Sosta Palmizi, veglia nel sonno

Sosta Palmizi presenta Sleep Elevation di Mariella Celia. Recensione

 

Foto ufficio stampa
Foto Paolo Porto

C’è stato un tempo in cui, nella semiotica, dalla definizione del messaggio e delle “regole” di trasmissione, si è arrivati a teorizzare un modello per il perfetto ricevente. Umberto Eco ne parlava a proposito del lettore e, mutuandolo da questo esempio, Marco De Marinis ne identificava uno per lo spettatore teatrale, come se esistesse una “condizione ideale” con la quale assistere. Senza entrare troppo nel merito di questo genere di concezioni, tendenti perlopiù a considerare l’oggetto artistico come un processo in sé concluso e non modificabile, capita di corrispondere in forma più o meno diversa, a questo modello: ricettivi, attenti, predisposti all’ascolto.

Tuttavia avreste potuto guardare e ascoltare con piacere Sleep Elevation anche se fosse mancata in voi quella programmatica lucidità mentale da “buon spettatore”, scoprendo non soltanto un’aderenza tematica ma anche una possibilità di fruizione dagli interessanti risvolti. L’ultimo solo di Mariella Celia – rappresentato in data secca al Teatro Furio Camillo – è frutto dell’incontro col cosiddetto “sogno lucido”, uno stato particolare del sognatore consapevole di star sognando e capace quindi di modificarne a proprio piacimento lo svolgimento. Ecco che le affinità con certo tipo di teatro (specie se quel teatro danza tipico dell’artista associata alla compagnia Sosta Palmizi) salgono subito all’immaginazione.  Proprio il palco sembrerebbe essere il luogo ideale per rappresentare l’esperienza del sogno a occhi aperti: mozziconi di candele diventano sigarette, sequenze che iniziano, si interrompono e prendono a ripetersi all’infinito, scheletri come compagni di tè, conversazioni che hanno le stesse parole di un film. Già nel precedente lavoro, Verdina Stella (un intenso lavoro di improvvisazione Ideato E diretto dalla regista e coreografa Oretta Bizzarri), la componente teatrale si insediava tra le maglie della danza; ma se in quel caso la caratterizzazione del personaggio colorava in maniera più esplicita la qualità dei movimenti, in questa prova le evoluzioni coreutiche sembrano concentrarsi su un’espressione più astratta mentre alla componente teatrale il compito di racchiudere la situazione in una cornice narrativa. Nonostante potremmo identificare una maggiore distinzione tra i momenti tendenti verso l’una o l’altra arte, in nessun caso mai le considereremo veramente separate: il gesto mantiene una ritmicità ben orchestrata e  la danza è autentica espressione di uno stato d’animo, di un sentimento, di una situazione.

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Foto Paolo Porto

C’è una donna in vestaglia, in piena notte presumiamo, in attesa. Ogni quadro scivola nell’altro fluidamente, come in sogno finiamo per non percepire più i bordi, incapaci di stabilire se quello che vediamo sia l’attesa di una telefonata o se si tratti del sogno in cui ci si può concedere di cantare come Mariah Carey. Anche le parole possono cambiar sottilmente forma, così Christmas diventa una marca di cibo per gatti. Allora il movimento, armonico, si spezza, riprende il corso, diventa bambola da carillon, corpo invisibilmente solleticato e costretto a ridere, a scansarsi. Senza prendersi quasi mai veramente sul serio, continuamente autoironizzando, la danza della Celia rimane sempre elegante, anche quando si finge sgraziata teenager, capellona con i boot slacciati.

Nel sogno lucido ci si può permettere di tirar fuori – letteralmente – i propri scheletri dall’armadio, accettando di confrontarsi con le proprie diverse personalità, dialogando con esse, questo sembra essere il messaggio. Si deve essere pronti anche a rispettare quei momenti censurati, in cui accade qualcosa che è come un lampo, comprensibile anche se non ricordabile e quindi non rappresentabile. Troveremo allora una ideale corrispondenza con quei buchi nella memoria, per i quali i salti da una situazione all’altra sembrano non esser collegati da nulla, o da una sfumata, vaga sensazione. Proprio in questa direzione, nella variazione d’intensità e nell’alternanza di presenza e assenza, va visto l’uso delle luci che segnano i diversi momenti, amplificando, come del resto la musica, la componente emotiva del momento.

Attraverso questo percorso allora, ci scopriremo, anche noi spettatori, paradossali e imperfetti modelli d’ascolto, a far la parte di Blanche, a parlare al telefono ricalcando le parole di Totò, a ridere come la Mia Wallace di Pulp Fiction; affrontando di petto situazioni comiche o sottilmente tragiche, entrando e uscendo dal sogno. Liberati finalmente dalle maglie ristrette del reale, interessati a comprendere noi stessi, anche se non ci siamo ancora svegliati.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

Visto al Teatro Furio Camillo in giugno 2014

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SLEEP ELEVATION
regia, coreografia, scenografia e costumi Mariella Celia
interprete Mariella Celia
occhio esterno Giorgio Rossi
arrangiamenti e post produzione musicale Alessio Rosi, Casa Ohm
disegno luci Stefano Pirandello
produzione Sosta Palmizi
con il sostegno di Electa Creative Arts, La Scatola dell’Arte