Clinica Mammut. Il tempo e la finestra

Clinica Mammut, dopo Col tempo, presenta Il retro dei giorni

 

clinica mammut
Foto Stefano Ridolfi

Ci sono spettacoli che a darne conto basta tirare un filo qualsiasi, recuperare uno stile che non risulti troppo vago e che si porti dietro una materia in fondo ben confezionata, pur priva di grandi stimoli e di certi coinvolgimenti con la propria contemporanea esistenza. Se ne vedono sempre di più, esperienze minute e non indimenticabili, creativamente affaticate, in teatri grandi o piccoli non importa, spettacoli di teatro o che al teatro tendono, ma che ne sono una pallida controfigura. Ma, questo, è probabilmente ciò che molti facenti “teatro” pensano che il teatro sia. Niente da obiettare, nobili esperienze, private o pubbliche che siano. Riguardano l’espressione e non c’è qui alcun desiderio di limitarne la volontà. Eppure l’intenzione, invece, sarebbe il caso di tornare a misurarla. Non tanto allora lo spettacolo in sé, ma cosa s’intende proporre con la sua messa in scena, da cosa è generato e quindi cosa lancia nel panorama culturale con cui, forse, si confronterà. Questo è quanto emerge dall’humus soprattutto di una città come Roma che, dopo aver prodotto negli anni passati fior di artisti giunti poi a mostrarsi sulle scene del resto d’Italia e d’Europa, oggi dichiara una sorta di resa, una crisi di accoglienza creativa senza precedenti (almeno per anni più recenti) e di restituzione a un pubblico che si va, quindi, a inaridire.
Ci sono poi invece spettacoli di artisti che impongono una presa d’atto, che lasciano le proprie domande a urticare la sedia fin oltre la sala teatrale, che si misurano con temi di grande calibro e impostano la propria ricerca artistica raffinandola nel fuoco creativo di quel rovello. Tra di queste, poche esperienze di una città sempre meno eterna, è Clinica Mammut, ensemble autarchico composto da Alessandra Di Lernia e Salvo Lombardo, attori registi scrittori delle finora due opere viste in scena.

Il primo lavoro, Col tempo, era il movimento numero uno di un progetto più ampio dal titolo “Memento mori – icone della fine”. Il retro dei giorni, nato dall’elaborazione di Anticamera premiato con menzione al Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2012, ne è il secondo movimento.
Se dunque allora Di Lernia, in scena da sola e seguita dalla regia attenta ed elegante di Lombardo, risolveva nella propria presenza corporea buona parte del possente testo drammaturgico, in questo caso è lo stesso Lombardo ad affiancarla, costruendo un dialogo a due distinti caratteri, così da meglio gestire gli equilibri di una pressione tematica anche qui di estrema portata.

Clinica Mammut
Foto Stefano Ridolfi

La scena si presenta con una spaziatura ricavata in un ambiente più grande: un rettangolo verticale delimita con una fila di sacchetti di carta commerciali, aperti verso una prospettiva che termina in un fondale dello stesso bianco, eretto alle loro spalle; nel mezzo del pannello è però ricavato un rettangolo più piccolo, una finestra che richiama la loro attenzione, che impone la relazione con le loro parole, lo sguardo sul retro di loro, sul “retro dei giorni”, ossia rivolto verso quel tempo annerito in cui la decadenza, fulcro della loro ricerca, ha già svolto il corso della percezione attuale. Questa relazione, tra tempo com-presente e tempo com-passato, sembra portare in sé quei caratteri di apocalisse silente che i loro testi suggeriscono, diretti verso una inguaribile fine.
C’è ronzio di api e uno stridio di uccelli, una fauna sinistra e cupa nel vento crescente, a disturbare l’interno casa di questi due uomini, fratello e sorella, che in abiti spenti alternati in blu e grigio cercano un affetto impossibile e svogliato, una relazione già da principio sterile, muta come la pianta da interni che li segue nella scena, come il termosifone a contraltare dell’uomo in lettura, paradossale veicolo di un calore assente.
Il dialogo è un innesco di recriminazioni e svela personalità: lei ha una vocazione morbosa e colpevole verso il margine, la schietta e cruda razionalità di lui la inchioda alle sue (mancate) scelte, le insinua un giudizio che amplifica il sentimento di solitudine; lui sembra invece parlare con una comunità, pur cinica e deformata dalla riconoscibilità, le imputa la mancanza di stimoli di cui lui stesso sembra non aver bisogno, così com’è avvinto alla propria teoria. Apparirà una madre, soltanto in video e la voce da un’altra sorgente; ha il volto affaticato, di parziale disgusto, di Carla Tatò, protagonista del teatro d’avanguardia che regala sensazioni di una maternità acida, ma non per questo meno presente.

Il retro dei giorni è dunque un lavoro da ricordare che evade coraggiosamente il realismo per dedicarsi a una scrittura densa, di riflessione, colma di concetti in divenire che il palco non digerisce per tutti ma che lascia nel tempo successivo. Forti sono anche alcune tinte drammatiche che, grazie soprattutto all’ambiente sonoro, prendono qualcosa dal grande cinema, lanciando una suggestione che richiama certi interni di Bergman. La struttura a quadri è colma di un testo cui qualche severità avrebbe giovato perché se ne conservasse appieno la vitalità espressiva; pur se ottima è la qualità creativa, lo è meno quella compositiva, ancora troppo prossima all’accumulo di materiali piuttosto che alla scelta; eppure Clinica Mammut affronta questo viaggio nelle responsabilità di un declino con rigore e passione, ma soprattutto con la speranza che in questa qualità di scrittura, di messa in scena, di teatro, il declino si arresti e si rivolga al tempo futuro.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Visto in maggio 2014 al Teatro Vascello di Roma

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IL RETRO DEI GIORNI
testo Alessandra Di Lernia
drammaturgia del suono e regia Salvo Lombardo
con Alessandra Di Lernia e Salvo Lombardo
e la presenza in video e in voce di Carla Tatò
assistente alla regia Gloria Anastasi
disegno del suono Fabrizio Alviti
disegno luci Valerio Modesti
realizzazione scene Antonio Lombardo, William Ingrà, Franco Lentini
realizzazione video Isabella Gaffè e Massimiliano Di Franca