Cutaia direttore incompatibile per il Ministero

Teatro di Roma: Cutaia incompatibile con il ruolo di direttore. Franceschini avverte Marino

 

cutaia sinibaldi bray
Ninni Cutaia e Marino Sinibaldi con l’ex ministro Bray – foto ufficio stampa

Lo stanno riportando in queste ore alcuni quotidiani sui rispettivi siti web, Ninni Cutaia per il Ministero è incompatibile con il ruolo di direttore del Teatro di Roma. Lo apprendiamo da Messaggero.it che si avvale di un aggiornamento Ansa.

Il neo Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini secondo l’Ansa avrebbe comunicato l’incompatibilità al Sindaco di Roma Ignazio Marino. A rendere incompatibile la carica di direttore del Teatro di Roma  (anche in caso di aspettativa) è il ruolo che Cutaia ricopre al Mibact: dirigente per le attività teatrali.

Il nome di Cutaia era stato votato all’unanimità dal nuovo CdA dello Stabile capitolino in gennaio dopo mesi di impasse.

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Fonte: Messaggero.it
Comments
  • Paolo 26 marzo 2014 at 09:45

    Tre o quattro considerazioni:
    1. L’incompatibiltà ex-lege è giusta e serve a proteggere sia il dirigente Mibac che gli enti oggetto di ispezione negli anni passati (tanto è vero che opera anche nei due anni successivi alla cessazione dal ruolo o dalle dimissioni);

    2.Che ci fosse incompatibilità insanabile lo sapevano sia Cutaia che il Cda (quindi Marino, Zingaretti e soci): perchè è stato nominato? perchè ha accettato?

    3. Perchè si aspettano due mesi per divulgare la notizia? Forse si pensava di sanare l’insanabilità? Questo pensiero era già nella mente di tutti gli “attori” a gennaio (“Noi lo nominiamo, poi vediamo…”)

    4. Stando così le cose, ed essendo arrivati a fine marzo, non servirebbe un commissario, in attesa di capire che responsabilità politica abbiano gli autori di questo insano gioco sulla pelle del teatro romano, dei suoi lavoratori e dei suoi spettatori?

  • Simone Martini 26 marzo 2014 at 16:10

    Cutaia certamente è persona competente e ricca di esperienza e avrebbe fatto un buon lavoro, ma la domanda non è quale sia l’uomo migliore, ma quale sia la visione culturale e di sistema competitiva per Roma e e per il paese. Ma l’impressione è quella che l’accavallamento delle cariche o la soluzione del sol uomo pieno di scienza e coscienza non risolva i problemi del teatro. In molti anni allo stabile di Roma ho visto una carrellata di uomini stimabili con proposte forti e rivoluzionarie ma la verità è che comunque il teatro ha perso gli autori, gli attori, le maestranze e una visione chiara del futuro da proporre alla città. I perché sono molti ma è importante capire che con il tempo il teatro ha perso la sua peculiarità, quella critica, provocatoria e di essere nel tessuto sociale. Questo principalmente perché la nomina dove rendere conto proprio a quel sistema che dovrebbe scuotere specialmente in una città che rende ogni riforma impraticabile e ogni innovazione intollerabile. E’ vero, l’Italia e la politica stanno cambiando persino nella cultura. Primarie, facce nuove, giovani e soprattutto la voglia di esprimersi su una nuova strada. La cosa curiosa che il teatro insegua, accumulando sempre più ritardi strutturali. La cultura quando non è solo un processo patrimoniale e storicizzato è viva più che mai e “vibra” nella cose e nelle persone ma questa vitalità deve ritrovare gli spazi e dinamismo perché Roma ritorni ad essere fulcro teatrale del paese. Come? Decidiamolo insieme ma basta sporgersi al di là dei confini nazionali per riempirsi gli occhi di modelli fondamentali alle città e alla crescita. Quindi la competenza dell’uomo centra poco con la visione che il sistema teatrale dovrebbe produrre con le migliori e più fresche energie di categoria cominciando ad opporsi al concetto di nomina specialmente se sa di principe e di principati anche, come sono sicuro, se malgrado le volontà e i buoni propositi di personalità come Cutaia. Il ministero dovrebbe avere quindi solo una funzione di coordinamento e rafforzamento della rappresentanza culturale. Ma se volgiamo anche accettare il meccanismo di nomina dobbiamo proporre anche un meccanismo di candidatura chiaro che possa concorre alla formazione di programmi e di confronti. Se il meccanismo fosse davvero rappresentativo allora le associazioni di categoria dovrebbero esprimere un loro giudizio preventivo, discutere e inserire quegli elementi che possano far compiere al teatro quel salto di qualità tanto atteso invitando tutti a remare nella stessa direzione. La legittimazione renderebbe forte chi propone scelte all’interno del “vero” tessuto teatrale, magari quello vivo e meno legato al palazzo. Si produrrebbe meno teatro di Elite e più dei cittadini dove non insista più una visione prudente e particolare ma una d’insieme, provocatoria e leggera, legata a una cultura da costruire insieme e a un teatro rappresentativo quanto più esso si chiami pubblico e di interesse nazionale.

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