Commedia dell’arte, segreti e finzioni

La Commedia dell’Arte, un workshop al Villino Corsini di Roma

 

Dipinto di George Sand www.1st-art-gallery.com
Dipinto di George Sand www.1st-art-gallery.com

Pulcinella, Pantalone o Colombina, prima di appartenere a un immaginario infantile di maschere carnevalesche, d’essere associate a testi teatrali che, prendendole in prestito da altre tradizioni, ne consacrarono la memoria durevole, o di diventare simboli legati a specifiche aree geografiche, sono tipi che appartengono alla cosiddetta Commedia dell’Arte. Dietro questa definizione che ancora richiama con interesse, che affabula e strega senza che ne sia svelata la natura, la storia, regna ancora molta confusione. Potremmo fare un esperimento, elencando di getto le prime associazioni che vengono alla mente: improvvisazione, maschere, compagnie itineranti, Arlecchino; ma non sempre tali collegamenti, così fermamente radicati, corrispondono a veridicità storica. Molti rimarrebbero sorpresi nel verificare quanto diversamente si considerasse “l’improvvisazione”, quell’idea sulla quale tanti ancor oggi costruiscono indebitamente la propria versione della Commedia dell’Arte. Un bel libro scritto nel 1982 da Ferdinando Taviani e Mirella Schino (Il segreto della Commedia dell’Arte, Firenze, La Casa Usher) tenta di fare chiarezza sul mito, raccontando, tra le altre cose, di come i commedianti studiassero innumerevoli “tirate” che solo poi adattavano durante le prove, improvvisandone semmai l’ordine, ma mai il contenuto. La maschera – o sarebbe più corretto definirla il tipo fisso – acquisiva così nell’arco di una vita un enorme bagaglio di “materiale scenico”, adattabile alle diverse situazioni richieste dallo scenario. Pur confermando la forza di un genere, tuttavia l’appartenenza a tale sfera mitica rende con fatica il discernimento tra il comunemente inteso e ciò che corrisponde a verità. Fin dall’appellativo stesso «arte», che andrebbe inteso più nel suo significato letterale, cioè di «mestiere». Non a caso, il documento col quale per convenzione si stabilisce la “nascita” della Commedia dell’Arte, è un contratto del 25 febbraio 1545 redatto davanti a un notaio, per la costituzione della «fraternal compagnia», disciplinando tutte le varie attività, oneri e onori – non solo artistici – di questi comici riunitisi sotto interessi comuni.

Elisabetta Centore. Foto di Cesare Sannoner
Elisabetta Centore. Foto di Cesare Sannoner

Sarà proprio questa data ad esser stata assunta come simbolo per alcuni recenti riconoscimenti, includendo la Commedia dell’Arte dal 2008 all’interno del patrimonio culturale intangibile dell’UNESCO e istaurando a partire dal 25 febbraio 2010 una Giornata Mondiale, coordinata – per strano che possa sembrare per un genere denominato anche «all’Italiana» – dalla compagnia statunitense Factions of Fools. A Roma, presso il Villino Corsini della Casa dei Teatri ci siamo trovati ad assistere ad un breve workshop tenuto da Elisabetta Centore, attrice e capocomica, che dagli studi sulla Commedia cerca di spostarsi verso un orizzonte più moderno, in una sorta di attualizzazione di quello che poteva essere il sistema produttivo dei comici dell’arte. Dopo una breve introduzione allora la proposta è quella di toccare con mano concretamente, noi sparuti spettatori, cosa possa voler dire aver a che fare con le maschere, provando sulla scena certi tipi di cui preventivamente si sarebbe concordato il carattere e la situazione. Tra incuriositi, appassionati e comici di professione tuttavia, un abisso evidente li separa: il tempo dedicato. Le nostre poche ore non potrebbero mai aprire le porte a una ricerca concreta, a toccare con mano un’idea sviluppatasi nel 1500, tenuta gelosamente segreta dalle varie famiglie e poi costantemente reinterpretata nei vari secoli da drammaturghi, registi e amanti di teatro. L’aspetto più interessante potrebbe essere l’applicazione di un approccio derivante dalla Commedia e dagli innumerevoli materiali, dagli scenari, da quel modo – appurato o meno – di lavorare per leggere personaggi difficili, distanti; ci racconta Centore come le sia stato d’aiuto l’aver studiato a lungo Colombina per l’interpretazione di una Lady Macbeth che mise in scena proprio nel 1995, anno in cui si diplomò.  A risaltare però è un ragazzo di quattordici anni, Manuel Pernazza, il più giovane Ambasciatore di Pulcinella, capitato, lì tra gli spettatori, non tanto per caso quanto per profondo amore per la maschera napoletana, a cui da anni dedica con costanza il suo tempo. Spereremo di trovarlo un giorno questo ragazzino fuori dagli schemi, ambasciatore del perenne affamato, anche lui in giro per il mondo, acquietando la fame per un’antica arte tanto nota quanto poco conosciuta.

Viviana Raciti
Twitter @Viviana_Raciti

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».