Teatropia. L’utopia dei Topi in una Siena silente

Andrea Cosentino in Not here not now presso la Biblioteca Comunale degli Intronati
Andrea Cosentino in Not here not now presso la Biblioteca Comunale degli Intronati

Una piccola isola felice quella dei Topi Dalmata, compagnia “casa e bottega” appena dietro l’unica chiesa barocca senese in un centro tutto medievale. Già questo ci piacerebbe presentarlo a prova di una fertile differenza, di quello strano e sottile senso di estraneità al luogo che in questo caso si ritrova in una tendenziale curiosità e in una generosità a tutto tondo. Aprendo letteralmente le porte della loro casa che è al contempo teatro, cucina, luogo in cui trovare ristoro, bolla protetta per un confronto reale, i Topi presentano per la terza volta Teatropia, festival che vede, oltre agli spettacoli scelti dalla direzione artistica, il concorso TeatroPianeta, con all’interno una sezione legata al tema “Legalità e politica” e un’altra rivolta al teatro ragazzi.

Il festival, articolato nei weekend dal 6 al 30 marzo, quasi interamente autoprodotto dalla compagnia, più che avvalersi del sostegno delle istituzioni – sorde o frettolose di dedicarsi ad altro – ritrova un concetto caro alla storia artistica, quell’idea di mecenatismo, che applicata ai giorni nostri si tradurrebbe in una modalità diretta di sostegno alla produzione tramite il sistema di crowdfunding. A dispetto di quanto si possa presupporre, Siena sembra però disinteressarsi quasi del tutto alle iniziative teatrali che questa realtà propone. Durante il nostro periodo di permanenza in via Lucherini 6, nell’attesa dello spettacolo serale o del brunch teatrale della domenica – un’ironica controproposta all’aperi-teatro – nella convivialità che non vede distinzione tra teatro e vita, tra scena e dibattiti, tra teglie di lasagne e muffin alle verdure, con Margherita Fusi e Alberto Massi viene fuori la frustrazione del non essere ascoltati e cercano di emergere le motivazioni di questa diffusa mancanza di interesse. Nel dialogo, allora, sopraggiunge ingenua la domanda, se Maometto non va alla montagna perché non proporre il teatro alle contrade? Che sono le realtà più forti, che creano aggregazione e unità? Ma ciò che è scontato per i senesi, altrettanto non è per il forestiero. Vale la pena allora soffermarsi un attimo sulla questione, di cui non si può certo restituirne la complessità, ma solo lasciarne una traccia.

Le contrade di Siena divise a seconda dei propri colori
Pianta di Siena divise a seconda delle bandiere appartenenti alle varie  contrade

Siena del Monte dei Paschi, Siena “cantuccini e vinsanto”, Siena del “Siena Jazz”, Siena delle contrade. Siena rimasta progressivamente imprigionata dal concetto di tradizione, immobile patrimonio dove il Palio «da entità è rimasta soltanto un simbolo, le contrade oggi vivono per fare il Palio mentre prima questo era inteso come culmine del loro operato» racconta Alberto, cui si aggiunge il fervore di Margherita, sottolineando come «ogni contrada sia un posto di ritrovo molto forte; ti offre aggregazione, spazi meravigliosi, cibi musica a prezzi da associazione. Come se fossero diciassette circoli arci contro i quali non si può sostenere una concorrenza abbastanza forte». Il Palio vede alleanze segrete tra le contrade, il cui scopo, più che vincere, sembra essere quello di far perdere l’avversario. Ecco che parlare della loro esclusività – in un’identità dei propri componenti segnata fin dal fiocco di nascita applicato alle porte – si delinea come un passaggio fondamentale per capire come mai uno dei concetti che ogni teatro chiama con sé , quello della condivisione di un evento da parte della collettività, qui sembra non attecchire radice.

«Del teatro sembra non esserci bisogno, si è perso interesse, curiosità, per il teatro», rincarano criticamente i due, ricordando alcuni momenti di scambio con i giovani universitari, che del costante stimolo ad ampliare la propria conoscenza dovrebbero far motore primo di studio. Alle presentazioni del concorso TeatroPianeta (indetto anche quest’anno assieme all’associazione Teatronet e in collaborazione con la Compagnia Con-Fusione), proposte nelle aule o proprio nelle loro residenze, i giovani rispondono di non aver tempo. Al più basta loro andare una volta al Teatro dei Rinnovati; chi va, frequenta solo ciò che conosce. Vien da pensare al nome affermato, qualcosa con cui “attrarre”, ma nemmeno così tornano i conti se si pensa alla rassegna che anni fa (era il 2008) Siena dedicò a uno dei più affermati registi del nostro tempo, Peter Brook. Quello che avrebbe dovuto essere un teatro stracolmo era invece popolato da poco più che cento persone.

Siena e i senesi non sono indifferenti alla bellezza e all’arte, e allora come mai, ci si chiede? La proposta potrebbe risiedere allora in una ri-educazione dello spettatore, tastare gli interessi ma soprattutto ridestarne la curiosità, creare la possibilità che questa non rimanga un effimero episodio senza ritorni, creando occasioni di scambio. Fondamentale il dialogo coi giovani, che i Topi portano avanti con progetti legati all’infanzia o attraverso laboratori fuori dagli edifici scolastici, ma anche la cittadinanza dovrebbe esser a più riprese coinvolta, stimolata, interessata.

Una recente polemica locale sulla presenza di una manifestazione sportiva all’interno del complesso museale del Santa Maria della Scala (ex ospedale storico costruito sulla via Francigena dal grande valore architettonico che ospita al suo interno affreschi, quadri statue di grande bellezza) si riaffaccia alla mente di quanti hanno potuto osservare la troppo poca presenza di pubblico teatrale proprio negli stessi luoghi centrali. A fronte della numerica risposta al fitness a suon di Zumba, alla ricostruzione di una arteria formato gigante dedicata ad un’iniziativa sulla donazione del sangue – pur valida negli intenti meno nelle forme – fanno eco gli spettacoli di Teatropia. A giovani proposte come quella presentata da Filippo Carrozzo, si affiancano nomi più affermati tra cui Andrea Cosentino nel suo “sberleffo” alla Abramovic,  i Quotidiana.com con un’interessante prospettiva su un argomento spinoso come la mafia, la Compagnia Ragli con un lavoro ancora in fase di definizione sulla dipendenza dal gioco d’azzardo o ancora il teatro inchiesta di Andrea Lestini sulla spinosa e irrisolta questione dei fatti della Genova del G8 – visto durante il brunch domenicale, in un fervido e fertilissimo scambio senza precedenti. Intervallati da un weekend centrato sugli spettacoli per ragazzi in concorso, l’ultima settimana di marzo, oltre “all’anteprima in casa” di Margherita Fusi con un monologo a cavallo tra il galateo e la satira politica, i più tenaci frequentatori del teatro avranno modo di assistere all’ultimo lavoro dei Fratelli Dalla Via, vincitori di un premio a risonanza nazionale come Scenario.

Foyer della casa teatro. Foto Niodesit
Foyer della casa teatro. Foto Niodesit

Non Peter Brook, ma nemmeno gli ultimi arrivati, insomma. E allora cosa succede, ci si continua a chiedere. I Topi non negano la difficoltà di sopravvivenza in un territorio dove ormai sono rimasti l’unico festival. Eppure non demordono, continuando a credere nel progetto. Allora ritorna la necessità di non fermarsi, in un’ottica di condivisione delle esperienze e di quel folle amore per il teatro, per la sua capacità di essere disegno di realtà,  di cogliere la sfida di una città che più non lo cerca.

Che siate attori o spettatori, se capitate dalle parti della chiesa barocca, frequentate almeno i loro brunch teatrali: mangerete ottimo cibo, berrete buon vino, e nel frattempo, tra un primo ed un secondo atto teatrale, ritrovandovi assieme agenti e osservanti, le vostre certezze potrebbero essere messe in discussione; potreste trovare, nel confronto, una protezione, condividendo quel cibo, quello spazio. Allora non vi scoprirete più avversari, non più contrade nemiche, ma cittadini di un unico luogo.

Viviana Raciti
Twitter @Viviana_Raciti

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