaventa visto al Teatro TeTe, Modena.

 

Barbablù. Foto di Dante Farricella
Barbablù. Foto di Dante Farricella

Barbablù è uno spettacolo scritto e diretto da Roberta Spaventa, fondatrice della compagnia teatrale Peso Specifico Teatro. Visto al teatro TeTe di Modena, il lavoro consiste in una riscrittura della nota favola di Charles Perrault, che si propone di individuare dove risieda l’origine della violenza e quali forme essa assuma, oltre che di capire se è possibile distinguere con chiarezza l’identità della vittima da quella del carnefice.

Dal punto di vista drammaturgico Barbablù si può dividere sostanzialmente in tre parti. La prima mostra al pubblico l’interiorità della nuova moglie di Barbablù, svelando come la donna non provi un sentimento facile da definire nell’ intensa quanto tormentata relazione con il marito violento. Attrazione e repulsione, passione e terrore, tenerezza e sgomento sono un magma di emozioni contrastanti ai quali non riesce a trovare una pacificazione. I due “doppi” in conflitto saranno, allora, due bambine vestite di bianco: da un lato colei che incarna i sentimenti positivi e per la quale le azioni brutali dell’uomo sono atti d’amore, quasi forze della natura gentili come un soffio di vento, dall’altro la bambina agitata da sentimenti cupi che la spronano a reagire anche violentemente ai frequenti soprusi, paragonati stavolta a fenomeni naturali distruttivi (il terremoto). Si può mangiare e sputare con veemenza una banana e parlare allo stesso tempo di un desiderio inconscio o di un tentativo fallito di castrazione del marito. L’espressione di questo complesso mondo interiore si basa, per il resto, su un uso molto contenuto delle parole e un largo impiego di gesti ripetuti-ricorrenti, che comunicano bene la condizione di oppressione e di impotenza della donna, ridotta dal marito quasi al silenzio. Tali gesti risultano enfatizzati dalla musica e dall’interazione con due pannelli semoventi posti in fondo al palcoscenico.

foto di Dante Farricella
foto di Dante Farricella

La seconda parte dello spettacolo è invece segnalata dall’arrivo in scena di Barbablù, su cui viene spostato il focus dello spettatore attraverso una serie di scelte drammatiche. Fra le più significative quella di far cessare la conflittualità delle due bambine e di renderle quasi un personaggio corale, ossia che reagisce nello stesso modo alle azioni del marito – come avviene nella scena suggestiva in cui le attrici cantano insieme una melodia, mentre lui le copre di regali. Scelta ulteriore è impegnarle a turno nella costruzione di un dialogo muto con l’uomo e costruire così collateralmente dei godibili stacchi di teatro-danza. Un cambio di atteggiamento tanto repentino corrisponde a un cambio di prospettiva, la donna non viene più vista dall’interno, bensì dall’esterno, nel rapporto concreto con il marito, permettendo allo spettatore di comprendere quali forme di prevaricazione egli applichi su di lei. Esse possono essere distinte in forme sottili e in forme aperte, fra cui resta impresso il gesto di Barbablù di gonfiare o sgonfiare la moglie soffiandole dentro l’ombelico con un piccolo fischietto, allusione leggera ma precisa a un episodio di violenza domestica.
Questo frangente dello spettacolo costituisce anche la parte più narrativa e descrittiva all’interno del quale si sviluppa la trama: la donna riceve in dono le chiavi della grande casa, rompe il divieto di aprire la porta che sappiamo nascondere i corpi delle mogli precedenti e ricava dall’orrore della scoperta la forza per uccidere il marito, ponendo in tal modo fine al suo conflitto interiore. Non a caso le due bambine spalancano i pannelli semoventi e fanno uscire una terza donna vestita di bianco, rappresentazione simbolica della personalità della donna finalmente ricomposta, in grado di attirare Barbablù in una trappola mortale, di usare contro di lui i suoi stessi strumenti di seduzione, prevaricazione, violenza sottile (i regali) o aperta (il fischietto).

Fino a questo punto il concetto di violenza resta molto ambiguo, ai limiti dell’incomprensibile: il fatto che oppressione e aggressività possano essere percepiti come atti d’amore rappresenta la labilità del confine che separa la gentilezza dalla ferocia, quindi vuole ribadire pure che in azioni apparentemente benevole può nascondersi — consapevolmente o meno — l’intento opposto. La ritorsione finale della donna segna l’impossibile distinzione netta tra il ruolo della vittima e quello del carnefice, poiché la vista della morte (i cadaveri delle precedenti spose) la induce a causare altra morte e manifesta di essere incline alle identiche pulsioni del marito.

Allora sembra di dover concludere che non c’è bisogno di andare troppo lontano per rintracciare l’origine della violenza: è ovunque sia un rapporto umano, non c’è motivo di cercarne una fonte precisa, giacché è una caratteristica innata e spontanea dell’uomo. Simile sensazione è confermata dall’ultima parte dello spettacolo di Spaventa. Qui la terza donna appare sul palco tenendo tra le mani una scatola con la scritta “La Morale”, mentre una voce fuori campo ammonisce direttamente il pubblico a guardare la sua prossima messinscena, a imparare una verità «assai banale» ma ineludibile. Quindi, le attrici che impersonavano le due bambine e l’attore che interpretava Barbablù  — cambiatisi prontamente d’abito, per non essere confusi coi loro personaggi — entrano in scena come persone comuni che si disapprovano, si spuntano, si insultano e si gridano ingiurie reciprocamente, indicando che anche in queste azioni semplici e quotidiane si annida un’altra forma la violenza.

Riusciremo mai a correggere la nostra natura, interrompendo l’attività prevaricatrice a cui sembriamo così spontaneamente portati? Spaventa pone la domanda, ma elude altrettanto volutamente la risposta spegnendo lentamente le luci sugli attori sfiniti dal troppo urlare.

Enrico Piergacomi
Twitter @democriteo

BARBABLÙ

Visto in giugno 2014 presso i l teatro TeTe, Modena

Regia e Drammaturgia: Roberta Spaventa
Con: Cristina Carbone, Francesca Iacoviello, Santo Marino e Michela Rosa
Disegno luci: Santo Marino
Costumi: Cristina Carbone
Sound Designer: Kheyre Walamaghe

produzione: Peso Specifico Teatro