Atlante XXXIX – Ri-Start Rialto Santambrogio

Tre giorni di riapertura e riparte il Rialto Santambrogio. Ma come?

 

Rialto riaperto foto web limite
immagine da epoinondirnonlosapevo.wordpress.com

Questa è la storia di un limite. Ci sono soglie che inducono al passo, non importa che sia in avanti oppure indietro. Poi ce ne sono altre che ci si imbarazza di oltrepassare, perché dietro c’è un incontro con la nostra esistenza sensibile, lasciata in un angolo semibuio, attorno ai grumi rappresi in un boccale di birra, su due accordi di una chitarra un po’ stonata. Proprio lì, dietro un confine con ciò che siamo stati e forse non sappiamo essere più, un’oscurità d’interni nasconde ciò che troveremo, quella nostra giovinezza maleducata, la virtù indefessa che non subiva compromessi, noi, di un altro tempo, e un’altra storia. Ma anche questa è una storia, la storia di un limite. Alle spalle la città che non rimargina ferite, di fronte la possibilità tradita di una cultura indipendente e fiera, moltiplica di un fervore carnale, l’ultima delle nostre prime speranze. C’è il Rialto Santambrogio, dietro quel limite. Ci prende il pudore, si attende un tempo eccessivo prima di entrare. C’è la nostra storia e quella di oggi, la storia di un limite.

Sono passati cinque anni e no, le abbatta un fulmine queste parole sensibili. Troppo facile il ricorso alle emozioni. Ora bisogna essere chiari: sono passati cinque anni dal più grave furto di una città a sé stessa, quando nel luglio del 2009 permise i sigilli di chiusura a questo spazio ricavato nel complesso monumentale di Sant’Ambrogio alla Massima nel ghetto di Roma, assegnato dal 2000 a un gruppo di ragazzi che l’anno prima aveva occupato un locale sopra il vecchio cinema Rialto e che è stato per dieci anni il sintomo di una vitalità espressiva capace di costruire una fortuna oltre i confini nazionali, diventando così un fulcro produttivo capillare ed efficace in dialogo sia con gli artisti agli esordi che con le maggiori istituzioni produttive. Un ibrido fu il Rialto, la sua forza è determinata dalla qualità mimetica e senza dubbio resta nella memoria di chi ha immaginato il proprio teatro negli anni zero, il pubblico che ha saputo formare, la comunità culturale che in esso si riconosceva e torna a portare il proprio contributo.

foto "gatto alieno" dbpitxxena.altervista.org/isometrie-sonore
foto “gatto alieno” dbpitxxena.altervista.org/isometrie-sonore

Ma ora quegli anni sono andati, ne sono passati altri cinque e tanti ne sono serviti affinché il Tribunale di Roma dichiarasse illegittimi i sigilli, riammettendo le attività all’interno del centro culturale che così, in attesa che siano terminati i lavori per la futura sede individuata nell’ex autoparco dei vigili urbani di Porta Portese, ha riaperto per tre giorni di festa: Ri-Start Rialto, che ha visto migliaia di persone fare file enormi che giravano intorno ai vicoli per dichiarare una presenza, rimostrare una vitalità non estinta, riaffermare la propria disobbedienza.
Eppure, cinque anni sono passati. Il Rialto è fatto delle stesse persone che c’erano in quell’estate, la chiusura ha impedito concretamente ciò che ha sempre permesso la sopravvivenza degli spazi sociali, quel ricambio generazionale che traeva dall’esperienza di militanza l’orgoglio della reciprocità. La ricetta è semplice, non serve annientare, basta rendere difficoltoso il cammino, porre sigilli illegittimi per qualche anno, far passare gli attivisti dentro una trafila burocratica per dare risalto a ciò che già sapevano, la scoperta che il tempo è passato e tra le macerie è difficile ritrovare corpi vivi. È lo stesso processo attuato dalla politica nazionale su certe leggi, certi decreti: si approvano dentro cavilli bloccati e si attuano per anni di cause e burocrazia, quando se ne attesta l’incostituzionalità, si chiede scusa e tanti saluti. È accaduto, per esempio, negli otto anni della Fini-Giovanardi, ora in decadimento ma senza effetto retroattivo per il 14% dei carcerati d’Italia, che ora sarebbero liberi.

foto "gatto alieno" dbpitxxena.altervista.org/isometrie-sonore
foto “gatto alieno” dbpitxxena.altervista.org/isometrie-sonore

Ma lo stesso centro culturale si affaccia su una realtà totalmente modificata, in una città come Roma che sta sfaldando la bontà del suo processo vitale, annoiata non produce che spettacolarizzazioni del proprio decadentismo, non balza in avanti, ma di fianco; la Roma dei movimenti ha scoperto in questi anni un cambiamento determinante: il Rialto fa parte di un tipo di occupazione – poi tradotta in assegnazione – che vedeva prima un connotato artistico nel processo politico, mirava alla formazione di una comunità come però conseguenza della costituzione culturale, non quindi come primo obiettivo ma come risultato di un radicamento espressivo e formale, stilistico. Ora il Rialto ritorna in una città che conosce un’occupazione molto diversa, più nota, quella che da quasi tre anni è il rovello delle amministrazioni che non comprendono la misura da usare, il Teatro Valle Occupato, emblema in contrario di una occupazione di secondo tipo che inverte i due fattori e si presenta con una forma prima di tutto politica. Ne nasce un confronto che non incolpa nessuno, sia chiaro, per il semplice fatto di essere il frutto di due diverse fioriture, nei tempi e nei modi, ma che presenta ancora molto diverse quelle esperienze: l’una ha costruito sull’attività artistica la propria credibilità, l’altra ha vissuto la fortuna di imporsi trasversalmente acquisendo consenso più che partecipazione, trovandosi tra le mani lo strano caso di un teatro, ossia un concetto inviso a ciò che esiste sopra la soglia della cultura dominante, che viveva un processo di brandizzazione.
Il centro del discorso sta nel coinvolgimento della società civile: dapprima ancora viva e quindi attiva per semplice stimolazione superficiale, ora totalmente asservita al corso degli eventi, annichilita da una confusione di ideali mai così imperante; se dunque il Rialto aveva legittimazione da una necessità cosciente di cultura, oggi scontrerebbe – scontrerà – il ricorso a una traduzione di quelle necessità in un linguaggio che ha dovuto concepire metodi e concetti nuovi per affermarsi, perché ne fosse attratta la comunità dei cittadini che del teatro, dell’arte in genere, non sa e forse non vuole sapere (ne è esempio l’esperienza ibrida dell’Angelo Mai, ora posto sotto sgombero, affiancato e sostenuto dai movimenti di lotta per la casa).

Certo i problemi sono tanti. Non ultimo quello della vocazione che per il Rialto è sempre stato un motivo di riflessione: teatro e centro culturale fino a una certa ora, discoteca e bar da quell’ora in poi; pur nella bontà del riutilizzo a fini culturali delle entrate, questo tema è di stretta urgenza perché sia chiaro fin da ora che tipo di dialogo i due mondi potranno e dovranno avere (quanti di quelli che sono venuti sapevano dove stavano andando a bere e a ballare?).
Ma la buona notizia è che c’erano e ci sono gli artisti, fanno ancora salti nel vuoto e si provano al pensiero, affinano riflessioni e le trasformano in azioni artistiche come la lettera un po’ dolente di Timpano/Frosini, come il gruppo che ha disboscato in silenzio, sotto lo sguardo e la musica del Kaspar Hauser di Werner Herzog, l’intero giardino interno, gli stessi che poi hanno attraversato la discoteca facendo interviste per sapere che idea si ha del Rialto. Che idea si ha? Che idea abbiamo? Siamo pronti a una nuova generazione? La città è stanca, noi siamo la sua avanguardia. Questa non era la storia di un limite? E dove c’è un confine, non c’è già qualcuno che lo sta oltrepassando? La storia di un limite finisce qui, nel tempo e lo spazio dall’altra parte.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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