Taccuino critico. Poesia, starnuti e Terzo Teatro.

La clinica degli accecati di Pierangelo Pompa, Viaggio InVerso di Compagnia Macroritmi, Tommy di Gabriele Linari. Recensioni

 

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

pierangelo pompa clinica accecati
foto ufficio stampa

LA CLINICA DEGLI ACCECATI
Drammaturgia e regia: Pierangelo Pompa
Attori: Carolina Albano, Fabio Ezechiele Sforzini, Julia Filippo, Luca Vonella, Sofie Sontheimer, Sonja Birgit Berg, Valerio Peroni.
Consulente drammaturgico: Daniele Aristarco.
Musica dal vivo: Laboratorio di Altamira Teatro e Fabio Ezechiele Sforzini, a partire da materiali tradizionali e moderni.
Coproduzione: Laboratorio di Altamira Teatro e Nordisk Teaterlaboratorium, drammaturgia e regia di Pierangelo Pompa.
Il Laboratorio di Altamira Teatro è un progetto internazionale diretto da Pierangelo Pompa, già assistente di Eugenio Barba, e supportato dal Nordisk Teaterlaboratorium di Holstebro (Danimarca). Per informazioni e approfondimenti sullo spettacolo e l’ensemble: theclinicoftheblindeditalia.blogspot.fr

Il senso più alto del teatro di Eugenio Barba è facile trovarlo in quel concetto di laboratorio più volte accostato alla sua attività. Quell’avanguardia teatrale condensatasi a Holstebro in Danimarca negli anni ’70, ma nata sotto la folgorante stella di Grotowski – Barba ne aveva seguito il lavoro costantemente in un silente apprendistato – influì probabilmente più nella preparazione e formazione dell’attore che  nell’approccio scenico. Per questo bisogna porsi con una certa cautela di fronte a coloro che hanno studiato e lavorato a contatto con maesti come Barba e ora cercano una propria identità. È il caso di Pierangelo Pompa che insieme a una squadra di giovani ed eccellenti performer ha portato al Teatro dell’Orologio La clinica degli accecati: filo narrativo esile (che quasi combacia con la scrittura scenica) e una continua dimostrazione di tutto l’armamentario dell’Odin Teatret: feretro centrale pronto a trasformarsi in tavola imbandita, attori che cantano e suonano, costante movimento, caos in scena, etc. Tecnicamente lo spettacolo non ha quasi nulla da invidiare all’Odin, a parte un certo indugiare su stati d’animo tragici rischiando l’affettazione. Ma non intravediamo l’urgenza che da una tematica forte saprebbe scaturire. Non basta la seconda parte in cui i personaggi si scambiano ruoli e per un tratto violenza e dolore prendono il posto della scena idilliaca… insomma aspettiamo Pompa alla prova con uno spettacolo originale che non sia la pedissequa riproposizione di una “scuola”.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

Visto al Teatro dell’Orologio in marzo 2014
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Viaggio Inverso
Foto Ufficio Stampa

VIAGGIO INVERSO
La Compagnia Macroritmi
con Enrico Alfani, Giulia Bornacin, Maria Enrica Prignani
percussioni e voce Michele Albini
costumi a cura di Giulia Bornacin
Luci di Michele Favorito
regia e spazio di Rosi Giordano

«Bianca tu non hai colori!» la dichiarazione sussurrata, la rivelazione inattesa, rivolta a un personaggio evanescente, quello del racconto poetico Il Colore di Bianca scritto da Maria Enrica Prignani, i cui versi s’intrecciano a quelli de Il Marinaio, suggestivo testo del celebre scrittore portoghese Fernando Pessoa. Connubio letterario che da vita a Viaggio inVerso, presentato dalla Compagnia Macroritmi e in scena al Teatro Studio Keiros il 14, 15 e 16 marzo con la regia di Rosi Giordano. Nero è lo sfondo sul quale i personaggi di Bianca, Vera e Ruah – interpretati rispettivamente dalla stessa Prignani, Giulia Bornacin e Enrico Alfani – fluttuano su onde immaginarie in questa «spettacolarizzazione di un viaggio nella nebbia». Candidi corpi abitano lo spazio dal cui soffitto pendono tre grandi cilindri bianchi, metaforici involucri di anime da abitare intrufolandosi all’interno. Tre diverse realtà, in cui la razionalità si contrappone all’illusione e al sogno, concetti astratti che raggiungono un’esistenza tangibile, attraverso i suoni, il canto, i rumori, musicati da Michele Albini.
La poesia drammaturgica del dolce naufragar in verso si unisce a una recitazione passionale, i cui toni solo a tratti eccessivamente enfatici rischiano di appesantire l’equilibrata ed essenziale resa scenica. Le personalità eteree dei tre personaggi sono delineate con precisa sensibilità, capaci di coinvolgerci nel loro gioco di presenze e assenze, per apparire e scomparire nell’istante di un’emozione. Appesi a un filo invisibile, godiamo di questa purezza della parola così ammaliante da farci perdere la nostra complicata densità terrena.

Lucia Medri
Twitter @LuciaMedri

Visto al Teatro Keiros in marzo 2014
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Tommy
Foto Ufficio Stampa

TOMMY
di Giuseppe Manfridi
diretto e interpretato da Gabriele Linari
musiche originali Jontom
videografica Cristiano Pinto
Luci Flavio Tamburrini
aiuto regia Ottavia Nigris

Tommy. Un ragazzino cresciuto in uno sgabuzzino. Non che ci sia rimasto davvero sempre, ma anche da fuori la percezione della sua vita è interna, nascosta, protetta dalle relazioni, dai legami che rifugge e solo gli provocano starnuti. Ogni sei secondi. Invece lì, al sicuro, anche l’infiammazione virale alle persone si attenua. Tommy è un monologo giovanile di Giuseppe Manfridi, romano, uno degli autori teatrali più noti e di più lungo percorso; Gabriele Linari di Teatro LABit lo porta in scena fino al 30 marzo al Teatro Due con una lieve inflessione romana, estremizzando del testo alcuni ammiccamenti verbali, frasi non finite, deformazioni giocose di un dialogo fatto monologo. Una piramide di fustini del Dixan, una sedia e una confezione di bocce da spiaggia. Pochi elementi scenici bastano a Tommy per accoglierci nella sua storia familiare, nelle sue relazioni fallimentari. Quindi, nella sua tana. Nella luce ocra di un antro intimo e segreto, tra le note ipnotiche di Jontom e in dialogo memoriale con le immagini stilizzate di videografica firmate da Cristiano Pinto, racconta a qualcuno, come fosse un caso mediatico, l’infanzia tradita in cui ha scoperto la distanza, uomo in divenire che in un nascondiglio prepara un debutto sempre rimandato. Il mondo l’ha sedotto e abbandonato. Egli più non attende. Risponde con uno starnuto. Il suo sfogo, la sua condanna all’eterno riparo.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

In scena al Teatro Due di Roma fino al 30 marzo 2014

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