Teatro in video. DV8 e le interferenze nel reale

DV8 con Enter Achilles per Teatro in Video. 8° appuntamento

Compagnia inglese formatasi nel 1986 sotto la guida di Lloyd Newson e tuttora attiva in tutto il mondo, i DV8 non amano rimanere nel recinto del genere “danza”, preferendo invece la più allargata accezione di teatro fisico. Come lo stesso coreografo ha più volte provocatoriamente dichiarato, il primo è “solo” un tipo di movimento che, pur mantenendo le istanze politiche del genere, rischia molto spesso di rimanere estetica vuota, «acrobatica», il cui senso comunicativo e sociale, espressivo, si è omologato, o peggio, è dato per scontato. Bisogna vedere i lavori di DV8 per rendersi conto di come il loro personale approccio alla danza riesca a entrare nelle maglie del quotidiano, riuscendo a proporre una sintesi tra ironia del vissuto e poesia, critica sociale e efficacia scenica.

Lo spettacolo Enter Achilles, ad esempio, è frutto di un progetto a più fasi che ben si presta a tale idea; nel 1995 vide una prima proposizione sul palco, due rivisitazioni (una nel ’97 e l’altra di un anno successiva) e nel 1998 una rielaborazione in video – che qui vi proponiamo in versione completa –, diretta dallo sguardo specialista di Clara Van Gool (spesso regista di dance-film) sulla base del lavoro di Newson. Il passaggio dal mezzo teatrale alla pellicola (non l’unico caso all’interno della produzione della compagnia) forse permette ancor meglio di apprezzare quelle ”interferenze nel reale” a cui si faceva accenno prima. Non di un film comunemente inteso si tratta, ma di una trasposizione, nella quale i movimenti coreutici, più astratti, entrano in contesti appartenenti alla realtà e, pur mantenendo un’aderenza alla situazione – quella di un gruppo di amici riunitisi in un pub durante una notte –, riesce a giocare metaforicamente su contrasti quali ad esempio: singolo/gruppo (min “5-“8,23), dolcezza/brutalità (min. “20-“24), gioco/lotta (min. “37,47- “46,52).

Definito come «un viaggio all’interno della psiche maschile», in esso sembrano raggrupparsi tutte le ossessioni e i divertimenti come calcio o alcol, dove la donna è un essere di celluloide (non perché sia bambola gonfiabile dovremmo considerarla oggetto, anzi, il terrore della perdita è identico). La danza diventa un amplificatore delle dinamiche, rende la realtà più chiara: le fobie riguardo l’omosessualità, uno dei temi con il quale il lavoro dei DV8 fu spesso identificato, trovano facilmente spazio nella performance. Si può arrivare alla liberazione catartica, scoprendo le carte al rischio d’esser accettati o menati, in una logica del gruppo che varia costantemente, continuando a danzare anche quando sta lottando per la propria identità.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

 
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