4.48 psychosis. Sarah Kane e la ricerca di luce

Recensione di 4.48 Psychosis di Sarah Kane al Teatro di Documenti di Roma

 

Foto di Claudia Pajewski
Foto di Claudia Pajewski

“Prego accomodatevi, è solo un passaggio temporaneo” comunica un’insolita maschera nell’attraversamento di un insolito foyer. Al Teatro di Documenti – di cui già abbiamo notificato la particolarità spaziale di una serie di “grotte” comunicanti, tutte interamente chiarissime dentro il Monte dei Cocci di Testaccio – questa volta ci siamo recati per una curiosità derivata anche dal contrappunto coloristico: sulla carta ci è parsa un’insolita sfida da raccogliere e raccontare l’idea di collocare lì un testo come 4:48 Psychosis che dell’ultimo flebile passaggio vitale cerca di trarre le fila, dal buio l’ultima via verso la luce.

Per chi conoscesse l’opera di Sarah Kane, forse non basterebbe dire che questo monologo ambientato nell’ora più buia della notte, quella in cui secondo le statistiche avviene il maggior numero di suicidi, è in realtà una disperata richiesta d’amore, lucidamente spietata come solo dopo una vita insonne, senza pace. Il testo, per la sua intensità, si è trovato spesso accompagnato da vette di finissima interpretazione quanto altre d’opposta fazione, che nella psicosi vedevano la via di una resa scomposta, ghiotta occasione per ingenuità attoriali. Ma un altro ancora è il caso della messinscena di Simone Giustinelli, il quale, forse per timore di un registro troppo affettato, dirige l’attrice Valentina Beotti “costringendola” in una recitazione trattenuta dal forte impatto visivo, che se a tratti funziona per l’asciuttezza – quella lucidità a cui facevamo accenno precedentemente – in altri momenti rischia di rimanere unicamente forma esteriore. Al pari del mascara fintamente scolato che le circonda gli occhi, il tormentato passaggio, l’invettiva colma di un amore non ricambiato che caratterizzano questo «crollo psicotico» non riescono ad attraversare totalmente la scena.

Foto di Claudia Pajewski
Foto di Claudia Pajewski

La pretesa del pugno allo stomaco – dell’intensità di un discorso talmente potente da far prudere le mani quasi facendo alzare lo spettatore dal cuscino per rispondere alla richiesta di salvezza – è disattesa e deve adagiarsi tra scene in cui la recitazione non modifica il suo corso, nè riesce davvero ad interloquire con gli elementi scenici. Questi nella loro “nudità” (rete e materasso da una parte, amplificatore, microfono e vasca con tubatura a vista dall’altra) non sono in grado di significare altro; dimostrano senza lasciar vedere. L’intimismo di una frase sussurrata al microfono diventa (oltre che parziale) comodo escamotage; la presenza di un cumulo di macerie sullo sfondo rimane elemento per nulla integrato allo spettacolo, se non dal punto di vista visivo; poco sembrano aggiungere le pose plastiche di una disperazione da patinato set fotografico che solo nelle sonorità elettroniche trovano il motore d’azione d’uno spettacolo troppo “alla moda”.

Messo in scena postumo a pochi mesi dalla sua morte, ci fu anche chi vide nel testo soltanto un riferimento autobiografico, non tenendo conto che 4.48 Psychosis sembra essere una summa di tutte le sperimentazioni tematiche stilistiche e poetiche presentate nei suoi precedenti lavori. Kane, in una brevissima ma lampante parabola, nei Novanta sconvolse il perbenismo britannico ottenendo il titolo di capofila (di seconda generazione) di quella corrente chiamata“ In yer face theatre” cioè di un teatro “a brutto muso”, dove l’estrema violenza di passioni e di atti presenti nei testi diventano una chiave di interpretazione, ancor meglio, di rivoluzione del mondo. Il suo teatro nasceva da un’urgenza, da una rabbia che con le stesse bruttezze che combatteva andava “purificata”. Per raggiungere la catarsi occorreva fare tabula rasa di tutto il resto.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

visto al Teatro di Documenti in maggio 2014

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4.48 PSYCHOSIS
di Sarah Kane
regia Simone Giustinelli
con Valentina Beotti
traduzione in italiano Gianmaria Cervo
scene e luci Michael Durastanti
musiche originali Giorgio Stefanori
foto di scena Claudia Pajewski
progetto grafico Stefano Patti
collaborazione straordinaria Pino Le Pera