Rialto Santambrogio. Timpano e Frosini: Alla città morta

Epistola di Timpano e Frosini per il Rialto Santambrogio

Roma. Rialto Santambrogio. Riapre il centro culturale chiuso da cinque anni. In  occasione della tre giorni di festa con cui si celebra il ritorno all’illegalità lecita in cui versano gli ambienti culturali della modernità, Daniele Timpano ed Elvira Frosini scrivono una lettera alla città, morta. Teatro e Critica ringrazia e ne pubblica il testo completo, così come è andato in scena nella seconda delle tre repliche all’interno del redivivo spazio romano. Seguirà, domani, cronaca dettagliata… (TeC)

Rialto Santambrogio
Foto Timpano Frosini

ALLA CITTÀ MORTA / 1°epistola ai romani

testo, regia, interpretazione di Elvira Frosini e Daniele Timpano
occhio esterno di Alessio Pala
collaborazione di Alessio Rizzitiello
Rialto Santambrogio – 25 aprile 2014

Roma, Rialto Santambrogio, 25 aprile 2014.
Elvira Frosini e Daniele Timpano vestiti bene, vestiti di bianco, in piedi, fermi davanti a due microfoni con asta. Hanno gli occhi chiusi come fossero morti o addormentati.
Due morti sotto le macerie della città eterna. Sono qui a parlare, a mandare un messaggio agli altri morti romani. Mortacci loro.

ELVIRA – Daniele.
DANIELE – Non chiamarmi così. C’è gente.
ELVIRA – Danie’.
DANIELE – Eh.
ELVIRA – Che fai, dormi?
DANIELE – E che devo da fa’? Nun c’è niente da fa’. M’annoio. Me sto a rompe’ er cazzo.
ELVIRA – Ce s’annoia, è vero. Ce se rompe er cazzo.
DANIELE – Eh già.
ELVIRA – Che disastro esse’ immortali.
DANIELE – La città eterna.
ELVIRA – Semo romani.
DANIELE – Che disastro esse’ romani.
ELVIRA – Che disastro.
DANIELE – Eh sì, che palle.

Pausa.

ELVIRA – Danie’.
DANIELE – Eh.
ELVIRA – T’è arrivata la mail?
DANIELE – Che mail?
ELVIRA – Il Rialto.
DANIELE – Eh?
ELVIRA – Riapre il Rialto.
DANIELE – Il Rialto?
ELVIRA – Il Rialto sì, te lo ricordi?
DANIELE – Ah… il Rialto, sì… me pare de sì.
ELVIRA – Eh… quello là, sì… Che bello…
DANIELE – Bello, sì… c’ho fatto ‘n po’ de cose là… sì sì, ora me ricordo… sì, da giovane.
ELVIRA – Eh sì, pure io… dicono se c’andiamo…
DANIELE – A fa’ che?
ELVIRA – A fa’ quarcosa, dicono se facciamo quarcosa.
DANIELE – Ma è chiuso.
ELVIRA – Ma riapre.
DANIELE – Ah già riapre. (Pausa) Ma nun me va. Che palle. So’ morto, ma che ce vado a fa’? Ormai me so’ abituato. Se sta bene qua, sotto a le macerie. Coll’occhi chiusi, morto.
ELVIRA – Se sta pure ar cardo qua. Al Rialto faceva sempre freddo.
DANIELE – Fa freddo infatti. Semo al Rialto. Ho freddo. Brrr.
ELVIRA – Già è vero. Che freddo. Brrr. E che facciamo?
DANIELE – E che ne so, ma che ce tocca pe’ forza a fa’ qualcosa?
ELVIRA – Eh.
DANIELE – E famo ‘n segno, ‘n segnetto, ‘na firma, ‘no scarabocchio, ‘na traccia pe’ li posteri.
ELVIRA – ‘Na pisciatina per tera pe’ segna’ er territorio.
DANIELE – Brava.

Pausa.

ELVIRA – È tanto che non facciamo più niente. Ma quanto tempo è? Io nun me ricordo. Oddio, ma non è che mo’ che semo morti ce tocca a lavora’ davero?
DANIELE – Ma no, ma che sei matta? Noi semo immortali. Semo Oltre.
ELVIRA – E mannamoje un messaggio.
DANIELE – Ormai semo solo virtuali…
ELVIRA – E mannamoje un messaggio virtuale. Romani… Bravi bravi, tanti auguri, forza forza, bravi bravi.
DANIELE – Che bravi…

Pausa.

DANIELE – Oh, ma dici che ce riconoscono?
ELVIRA – Ma dici che li riconosciamo?
DANIELE – E che ne so? È passato tanto tempo. Apro gli occhi e do’ un’occhiata?
ELVIRA – Ma no, ma che sei matto?

Pausa.

DANIELE – Ervira.
ELVIRA – E nun me chiamà così.
DANIELE – Ervi’.
ELVIRA – Eh.
DANIELE – Ervi’.
ELVIRA – Che voi?
DANIELE – Ma quanto tempo è passato?
ELVIRA – Boh. Cinque anni?
DANIELE – Cinque secoli?
ELVIRA – Cinque minuti?
DANIELE – Ma lo sanno che siamo morti?
ELVIRA – Boh, ma i morti lo sanno che gli altri morti so’ morti?
DANIELE – Boh, io so’ morto e non lo so ma boh. Magari loro so’ vivi. Quarcuno se dev’esse sarvato ner crollo, pe’ forza: in mezzo a quarche crepa ner muro… sotto all’architrave de quarche palazzo… infirtrato in quarche nicchietta de palazzo… infilato in quarche culo caldo de quarcuno…
ELVIRA – Oddio, ma dici che da quarche parte a Roma quarcuno è ancora vivo?Poveraccio.
DANIELE – E non lo so. Provamo a chiamalli. Facciamo l’appello.
ELVIRA – No, no. lascia sta’.
DANIELE – Saranno morti tutti. Forse so’ tutti morti, sì.
ELVIRA – Oddio, speriamo.
DANIELE – Comunque noi semo immortali, semo oltre e parliamo: ce tocca a dì quarcosa, a facce avanti… Mannamoje un messaggio.
ELVIRA – Che messaggio?
DANIELE – Quer messaggio. Quello de prima. Quello de incoraggiamento. Romani… Boh. Nun me ricordo. Com’era?
ELVIRA – Bravi bravi tanti auguri forza forza bravi bravi?
DANIELE – Quello.
ELVIRA – Romani… bravi bravi, tanti auguri, forza forza, bravi bravi.
DANIELE – Brava
ELVIRA – Posso aggiunge ‘na cosa?
DANIELE – Daje.
ELVIRA – Romani… Siamo caduti. Siamo caduti in basso. Siamo caduti sotto, no? Siamo caduti pe’ le scale. La senti, ‘sta puzza de morto pe’ le scale? Eh, la senti?
DANIELE – So’ i processi culturali, Ervi': a Roma puzzano de morto.

Pausa.

ELVIRA – Daniè.
DANIELE – Ervi’.
ELVIRA – Rialziamoci.
DANIELE – Rialtiamoci.
ELVIRA – Bravo. Riapre il Rialto: rialtiamoci. Rialtiamoci, romani! Il Rialto riapre! Riparte! Siete contenti, romani? Riapre il Rialto. Una maceria riapre su macerie… (Gli muoiono le parole in bocca, pausa imbarazzata) Ma tu non senti niente?
DANIELE – No.
ELVIRA – Niente. Eppure stanno qua. Lo sento. Ce stanno a guarda’ tutti.
DANIELE – Ma dici che ce sentono?
ELVIRA – Boh. Se ne stanno tutti intorno zitti…
DANIELE – Ma saranno mica spettri tutti quanti?
ELVIRA – E lo dicevo io che uno spettro s’aggirava pe’ il Rialto.

Pausa.

DANIELE – Oh, ma il Rialto de chi è?
ELVIRA – E che ne so?
DANIELE – È nostro? O è de tutti? Oh, è de tutti o è solo nostro?
ELVIRA – È nostro. Io non li conosco ‘sti tutti, dunque è nostro. Nostro.
DANIELE – È nostro. Brava. Tutti si arrangino, ‘sti tutti. Ce so’ altri spazi che crolleno a Roma. Questo è er nostro. È già crollato. È nostro. È tutto rotto, è sporco ma ce lo siamo sudati, cazzo. So’ passati cinque anni. C’ho già ‘n capello bianco sulla tempia, guarda. Di chi è il Rialto? Ma il Rialto è mio. Il Rialto è nostro. Nostro nostro eh. Che se fottano, questi che ci guardano, ‘sti tutti. Bene comune un cazzo, bene nostro!
ELVIRA – Bravo.
DANIELE – Tiè.
ELVIRA – Romani… Oh coraggio eh, state tranquilli. Il futuro è grandioso. Il domani è radioso. L’opera è completa. La città è già morta. Verrà distrutta all’alba. E quello che resta crollerà da solo, eh, pe’ inerzia, che mica c’è bisogno de lavoracce tanto, eh, nun ve sforzate, nun v’ affaticate, stateve bboni… e soprattutto nun ve movete, che le scosse d’assestamento so’ pericolose.
DANIELE – Stamo a Roma, stamo sotto a ‘na spremuta de macerie macerate, sbriciolate, nove e antiche ammucchiate calpestate. Lo dicevo io che me sentivo stanco co’ tutto ‘sto peso addosso.
ELVIRA – E vabbè, tutto buono per i turisti, no?
DANIELE – I turisti?? E noi?
ELVIRA – E noi semo romani. Ma che ce frega? Noi c’avemo er sole. Guarda.
DANIELE – Ah, che ber sole! È vero. Er sole anche de notte. Bello…
ELVIRA – Vedi Roma: ce consolamo così, tanto c’è er sole.
DANIELE – Tanto c’è er sole. Guarda fori. È primavera. Semo romani. Semo eterni. Ma che ce frega, a noi? Noi c’abbiamo le turiste a cosce nude pe’ le strade coi capezzoli sudati sotto alla maglietta, le fontanelle, l’ottobrata, er vino rosso tenuto in frigo al ristorante, Rugantino, noi c’amo Atac e Metrebus che so’ aziende leader ner monno, c’abbiamo ‘no sciopero e ‘na manifestazione ar giorno, c’abbiamo li palazzi der Governo, c’abbiamo li meglio qualunquisti der Paese e l’attori de le fiction nei locali che bevono e che scopano e che pippano 24 ore al giorno e 27 spacciatori ogni sera ogni 3 metri ar Pigneto e a San Lorenzo e 400 teatri 400 dove se nun c’è sta scritto in Locandina “La gente vole ride” o “Amleto facce ride” o “Bella fregna facce ride” a teatro non ce va mai manco pe’ sbaglio a vede’ un cazzo un cazzo di nessuno. Cioè, diciamolo. Hai voja a twittà, a twitterellà: qua stamo sotto a ‘na maceria, noi semo immortali, semo eterni, puzza tutto fori, è morto tutto fori…
ELVIRA – A Danie’ semo morti tutti pure qua, pure qua dentro! A Roma nun c’è rimasto gnente. A Roma ce so’ rimasti i poster abusivi e lo street food. E chi se lo magna lo street food che stamo tutti sotto alle macerie. Li piccioni? Li gabbiani? Li gabbiani dopo che se so’ magnati l’urtimi piccioni? Ma che ce frega a noi! Noi stamo bene sotto a le macerie. L’aria è poca ma c’è sempre er ponentino e la sera quanno er sole scenne dietro a li Cancelli un raggio de luna ce porta pure l’aperitivo e spritz spritz, ma che volete de più, ma che vogliamo? E siccome la speranza è sempre l’ultima a crepà, pure qua, dentr’a ‘sta losca, sporca, storta, cialtrona, forilegge, spreggevole, caotica, bellissima città, ce pare perfino che quarcosa se mova qua e là, er Rialto riparte, e chi se lo ‘ncula, l’assessore dice questo, er ministro ha detto quello, ‘na scossetta, ‘no scossone, ‘n cornicione che se sbriciola, ‘n architrave che s’assesta, un po’ de vitalità insomma… ma tanto poi non cambia un cazzo. E meno male… Morta, la città: la città morta. Ce l’abbiamo fatta. Bravi bravi, tanti auguri, forza forza, bravi bravi.
DANIELE – Bravi bravi tanti auguri forza forza bravi bravi: semo romani, ‘namo famo raffazzonamo.
ELVIRA – Eh.

Pausa.

ELVIRA – Bei tempi…
DANIELE – Bei tempi quando?
ELVIRA – Cinque anni fa. Da giovani. Oh, le cose le guardi da lontano e sembrano belle.
DANIELE – Che poi peraltro noi ce semo conosciuti qua…
ELVIRA – Che nostalgia…
DANIELE – Qua al Rialto…
ELVIRA – Sulla porta…
DANIELE – Sul portone…
ELVIRA – Sulle scale…
DANIELE – Mano nella mano…
ELVIRA – Che ricordi…
DANIELE – Amore…
ELVIRA – Amore…
DANIELE – Elvira.
ELVIRA – E nun me chiama’ così.
DANIELE – Ervi’.
ELVIRA – Eh.
DANIELE – Ervi’.
ELVIRA – Beh?
DANIELE – Che nostalgia.


Mentre inizia la canzone Arrivederci Roma (nella versione struggente e un po’ turistica di Dean Martin), dissolvenza delle luci fino al buio.

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