Taccuino Critico. Pinter, il calcio e Prokof’ev

Il calapranzi con Francesco Montanari e Riccardo de Filippis, Fuorigioco di Rientro di e con Andrea Mitri, Pierino e il lupo di Francesco Leineri e Elisa Gallucci 

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

Fuorigioco di Rientro di e con Andrea Mitri
foto di Ufficio Stampa

FUORIGIOCO DI RIENTRO
di e con Andrea Mitri
regia Alberto Di Matteo

Di spettacoli sul calcio non ce ne sono tanti, sullo sport in genere. Quelli che ci sono hanno spesso in comune di affrontare il tema dipanando la vicenda sull’eroe sportivo, componendo un racconto da intera o parziale biografia, indagando cioè i punti cardinali di una particolare esistenza. Fuorigioco di rientro, proposto da Andrea Mitri al Teatro Tordinona di Roma con la regia di Alberto Di Matteo, è invece un monologo che del calcio racconta un sentimento più generale, rintracciato lungo quella linea di confine tra il professionismo miliardario e le lontane periferie dove non si può fare altro che tirare calci al pallone. In mezzo è uno sport faticosamente portato ai termini di professione, le serie minori in cui fare gavetta e scontare il continuo sradicamento in città ogni volta diverse, in cui si incontrano personaggi straordinari che per una passione hanno sacrificato la vita presente ipotecando quella futura, in cui saranno dispersi senza più il loro nume tutelare, il “dio pallone”. Mitri, che calciatore lo è stato e di buon livello, fu in serie B negli anni Ottanta, è attore per necessità di quel sentimento, non per progetto artistico. Se ne vedono i difetti strutturali, un po’ di ingenuità compositiva e creativa, ma sulla linea tra il campo e fuori, lì dove sono le reti di recinzione, tutti i personaggi che passano per la voce e il corpo di Andrea Mitri hanno una carica genuina, spingono per essere lì e dire di loro, ammaliati dalla nostalgia, irretiti da questo sport che li ha ancorati a un eterno ricordo del tempo andato.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

guarda il video su e-performance.tv

Visto in Febbraio 2014 al Teatro Tordinona di Roma

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Francesco Leineri e Elisa Gallucci in Pierino e il Lupo di Primocanto
foto di Ufficio Stampa

Primocanto 3rd Step
PIERINO E IL LUPO – П е т я и во л к

di e con Francesco Leineri e Elisa Gallucci

Andando alla ricerca delle energie (loro malgrado) più sotterranee, non è raro incappare in qualche brutta sorpresa, tra gruppi amatoriali non ancora pronti per la scena e sedicenti professionisti che sembrano non comprendere il senso di quell’appellativo. Ma qualche mosca bianca ancora vola. È il caso del piccolo ciclo ospitato (come fosse una serie di micro-residenze) dal Teatro Studio Uno di Torpignattara: cinque serate (le ultime due saranno il 30 aprile e il 14 giugno) di “carta bianca” a un giovane artista di nome Francesco Leineri, ogni volta impegnato nell’incontro con altri performer, in un progetto basato – pare – per il 90% su improvvisazione. L’omaggio a Pierino e il lupo di Sergej Prokof’ev ha visto il numeroso pubblico attendere ben 45 minuti prima di poter attraversare il cortiletto, e però quel posticipo eccessivo è stato allietato – oltre che da un corposo aperitivo “a tema” offerto – da qualche intervento performativo e da un piccolo percorso in una sorta di galleria virtuale, tra ironici video di making of e un sunto scritto della fiaba reinterpretata dando a ciascun personaggio la voce di uno strumento musicale. Eccola lì la coraggiosa peculiarità che ci farà apprezzare anche il breve spettacolo: nel buio, solo fasci di luce ambrata o gelida disegnano le forme di un pianoforte denudato e di un intrico di corde e ciocchi di legno, che per gli occhi della nostra fantasia saranno il bosco. Tolto qualche vagito, né Leineri né la brava performer Elisa Gallucci dicono nulla, la parola è lasciata alla musica, che lui ricrea dal pentagramma di Prokof’ev lasciando esplodere la creatività di un talentuoso compositore. A questo breve ma teso “passo a due”, così particolare nella partitura sonora e visiva, non mancano momenti di tensione vibrante, in cui l’ossessiva e inarrestabile corsa del piano è in grado di disegnare in scena visioni e fantasmi. L’ottima accoglienza di questa sala e il suo sforzo di inventiva sono, insieme al coraggioso e umile lavoro di questi artisti, una boccata d’aria per il teatro delle cantine, a volte più arioso dei grandi spazi affrescati. Respiriamo.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto al Teatro Studio Uno di Roma in febbraio 2014

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Il Calapranzi Francesco Montanari Riccardo de Filippis
foto Ufficio Stampa

IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
con Francesco Montanari e Riccardo de Filippis
regia Giorgio Caputo

Quando nel 1957 scrisse Il calapranzi, Harold Pinter era al suo terzo testo teatrale. Scrittore di romanzi, racconti, aveva trovato nella scrittura teatrale, in Beckett principalmente, l’espressione più intensa delle parti di silenzio, gravide, da cui la parola trae forza e scaturigine. Già nel titolo originale, The dumb waiter, quel silenzio si confrontava immediatamente con l’azione: il “cameriere”, servitore, agiva dumb, ossia “muto” o “stupido”, o come istupidito dalla situazione grottesca. Due gangster, Ben e Gus, attendono in un sotterraneo la missione cui sono chiamati, il mandato per uccidere. Non importa chi. Ma l’assurdo, di cui Pinter fu maestro, si affaccia per una finestrella da cui arrivano ordinazioni di pasti da assemblare per richieste dall’alto, dal mondo di sopra. Ben reagisce cercando di dissimulare, tiene in mano un giornale grazie al quale rivela un contatto almeno apparente, parziale, col mondo fuori, Gus invece non ne ha ed è stordito da ciò che accade, non sopporta il seminterrato, è scosso da qualcosa che sembra essere accaduto e che non dimentica. Francesco Montanari e Riccardo de Filippis, con la regia di Giorgio Caputo, sotto l’occhio vigile di due schermi a circuito chiuso che li mostra anche in video, ne hanno portato in scena ai teatri Quarticciolo e Tor Bella Monaca una versione molto ritmica, giocata sullo scambio più che sul silenzio, impostata su una recitazione al servizio delle battute del dialogo, così da rintracciarne il lato umoristico e il conseguente coinvolgimento del pubblico. È un testo di cui si intende poco, ma quel poco sviluppa una sensazione sinistra, un’attesa concreta e non metaforizzata di un incubo recente e prossimo. La realtà dell’autore inglese esplode, l’elemento straniante si carica di oscuri presagi. Due gangster e una pistola. Ma l’uomo del secondo Novecento, in Pinter, muore più lentamente di uno sparo.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

Visto in Febbraio 2014 ai teatri Tor Bella Monaca e Quarticciolo di Roma

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