Atlante XXXVI – Franco Cordelli e il declino della regia

Recensione Declino del teatro di regia di Franco Cordelli

 

franco cordelli
Foto Editoria & Spettacolo

La regia e la critica. Si sono incontrate in un giorno di febbraio al Piccolo Teatro di Milano. La prima aveva lo sguardo ancora innamorato dello spazio scenico del regista italiano per eccellenza, quel Luca Ronconi ancora imprescindibile riferimento, la seconda aveva invece la penna personale, frenetica di Franco Cordelli, scrittore che ha scelto la critica teatrale come campo d’indagine sulla realtà. Tra di essi, molti decenni di arte e osservazione, secondo un filo rosso che le avvicina e le separa con una sorta di mappa delle maree. Chi c’è stato lo definisce un incontro storico, non solo perché entrambi, la storia, l’hanno fatta e la fanno ancora. Ma perché in questi tempi la regia è cambiata, si è modificato il ruolo del regista come l’ha conosciuto il Novecento e sembra diminuire la sua portata nella composizione dello spettacolo. Proprio di questi concetti è intriso Declino del teatro di regia, un volume appena dato alle stampe da Editoria & Spettacolo – casa editrice spoletina ed espressamente teatrale, fondata nel 2001 da Maximilian La Monica – che raccoglie per la collana Visioni una selezione di testi critici usciti sul Corriere della Sera tra il 1998 e il 2013 ad opera di Cordelli, dopo la scomparsa di Franco Quadri il maggior critico teatrale italiano.

La storia teatrale segue da sempre, ma forse molto più precisamente dagli anni Settanta in poi, due linee percettive che possano categorizzarla e tracciarne l’evoluzione. Da un lato gli studi accademici che possono dar conto di diverse tradizioni e compararle nel tempo e nello spazio geografico, avanti e indietro nei secoli; dall’altro è invece la più stretta militanza, quella dedizione estrema al presente che intende dare conto di ciò che accade in corso di accadimento, giungendo per questo a dedurre, dai segnali raccolti lungo i processi in divenire, anche quelli non ancora manifesti.
Franco Cordelli, autore di otto romanzi e diversi saggi letterari, ha attraversato tale storia dagli anni Sessanta a oggi, l’ha fatto scrivendo, sempre, prima su Paese Sera o L’Europeo, poi dal 1998 appunto sul Corriere, di cui è firma maggiore. La sua è una scrittura da cronista – lui stesso così ama definirsi, sviluppando così quella vocazione testimoniale che alla scrittura critica appartiene da principio –, ossia un rabdomante di percorsi artistici che intende fronteggiarli più che assecondarli, valutare il loro riscontro nella realtà ogni volta contemporanea, sociale e politica, varcando i limiti imposti dallo spazio scenico perché la “cosa teatrale” diventi ciò che è già nell’intimo, la figurazione onirica dell’esistenza.

Nel libro, già edito in formato e-book per «Doppiozero.com» nel 2013 e presentato per la prima volta al Teatro Studio di Scandicci in un incontro con registi di diverse generazioni lo scorso 3 marzo, sono raccolti ottantuno articoli per settantatre registi cui si deve il corpo unitario – pur sempre parziale – della storia recente della regia teatrale. L’intenzione di Cordelli – e del curatore Andrea Cortellessa, ma anche di chi scrive che ne ha redatto uno schedario teatrografico – è quella di ravvisare dai propri materiali i caratteri di tale storia, perché si facciano interpreti di un’epoca delle arti in cui questa pratica novecentesca si definisce in “declino”. Eppure, questo termine, non è che una provocazione. Perché di declino si parla soltanto in termini di trasformazione, a declinare infatti non è la regia bensì un’idea di regia che Cordelli stesso definisce “critica”, sviluppando questo aggettivo non solo negli spettacoli di “creazione”, quando cioè forse è implicito, ma anche negli spettacoli di “interpretazione”, quando un regista scava nel testo e si pone come filtro contemporaneo dell’intimità antica che il tempo porta in esso.

Ma il valore di questo libro non è soltanto legato alla scelta dei registi citati. A tale carattere documentario se ne aggiunge uno letterario. La scrittura di Cordelli non ha mai schermato la biografia non solo propria ma della propria realtà, del mondo a cui si relaziona. Vero è che la biografia, nella critica, rende l’altrui opera forse corruttibile e poco resistente al tempo che passa, ma aprendo il libro anche a caso ci si accorge con sorpresa del contrario esatto: quel dato, relativo al tempo e alle occasioni del momento in cui ricorre, il tempo finisce per segnarlo, eternandolo per un lettore postumo. Ecco, dunque, il valore della testimonianza che avvicina la prosa critica a una densa letteratura.

Cordelli, già nell’introduzione, riconosce nella scomparsa di Massimo Castri lo spartiacque tra questi due segmenti del declino. La dote di analisi e ribaltamento del regista di Cortona è stata per il critico un passaggio epocale, biografico e insieme, forse anche per questo, storico. A Castri egli tributa il cambiamento della propria visione, la scoperta di un teatro di interpretazione che avesse quello sguardo profondo oggi, a suo dire, in declino. In esso Cordelli – conversando con Cortellessa – rivendica la «freccia del senso» che dalla creazione dell’opera originale raggiunge i contemporanei, diventando opera a sé stante, autonoma sia pur frutto di quella trasformazione. A Castri, per Castri, si ferma questa sequenza che raccoglie Kantor e Cauteruccio, Strehler e Binasco, Brook e Civica, solo per citarne alcuni, unendo la storia e la contemporaneità secondo quella stessa «freccia del senso» che Cordelli traccia tra l’opera e il mondo, attraverso di sé, usando come filtro testimoniale l’appassionato sguardo di un critico – sostantivo prima, aggettivo poi – strenuamente “critico”.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

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