Valerio Malorni nel diluvio, guida l’arca di Noè

Recensione de L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni alle Carrozzerie n.o.t. di Roma

 

L'uomo nel diluvio
Foto Flavio Boretti

L’uomo è solo. Su di sé avvampa una tempesta. Attesa, abissale, forse maestra di purificazione. Pioggia ruvida scarnifica il viso contropelle, come un coltello visto uscire di tasca, con la lama riversa al graffio, non al taglio. La prima volta che abbiamo visto Valerio Malorni farsi L’uomo nel diluvio, alle finali di Scenario 2013 al Festival di Santarcangelo, fu un colpo di rasoio accorgersi quanto ci fosse, in quelle parole e in quel modo confuso e penetrante, la disobbedienza renitente di una generazione annichilita, vergognosa di esprimere il proprio bisogno. La nostra, ci dicemmo in tanti in quella sala e fuori. Poi fu un silenzio, lungo un lavorio nascosto che forse si facesse esorcismo dell’ardente verità biografica sulla scena. Ora è uno spettacolo, compiuto assieme a Simone Amendola seguendo quella linea febbrile di appartenenza alla dispersione che poche generazioni quanto questa hanno saputo rappresentare. È allora, c’è da dirsi, che il teatro riconquista quella forza di raffigurazione del vero in corso non d’opera ma di vita. Quando tutte e due le cose coincidono in una volta orbitale ch’è come un fascio di luce di una cometa: il teatro.

Ma con ordine, prima di tutto, perché si possa raccontare un’esperienza c’è bisogno di un luogo in cui essa si manifesti. E allora a Roma, questa città in saldo che si va svendendo per cessata attività, in continua controtendenza vanno nascendo posti come le Carrozzerie n.o.t. appena passato il Tevere a Ponte Testaccio; in affitto nei locali di una ex vera carrozzeria, Francesco Montagna e Maura Teofili dallo scorso settembre hanno creduto in un piccolo sogno invisibile, spostare a Roma un timido concetto di residenza che modificasse il segno minimo verso una città di produzione. Questo, salvo rare esperienze come la più volte ricordata ZTL-pro, Roma non ha mai saputo fare, un po’ per sua essenza, un po’ per la sempiterna pigrizia istituzionale. E invece queste Carrozzerie ribattono la scocca di una società incavata dagli urti, si lanciano oltre le ovvie difficoltà e scelgono progetti in cui credere, concedendo uno spazio prove gratuito di 200mq con una discreta tecnica di base per una decina di giorni (chiedendo semmai un contributo libero), promuovendo e sostenendo l’apertura serale dello spazio per una mostra pubblica, lasciando all’artista il totale degli incassi.

L'uomo nel diluvio
Foto Flavio Boretti

L’uomo, dunque, è solo. Ha un orologio da muro sul petto. Scandisce al suo ritmo inesorabile i battiti, coperti, del cuore. Ad essi si sostituisce. Traduce in altra lingua l’esigenza, col nome di opportunità. Bob Dylan canta I want you e la sua vita qui, allo stato attuale, è fallimentare. Ha cercato di avere una famiglia, di credere nel suo lavoro, ha fatto tutti i passi naturali di ogni generazione che matura. Ma si sente respinto, sente come unica possibilità offerta quella di partire, si sente chiamato come Noè, ma «da sé stesso e non da dio», a un viaggio attraverso un diluvio personale e collettivo insieme, ma la cui meta non è redenzione: è Berlino, lo scopre da una “guida pratica per italiani in fuga”, Tutti a Berlino, di cui inizia a leggere dei passi. Alle tre pareti – due laterali e un fondale – ci sono funi di corda appese, scarno sostegno visivo come l’arca di cartone alle sue spalle; l’uomo si spoglia dell’abito che porta, è in mutande, la sua arca una vasca da bagno casalinga, l’illusione di partire e la malinconia di averlo già fatto, lo colgono, si riversa su di sé il martirio dell’esilio e un saio lo ricopre.

Inizia così un viaggio nella terra delle opportunità, vere o presunte poco importa, ma è la sola esistenza di un libro mastro dell’emigrazione che coglie impreparati, il viso di Malorni a ogni consiglio della Guida è smarrito e dubbioso: si può veramente andare? Davvero per sé, per questa generazione non c’è più nulla da fare? L’Italia che appare dagli occhi di Malorni è il paese che celebra il requiem della sua cultura millenaria, nelle sue vene tese al collo è il grido di un animale morente: «Questa è la messa in scena del mio ultimo spettacolo e vorrei durasse una vita. La mia», dice insieme la necessità e il turbamento, la tensione ad andare e quella a restare. La voce poi si rompe e il viaggio si fa concreto, passi sull’asfalto di una città ignota, lettere all’amata fatte di neve fangosa e lugubri fast food pakistani, la tristezza raddensa finché in un miracolo – finalmente la fortunata opportunità – quella neve, si scioglie: lo spettacolo, questo spettacolo, va in scena a Berlino, lo vedrà un famoso critico di Der Spiegel (in italiano, tradotto, non casualmente è Lo Specchio) che racconterà di sé in quella platea, l’esperienza di vedere il suo paese dagli occhi di un ragazzo italiano. Nelle sue parole il riflesso onirico di un esorcismo, compiuto da un trentenne italiano in dedica straniera al suo paese, un ragazzo che ha così tanto affondato la propria memoria esistenziale da estremizzarla, disperdere il dato biografico e così far riaffiorare il carattere di verità, nella dimenticanza dell’artificio. Siamo in teatro, questo è teatro. Non dobbiamo dimenticarlo. La neve condensata si fa acqua, una vasca da bagno può di nuovo essere un’arca. E Noè, tra le onde di una neve ormai sciolta, ignoto il passo e ogni direzione, nel diluvio ritorna a navigare.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

Visto in febbraio 2014 alle Carrozzerie n.o.t.
Roma

L’UOMO NEL DILUVIO
Drammaturgia e regia Simone Amendola, Valerio Malorni
Interprete Valerio Malorni
Durata 1h10′
Anno 2014
Produzione Blue Desk
Con il sostegno di Carrozzerie n.o.t.
Organizzazione Floriana Pinto