Taccuino critico. Roma Fringe Festival

Roma Fringe Festival. 7 peccati capitali della compagnia Ote Le Saracinesche, Il folle e il divino (Nogu Teatro), Petimus Rogamus (Lorenzo Montanini). Recensioni brevi

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

foto Gino Rosa
foto Gino Rosa

7 PECCATI CAPITALI
Regia Emiliano Minoccheri
Con Valentina Bressanin, Mario Coccetti, Lisa Foletti, Prisca Fortini, Massimiliano Musto, Piero Tassarelli, Brunella Zaccherini
Produzione O.T.E Le Saracinesche
Audio editing Andrea Rizzi

Corpi che dal buio si trascinano ad una fioca luce, spersonalizzati i volti, coperti da calza scura, vivono più nella loro ombra proiettata mentre si sente una preghiera,  atto di dolore in un lago infernale. Questo è l’inizio di 7 peccati capitali, della compagnia emiliana O.T.E. Le Saracinesche, andato in scena durante la prima settimana del Roma Fringe Festival 2014. Costruito per quadri, il lavoro (del 2013) nasce come rappresentazione dell’errore umano, costantemente sottoposto a giudizio; attraverso un costante tappeto sonoro d’appoggio al movimento, fatto di melodie classiche, elettroniche e registrazioni vocali, la danza di sei elementi fonda sulla creazione dell’immagine il proprio senso. Tuttavia il lavoro necessiterebbe di una definizione maggiore, non tanto per la confusione rispetto il messaggio che alcuni quadri non sembrano riportare con chiarezza, quanto perché in certi casi la danza rischia di rimanere vuoto movimento e l’astrazione allontanare da quell’umanità originaria da cui scaturisce l’errore; così come lo svelamento del viso rischia d’essere appuntamento previsto dal pubblico, gioco scoperto più che animo messo a nudo. Sembreranno allora più interessanti i volti protetti dalla scura calza, liberi di vivere il momento e la fatica, senza la costrizione di dover interpretare un ruolo che inevitabilmente estremizza una condizione facilmente cedevole alla grottesca disperazione. Non mancano però alcuni momenti più riusciti, efficacemente costruiti sia dal punto di vista formale che emotivo: tra tutti, il quadro dedicato alla fame, dove una figura avvolta in un mantello sovrasta una massa di braccia imploranti bagnate da una fascio di luce rossa, nascondendo una schiena scoperta; in quel caso la nudità dello sguardo, sbarrato, ritorna allo spettatore con onestà; il gesto, semplice, di richiesta di cibo, acquisisce il suo pieno senso, e la parola suggella la comprensione.

Viviana Raciti
Twitter @Viviana_Raciti

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roma fringe festival
Foto Funweek

IL FOLLE E IL DIVINO
di Cristiano Vaccaro
regia Cristiano Vaccaro
con Claudia Bighi, Eleonora Capri, Ilaria Conti, Ilaria Manocchio, Lorenzo Marziali, Vanina Visca, Cristiano Vaccaro
compagnia Nogu Teatro

Su uno dei palchi del Fringe romano è arrivato anche Sofocle attraverso una qualche forma frusta, ironicamente attualizzata delle vicende dell’Edipo Re. Narrato e rinarrato, proposto e riproposto, riveduto e corretto il personaggio tebano è onnipresente al punto di dare l’impressione di non essere sempre rappresentato per necessità o con un’efficacia comunicativa in grado di strapparlo oggi al calco sterile. Tedio da inflazione o malanimo da abuso sono i due rischi maggiori in cui può far incappare lo spettatore chi si accosti a questo classico. Per ovviare al pericolo Nogu Teatro ha pensato di proporre Il folle e il divino, spostando la prospettiva del racconto e operando una manipolazione di gradiente drammatico: sono gli dei – vestiti di bianco e truccati didascalicamente come fatine di carnevale –  a essere i protagonisti e a calarsi di volta in volta nei panni dei personaggi, a tessere le trame e tenere letteralmente le fila dei destini individuali tra capriccio e noia, magnanimità e concessione del libero arbitrio con una vena comica che mira al sarcasmo. In questa dimensione Edipo è uno smidollato, monade di un fato che nemmeno afferra completamente; Giocasta una svampita con la coscienza che oscilla tra ostinata negazione dell’adulterio e reali limiti di comprendonio; i messi e i pastori figure bucoliche simil-abbruzzesi e Tiresia una sorta di indovino idiota, la cui costruzione caricaturale è spinta fino a sembrare gratuita, quasi fastidiosa. Comprensibile l’ironia, il risultato tuttavia resta in superficie, non aggiunge all’origine più di quanto possa fare una lettura ulteriore e così non incontra chi scrive, cui la performance sembrerebbe, fuori da qualunque supponenza, più adatta a un pubblico di bambini.

Marianna Masselli
Twitter @Mari_Masselli

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roma fringe festival
Foto Marco Lausi

PETIMUS ROGAMUS
di Marco Bilanzone
Regia di Lorenzo Montanini
Con Carlotta Piraino, Daniel Plat, Mersia Valente, Diego Valentino Venditti

È una bella accoglienza visiva quella del piccolo palco del Roma Fringe Festival 2014 dove sta per avere inizio Petimus Rogamus. Sembra di essere negli anni ’50 o, meglio, in un fotoromanzo dell’epoca: i due attori (Mersia Valente e Daniel Plat) entrano portando una bicicletta, si muovono a scatti come manichini eternamente sorridenti, bloccati nei ruoli della vita preconiugale che si apprestano a vivere. L’estetica grottesca, dalla regia di Lorenzo Montanini, è dunque padrona della scena fin dal primo momento, una luce gli colora di pastello il viso e anticipa sulla loro figura le parole di una lingua inventata, molto divertente, con cui dialogare e non capirsi, da qui all’ipotetico futuro. Simile, non uguale, al latinorum di una “mini-papessa” (Carlotta Piraino) che, assieme a una sorta di maggiordomo canterino (Diego Valentino Venditti, l’unico a parlare italiano), cerca di ricondurre il loro dialogo a una complessità di riflessione – pur se con accenti ironici – sul tempo, sulla virtù dell’amore e la condizione umana. Là dove l’estetica convince, tuttavia, così come gli attori in essa bene inseriti, poco sviluppato pare proprio il testo di Marco Bilanzone, capace di innescare un interesse formale che non mantiene nei contenuti e scivola via, tra le pieghe di una struttura affascinante che sola non basta a sostenere la commedia nel buio di dopo, quando le luci saranno spente.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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