Teatro in video. Il teatro di figura di Neville Tranter

Neville Tranter per Teatro in Video, 4° appuntamento

 

Che cosa significa teatro di figura? È quel teatro che, oltre alla presenza umana, utilizza una presenza altra, un medium ulteriore, presenta un corpo doppio. Fantocci, pupazzi, burattini, marionette, pupi, guarattelle, ombre, nominare queste diverse forme significa tornare alla vera origine del teatro, affondare la memoria di luoghi e linguaggi fino a un’epoca preistorica, prima ancora che l’idea di rappresentazione assumesse un senso dentro l’immaginario collettivo. Prima dei riti funebri, delle pubbliche celebrazioni, dei lutti di piazza, prima dell’orizzonte sacro, insieme alle iscrizioni murali c’erano già i prototipi di quelle bambole che sarebbero diventate l’espressione del doppio, condensata in quell’archetipo la potenza primordiale del concetto di personificazione, di sdoppiamento della realtà.

«Un pupazzo rappresenta l’essere umano in tutte le sue perfezioni e imperfezioni. Lavorare con il pupazzo significa lavorare con le radici di tutto il teatro». Anche per via di questa dichiarazione, per offrire un segno visivo tra le pagine di questa rubrica, proponiamo un esempio dichiaratamente contemporaneo, presentando un artista che ha scelto di unire l’arte della costruzione e della manipolazione a quella della recitazione pura, del teatro fisico, del ventriloquio. È l’australiano Neville Tranter, alla testa della compagnia Stuffed Puppet Theatre, che ha ridefinito il rapporto tra animatore e pupazzo, costruendo e dando vita a uno scambio vitale che non ha nulla da invidiare alla più intensa delle co-azioni sceniche tra esseri umani. Il lavoro di Tranter esplora le zone grigie tra animazione, illusione e racconto, sempre in lotta con il concetto di personaggio eppure catalizzando un discorso innanzitutto politico, nel senso più radicale del termine. Come se fosse davvero possibile pensare a qualcosa di inanimato come a un contenitore di complessità che neppure il migliore degli attori è in grado di ritrarre. In oltre trent’anni di lavoro i suoi “pupazzi farciti” (questo significa stuffed puppets) hanno trattenuto su sguardi increduli, buffi, terrificanti e grotteschi le espressioni di un’indefinibile ansia di vivere, alla ricerca di un ponte tra la meraviglia visuale e l’essenziale verbo della comunicazione emotiva.

Nella scena che proponiamo, tratta dallo spettacolo Underdog (1985) uno scheletro vestito di taffetà rosso sangue seduce un uomo con sussurri e carezze, questi si lascia andare a un momento di tenerezza; le labbra tremanti di lui incontrano i denti scoperti di lei; danzano, i due, su una suonata per pianoforte, come due novelli sposi, si abbandonano addirittura a un appassionato amplesso fino a che – con uno scatto fulmineo – le dita lunghe dello scheletro non si chiudono sulla gola dell’uomo.
«Se puoi farlo anche senza usare un pupazzo, allora non usare un pupazzo», diceva un altro grande artista del teatro di figura, Philippe Genty. Ecco messa in pratica, invece, quella necessità.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Alcune parti di questo articolo, a firma dello stesso autore, sono comparse nel numero 3 (luglio-settembre) 2012 di Hystrio. Per gentile concessione.

Una traduzione del testo che si ascolta nel video:

“Perché mi hai ignorato così a lungo? Non aver paura, prendimi la mano. Sì…, Hai una mano così pesante. Troppa carne! I tuoi riflessi sono ancora vitali. Tuo padre sarebbe molto contento di saperlo. Oh, sì, vuole sapere cosa hai intenzione di fare. Provi qualcosa per me? Provi qualcosa per me? Tutta questa passione, tutto questo odio… Odi tuo padre così tanto? Se dici anche solo una parola, tuo padre si salverà. Che cosa scegli allora? Danza con me. Danza con me”. (S.L.G.)

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