Elena Marino e il forsennato ordine dei Riti di passaggio

elena marino
foto ufficio stampa

Ultima parte di un trittico dedicato alla metafora della transizione, lo spettacolo Riti di passaggio, scritto e diretto da Elena Marino, è stato preceduto dai lavori Pass/ages ed ETERNeTÀ. Esso costituisce il debito coronamento di un percorso interessante e proficuo, che ha esplorato il tema del passaggio per progressive astrazioni. Se infatti Pass/ages ha affrontato il tema del passaggio di testimone dal punto di vista dell’individuo che compie gli anni, ossia che passa da un vecchio “sé” a un nuovo “io” scoprendo quanto siano fragili e manipolatorie le categorie di anagrafiche (giovane, anziano, etc.), e se ETERNeTÀ lo ha indagato a partire dal confronto con l’individuo inteso come specie, vale a dire come appartenente alla specie umana e che muore per permettere la venuta di altre generazioni, Riti di passaggio lo studia dalla prospettiva dell’individuo inscritto nel cosmo.
Per fare ciò, Marino prende le mosse direttamente dalle scoperte della fisica quantistica contemporanea, cogliendo due spunti che hanno molto a che fare con la transizione: l’idea che la tendenza naturale delle cose sia il disordine (come disse Erwin Schrödinger); il concetto di entropia, che semplificato al massimo prevede che la vita dell’universo finirà nell’immobilità assoluta, in un «grande freddo» dove non si verifica più alcun movimento nel tempo.

Il primo punto si ricollega al tema del passaggio perché evidenzia come il succedersi di un fenomeno cosmico – per esempio il cambio delle stagioni – non sia affatto guidato da un principio d’ordine, ma è il risultato della tensione del cosmo a rompere lo stato precedentemente consolidatosi. Ma unito al secondo, esso lo problematizza, mostrando una cupa visione etica della realtà. Ammesso che tutto finirà nella totale immobilità e che nel movimento si rivela il disordine, perché bisogna preoccuparsi di cercare di mettere ordine al tutto? Meglio è piuttosto abbandonarsi alla natura e applicare, nel mondo umano, le leggi che essa manifesta.

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Il dilemma appena formulato è intelligentemente drammatizzato da Marino mediante una favola. Un uomo e una donna si trovano a fronteggiare un inverno più lungo del consueto, che sembra aver colpito tutto il mondo e allungato enormemente le giornate, che si succedono monotone e senza eventi, se si eccettuano le fastidiose ma sempre più rare telefonate di alcuni venditori. Inoltre, essi si trovano ad avere una diversa visione dell’accadimento, che li pone in acceso conflitto. Lei intende questo lungo inverno come l’immagine dell’ordine che doveva finalmente arrivare nel mondo, e traduce questo suo convincimento in azioni fisiche che cercano di tenere in ordine la casa o in discorsi che sottolineano l’importanza del controllo. Lui ritiene invece che l’universo sia in continuo disordine e spera che arrivi un’estate a sciogliere il quieto inverno. Egli non si preoccupa, conseguentemente, di tenere le cose al loro posto, bensì lascia tutto al caso e anzi contribuisce a mettere l’ambiente a soqquadro.

I due riescono dapprincipio a mantenere un certo equilibrio, complice anche un gioco che in un certo senso “estetizza” le loro differenze: fingere che la donna che ama l’inverno sia un orso che ospita dentro casa un leone pieno di nostalgia della calda savana e in fondo in grado di tenere in parziale controllo i suoi istinti. Il sopraggiungere improvviso dell’estate sperata romperà, però, questa piccola armonia, perché da quel punto in poi l’uomo si abbandonerà in modo incontrollato a sfasciare quel poco di ordine che la donna non rinuncia a tutelare, convinto di avere la ragione dalla sua parte, per esempio disseminando lo spazio di palline, o bruciando i vestiti che la donna racchiude al sicuro di un baule: «Vi è un unico modo di mantenere le cose in ordine, mentre infiniti sono i modi del disordine».

elena marino
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Ma le cose stanno davvero così? Si può riconoscere alla Natura di essere dalla parte della ragione, solo perché manifesta, nei suoi passaggi di testimone (inverno-estate, ordine-disordine, immobilità-movimento, etc.), la volontà di distruggere quello che ha in precedenza raccolto? Sul finire dell’opera, la donna insinua il dubbio che, pur essendo vero che la realtà procede per progressive dissoluzioni, non per questo bisogna che l’uomo rinunci all’ordine e applichi il caos anche nel mondo morale. Se il cosmo finirà nell’immobilità, è probabilmente perché ambisce a tornare a un’immobilità originaria: il disordine tende segretamente a tornare all’ordine da cui ha tratto inizio, un ordine come tentativo di «offrire l’idea di qualcosa che non c’è». Si rende così possibile salvare qualcosa di stabile nel divenire incessante della natura e impedire agli spiriti superficiali, come quelli dell’uomo, di trasmettere il disordine irrazionale anche nella società umana, che per sopravvivere ha di contro bisogno di punti di riferimento precisi.

E infatti, per descrivere il disordine, c’è bisogno di una teoria scientifica o di una messa in scena teatrale, che però non si possono dare se l’argomentazione o la rappresentazione non osservano procedure coerenti e precise, quindi ordinate. Ne deriva così, secondo Marino, che è possibile ambire in maniera forsennata alla ricerca di quell’unico modo per tenere ogni cosa sotto controllo, opponendosi alla brutalità del cosmo che, invece, trova infiniti modi per comprometterlo. Il pensiero è nobile e antico, perché trova un’eco nel noto frammento 18 di Eraclito: «Se non speri, non troverai ciò che è insperabile, essendo questo difficile e arduo».

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

visto a Spazio 14 Trento in marzo 2014

RITI DI PASSAGGIO
Testo e regia: Elena R. Marino
Con: Silvia Furlan, Giovanni Paternoster
Realizzazione prototipo: Vanni Giovannini, VGM Trento
Organizzazione: Candida Mati
Video, luci e suono: LiveArt