Il Ratto e i discorsi (soliti) sull’Europa

Recensione de Il Ratto d’Europa, al Teatro Argentina con la regia di Claudio Longhi

 

ratto deuropa
foto Giuseppe Distefano

Una decina d’anni fa, ai tempi degli studi universitari mi ritrovai a Berlino, meta obbligata per i giovani di mezzo mondo. Non sapevo si celebrasse il 50° anniversario della morte di Brecht; ma arrivati davanti al teatro del Berliner Ensemble era impossibile non accorgersene. Non persi tempo e acquistai un biglietto per la serata pagando una cifra popolare, non ricordo ma non più di 10 euro ed eccomi in un palchetto ad assistere a Die mutter. Non importava la lingua, l’impossibilità di capire il testo, ero nel mezzo di qualcosa che mi apparteneva, la sentivo mia, o meglio, comprendevo di essere uno dei fortunati fruitori e interlocutori di una cultura comune. Forse semplicemente, senza saperlo, mi sentivo europeo, lo avvertivo in quella sensazione di appartenenza per la quale il rumore dei passi ha lo stesso suono per tutti.

Anche perché, diciamolo francamente, l’Europa della politica, delle elezioni alle porte, dello spread e degli altri differenziali economici, l’Europa di chi svende l’idea di una improbabile uscita e di chi si presenta ai talk show con la maglietta I Love Europa (un deputato di Scelta Civica qualche giorno fa), l’idea insomma di un continente-macchina regolatore di flussi finanziari e “quote latte” – quell’idea che angoscia anche i protagonisti del Ratto d’Europa nel sonno iniziale – è una cantilena indotta, rumore di sottofondo continuo e massificato. Non è mai il momento di parlare di un’Europa delle culture e delle arti, d’altronde vi sfido a trovare questi temi nelle campagne elettorali della maggior parte dei partiti. Nello spettacolo di Claudio Longhi si parla delle strade costruite nell’antichità per unire le più lontane lande del continente, ma nonostante il sottotitolo del progetto reciti proprio “per un archeologia dei saperi comunitari” le arti rimangono di lato a non disturbare troppo. Ebbene con un mio coetaneo spagnolo io non ho in comune solo l’impennata delle statistiche sulla disoccupazione, con lui condivido il brivido alla visione di Guernica; oppure penso ai tedeschi che conobbero l’Italia con le parole di Goethe, ai racconti e disegni di certi viaggiatori olandesi che ci permisero di intuire cosa potesse esser stato il  Teatro Elisabettiano. Non sono poi anche questi i saperi comunitari? Conoscere la Polonia di Witkiewicz o Gombrowicz può aiutare a comprendere meglio anche quella di Solidarność e Lech Wałęsa?

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foto Giuseppe Distefano

Questo non significa che lo spettacolo con la regia di Claudio Longhi, in scena all’Argentina fino all’11 maggio, avrebbe dovuto essere un patchwork di opere (e anche così probabilmente avremmo avuto un risultato più interessante), ma a non emergere è proprio questo sentimento di appartenenza culturale: è la macchina a essere protagonista in modo esplicito e comunque il filtro artistico e teatrale risulta troppo debole. Ed è una visione programmatica; d’altronde l’incipit epico vede il racconto del mito infrangersi subito sulla violenza della finanza e sul corrispettivo reale, ovvero le piazze infuocate in Grecia. Gli attori, un gruppo di giovani,  si svegliano in uno spazio che ricorda una palestra, hanno una missione: superare una serie di prove per salvare l’Europa. Questa parodia di Giochi senza frontiere, volutamente riconoscibile, è l’architettura formale delle tre ore del Ratto d’Europa nella drammaturgia (“partecipata” dai cittadini, come vuole far intendere il comunicato stampa) e nella modularità di una scenografia e di una scrittura di scena improntate a un allegro e didascalico coinvolgimento della platea. Le strade che hanno messo in  comunicazione i paesi del Vecchio Continente vengono idealmente ricostruite in sala, sul pavimento o con cavi sospesi nel vuoto, «prova superata» avverte l’arbitro. La monotonia è spezzata da un omaggio ad Anna Karénina, ma ben presto si torna alla gara, il tema è quello del viaggio: la tradizione seicentesca del Grand Tour, l’Interrail, l’Erasmus, frammenti di conversazioni tardoadolescenziali. Ma c’è anche l’Europa degli immigrati, il continente che accoglie e quello che respinge. Non manca la prova sulle lingue, forse uno dei pochi momenti teatralmente riusciti e divertenti; come non si può fare a meno dell’elencazione delle guerre antiche e moderne. E poi gli interventi esterni – alla prima quello dell’ex ministro Kyenge. Insomma una serie di associazioni che hanno il compito di comporre un disegno di affezione verso l’Europa mescolando tradizione e pop culture, ma che formalmente sono messe assieme con un percorso talmente semplicistico e prevedibile che arrivare fino in fondo alle tre ore di spettacolo è un’impresa e per molti anche una perdita di tempo. Gli interpreti sono splendidi per impegno e ironia, ma, costretti a indossare panni da attori in un disegno post drammatico (e anche post narrativo), non possono far altro che dare il meglio in piccole scene e sketch frammentati, una o più storie sarebbero per loro ossigeno puro.

Ora è bene ricordare che il Ratto d’Europa fortunatamente non è stato solo questo spettacolo, ma soprattutto un articolatissimo progetto pluriennale (qui il sito roma.ilrattodeuropa.it) che tra Modena e Roma si è diviso i  mille rivoli capaci di intercettare un vasto pubblico tra scuole (numerosi i giovani in sala, purtroppo mediamente chiassosi e annoiati), teatri, università, biblioteche, etc. A guardare ora il lunghissimo programma e il numero dei partner si rimane sbalorditi per l’enorme mole di lavoro organizzata in due anni. Anche per questo le ultime scene dello spettacolo, quasi demagogiche nel loro assunto morale – la prova del bando europeo e la partita di rugby “Europa contro Crisi globale” (che è un po’ come dire Roma contro le buche) – dimostrano come in parte si sia persa un’occasione proprio a fronte del lungo percorso.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

in scena fino all’11 maggio 2014
Teatro Argentina [cartellone 2013/2014] Roma

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IL RATTO D’EUROPA – per un’archeologia dei saperi comunitari
drammaturgia collettiva
ideazione e regia Claudio Longhi
con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti
Michele Dell’Utri, Simone Francia
Olimpia Greco, Lino Guanciale
Diana Manea, Eugenio Papalia, Simone Tangolo
spazio scenico Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Tommaso Checcucci
immagini video Gianluca Latino
coordinatore Giacomo Pedini

con la partecipazione di
GlobalCrisis Rugby Club
Associazione Corale “Le Querce del Tasso”
Associazione D’Altrocanto…nonostante tutto
Corale Polifonica Cantate Domino
Corale Polifonica “Città di Anzio”
Coro Franco Maria Saraceni degli Universitari di Roma
Coro Polifonico della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura

orari spettacolo
ore 21.00
giovedì e domenica ore 17.00
sabato ore 19.00
1 maggio riposo
lunedì riposo

durata
3 ore

ex ministro Kyenge