Atlante XL – Renato Palazzi, il teatro e la caduta

Renato Palazzi traccia il nuovo teatro. A Pontedera in scena l’Era delle Cadute

 

renato palazzi
L’era delle cadute?

C’è un dibattito un po’ silenzioso, come un po’ il carattere del suo promotore, nato sulle pagine della webzine delteatro.it, riconsegnata da poco tempo ai lettori grazie alla vitalità inesauribile di firme storiche del teatro italiano. Tra di esse, quella di Renato Palazzi è forse la più fulgida e di certo il critico de Il Sole 24 ore è quello che ha visto nel web una possibilità di maggiore sperimentazione, a giudicare dai consigli in video che regala ogni settimana su quelle pagine.
In un articolo dell’11 giugno 2014 Palazzi si trovava ad aggiornare una sua vecchia geografia del 2009 che riconosceva nella “Generazione T” (forma che dava conto della diversità tra il centro e le periferie delle due linee territoriali) i caratteri del nuovo teatro, evidenziando quelle compagnie che a suo dire stavano segnando tappe concrete di una maturazione artistica. Se tra di esse era riconoscibile un connotato prima di tutto estetico – primario il ricorso a elementi visuali e un uso per lo più formale della drammaturgia di testo –, a convincere poco era allora l’estensione dello sguardo che scendeva di poco sotto la Toscana (con l’eccezione della Puglia di Fibre Parallele), quando diversamente da un lato Roma (presenti per manifesta rilevanza Muta Imago e Santasangre) e dall’altro un redivivo Sud Italia erano – e sono tuttora – territori di estrema vivacità, troppo facilmente dimenticata. Palazzi, ritroviamo in un prezioso articolo di Andrea Porcheddu, ravvisava come il rinnovamento provenisse più dalle aree marginali, là dove la creatività sapeva meglio articolarsi, lasciando la metropoli come luogo terminale in cui dar mostra del processo artistico. Se queste linee definivano un cambiamento formale della mappa fin lì nota, è nei contenuti che il critico si trovava a riconoscere elementi di reciprocità, soprattutto per un’idea di recitazione che esulava dal personaggio e dalla rappresentazione, improntata sul vero, sulla destrutturazione della «macchina spettacolare».

Renato Palazzi
Foto Nico Lopez Bruchi

A distanza di cinque anni, il tempo forse adatto per una nuova ricognizione, Palazzi si è spinto a considerare la fase di passaggio di certi artisti oggi rilevanti (allargando verso altri nel 2009 non ancora presenti) e, sulle stesse pagine, alcuni di essi hanno fornito risposte. Dopo aver passato in rassegna lo stato attuale di questi gruppi (dall’affermazione di alcuni fino alla coerente sparizione di altri), l’analisi si fa pregnante e pone in evidenza i punti cardinali che hanno messo a disagio crescita ed evoluzione. Primo imputato è il ricorso eccessivo alla breve durata, alla forma “studio” che quasi ovviamente non permette ampiezza di risultati; poi è la volta della tendenza – anche questa determinata da una sempre meno fiorente capacità produttiva – a restringere i progetti a pochi collaboratori interni, senza allargare il campo ad altri in grado di contaminare estetiche troppo definite; terzo punto di discussione è la diffusa attitudine a una composizione per scrittura scenica, quasi mai attingendo a testi già esistenti, quando invece forse questo ricorso non solo a testi ma a materiali di vario genere potrebbe portare nuova vivacità nel corpo estetico.
Tra le ultime segnalazioni Palazzi si avvede molto velocemente di un ritorno al racconto puro – a mio avviso però fisiologico e sempre presente – mentre il punto finale indaga più nel concreto la capacità di questi artisti di misurarsi secondo le proprie caratteristiche con un classico, come accaduto a tutte le generazioni di precedenti “avanguardie” e come a molti sta già accadendo, con risultati in via di sviluppo.

Questa panoramica fornisce un corpo teorico molto interessante se raffrontato con quanto accaduto al Teatro Era di Pontedera, in occasione della presentazione finale del progetto Era delle Cadute, ideato nell’ottica delle celebrazione per i quarant’anni del centro di produzione toscano che fu casa, dagli anni Ottanta, di un artista come Jerzy Grotowski. Nove compagnie, provenienti da vari territori, sono state chiamate già un anno e mezzo prima per incontrarsi, conoscersi e così ideare uno spettacolo collettivo con tema proprio la “caduta” che è nel titolo. Alla fase laboratoriale ha fatto seguito una settimana residenziale di prove appena precedente alla messa in scena, in cui gli artisti hanno avuto l’occasione per vivere assieme gli spazi del teatro e così confezionare dai sette ai dieci minuti a testa da portare sul palco.

Renato Palazzi
Foto Nico Lopez Bruchi

Biancofango, Carrozzeria Orfeo, LeVieDelFool, Lo Sicco/Civilleri, Macelleria Ettore, Ossadiseppia, Scenica Frammenti, Teatro delle Bambole, Teatro dei Venti. Queste le nove compagnie che hanno deciso di bucare gli spazi di quinte e fondali, mostrando funi e carichi sospesi, rincorse e slanci di una imminente fase scenica; la loro relazione al tema prende però forma in una mostra di contenuti che sfiora l’happening più che infondersi di una necessaria forza intima, tutto sommato affiancando il motivo della loro chiamata: la celebrazione, che del teatro è però nemesi e antinomia. Il problema più evidente, fatta eccezione per alcuni che hanno cercato timidamente interazione isolando contenuti nella forma del proprio lavoro, è stato il ricorso alla soluzione più semplice, affrontare con un linguaggio già sperimentato, proprio, un tema su cui manifestarsi, scegliendo così di non prendere rischi, fare un compito ben confezionato e cavarsela “di mestiere”. Ma non avrebbe dovuto esprimere, questo progetto, la forza del nuovo teatro? La sensazione è allora, per tornare ai moniti di Palazzi, che si sia diffusa una cristallizzazione di referenze, come se la rincorsa a un linguaggio smarcasse dalla missione più chiaramente teatrale, ossia quella di scardinare certezze e produrre, in sé stessi prima di tutto, anomalie.

Ammettendo allora il concetto di “generazione”, si rende palese come i maggiori risultati siano ottenuti attraverso esperimenti privati, paradosso della contaminazione di ritorno già evidenziato da Palazzi. Eppure, se i processi compositivi vivono una formazione macchinosa, è qui il vuoto di contenuti il pericolo maggiore: l’ansia produttiva di raffinare quella forma, quel proprio linguaggio in grado di salvare dall’oblio e distinguere dalla massa sembra prevalere sulla pulizia di un pensiero definito, sulla responsabilità di qualcosa da dire. Ci vuole, insomma, coraggio a essere, per essere, artisti. Per dirla in una canzone di qualche tempo fa, chiedo nell’era delle cadute: la vertigine, del tempo e dello spazio, dell’arte di nostra vita, è «paura di cadere» o «voglia di volare»?

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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